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| Lettera
dell’ispettore Carissimi
Confratelli,
la recente scomparsa del carissimo Don Pasquale Liberatore
ha suscitato una vasta eco di commozione nell’Ispettoria:
molti di noi hanno ricevuto personalmente del bene da lui
e ora ne sono grati al Signore.
È stato il primo Ispettore dell’Ispettoria
Meridionale, dopo l’unificazione delle Ispettorie
Campano – Calabra e Pugliese – Lucana.
In lui numerosi confratelli hanno visto il superiore prudente
e illuminato, il confratello zelante e infaticabile, il
salesiano che ha posto al centro della sua vita il rapporto
privilegiato con il Signore e l’educatore convinto
di giovani e adulti.
In questa lettera desidero evidenziare un aspetto particolare
e, nello stesso tempo, personale di Don Pasquale che può
essere di edificazione per tutti.
Spesso, trovandomi alla Pisana, mi recavo nel suo ufficio
per salutarlo e per comunicargli notizie sulla nostra Ispettoria:
mostrava un vivo desiderio di sapere come andavano le cose
ed esprimeva un sentitissimo legame di appartenenza.
Ma nel contempo mi comunicava la sua gioia intima e il godimento
spirituale che gli procurava l’incarico di Postulatore.
“Quanta ricchezza!” era solito esclamare, nello
scorre la lunga lista di nomi.
E mi metteva al corrente dello stato delle varie cause,
del loro progresso.
Specialmente godeva nel far emergere la particolare peculiarità,
frutto della fantasia dello Spirito, che brillava nella
vita di ogni soggetto, ma che ne faceva un ”unicum”
irrepetibile, da proporre come modello.
In tal senso va “letto” anche l’avvenimento
della sua morte, serena e attesa, avvenuta nell’imminenza
della Festa di Tutti i Santi: quanta delicatezza, da parte
del Signore!
Inoltre, la sua ultima venuta nella nostra Ispettoria è
stata anch’essa sintomatica : a Cisternino aveva raccolto
altra documentazione per la causa di beatificazione di Don
Convertini e ne era ripartito soddisfatto.
Ci teneva tanto a che si potessero proclamare apertamente
le virtù eroiche di un confratello appartenente alla
nostra Ispettoria .
Troverete in queste pagine un riferimento a tutto questo.
“A te, o Signore, anela l’anima mia” è
la frase del salmo che era in bella vista sulla scrivania
della sua camera.
In quest’anno, siamo chiamati a porre un particolare
e più incisivo impegno per il nostro cammino di santità.
Siamo anche stimolati particolarmente dalla commemorazione
del 50° della canonizzazione di Domenico Savio.
Questa frase, prescelta da Don Liberatore, sia l’anelito
costante della nostra anima come lo è stato per lui.
Sia anche il mio personale augurio a tutti voi per il nuovo
anno!
Sac.
Francesco Gallone - Ispettore
Napoli, 25 dicembre 2003
Natale di Nostro Signore
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rapporti
interpersonali in comunità
STILI DI ATTACCAMENTO
Crescere e rafforzare l’identità
vocazionale
attraverso l’amore di Dio e dei fratelli
La comunità è luogo
privilegiato in cui le persone crescono e rafforzano l’identità
vocazionale, attraverso l'amore a Dio e ai fratelli. Decisiva
è la storia psicologica che ciascuno porta con sé
fin dall'infanzia. La comunità religiosa è
costituita dalle persone concrete che partecipano alla sua
realizzazione, e vi partecipano attraverso la loro storia
personale, le proprie gioie, sofferenze, aspettative, memorie,
condividendo tutto ciò in un contesto relazionale
specifico qual è appunto la vita comune. Sono questi
i molteplici doni che siamo chiamati a riconoscere attraverso
le quotidiane dinamiche delle relazioni interpersonali.
«Se è infatti necessaria una certa maturità,
per vivere in comunità, è altrettanto necessaria
una cordiale vita fraterna per la maturazione del religioso»
(La vita fraterna in comunità, n. 37)
Prendendo a prestito il linguaggio della psicologia interpersonale,
in questo articolo vogliamo vedere come le differenze delle
storie personali di attaccamento possono essere occasione
di crescita comune, nel contesto delle comunità religiose.
La comunità religiosa è il luogo privilegiato
in cui le persone crescono e rafforzano la propria identità
vocazionale, attraverso l'amore a Dio e ai fratelli sperimentato
nei loro rapporti quotidiani. Questo processo di crescita
dell'identità personale si sviluppa sulla base della
storia psicologica che ciascuno matura secondo lo stile
di attaccamento relazionale che ha imparato a usare per
assicurarsi la vicinanza delle persone significative durante
la propria infanzia (G. LIOTTI (1998), La dimensione interpersonale
della coscienza, Carocci, Roma).
Nelle comunità le persone sperimentano e adattano
il proprio stile di attaccamento attraverso i loro rapporti
quotidiani, dove ripropongono le precoci modalità
di relazione che possono essere funzionali oppure non, a
seconda della propria storia relazionale e dell'ambiente
interpersonale comunitario (Vita Consecrata, n. 51).
La moderna psicologia ha fatto passi da gigante nell'identificare
nei processi di attaccamento precoce i prototipi dei modelli
di relazione che le persone hanno nella vita reale (G. LIOTTI
(2001), Le opere della coscienza, Raffaello Cortina, Milano).
Cosa si intende per stile di attaccamento? Il processo di
attaccamento è un'esperienza interpersonale che influenza,
fin dalla prima infanzia, lo sviluppo della persona. In
altri termini è un sistema di regolazione delle modalità
di interazione con gli altri, che la persona acquisisce
e struttura dentro di sé, con cui regola la vicinanza
protettiva di chi l'accudisce (la madre, nel tempo dell'infanzia,
oppure altre figure di attaccamento nell'età adulta)
in particolare quando si trova in situazioni di bisogno,
pericolo o vulnerabilità (J. BOWLBY (1972), Attaccamento
e perdita. Vol. 1, Boringheri, Torino).
A seconda delle modalità di accudimento da parte
dei genitori, il bambino si abituerà ad attivare
un proprio stile di attaccamento che poi, nell'età
adulta, sarà correlato a specifiche caratteristiche
di personalità e a uno stile relazionale proprio.
Gli sfili di attaccamento possono essere così sintetizzati:
l'attaccamento sicuro; l'attaccamento ansioso-evitante;
quello ambivalente o ansioso-resistente; e infine l'attaccamento
disorientato-disorganizzato. Mentre lo stile sicuro permette
alla persona di sviluppare delle rappresentazioni interne
dì sé e degli altri come altamente desiderabili,
gli altri tre portano alla formazione di rappresentazioni
che possono ostacolare uno sviluppo relazionale adeguato.
Nel valutare brevemente queste modalità di attaccamento,
vogliamo per analogia rilevare sia l'influenza che essi
hanno sui comportamenti relazionali vissuti in comunità,
e sia la loro evoluzione in un contesto di formazione e
crescita interpersonale che dovrebbe caratterizzare ogni
comunità religiosa (La vita fraterna in comunità,
nn. 23, 43).6
Modalità
di relazione
Anche se molte volte non ne siamo consapevoli, le persone
si relazionano tra loro secondo delle modalità che
appartengono alla propria storia personale. Le esperienze
di attaccamento precoci lasciano tracce molto importanti
nella memoria di ognuno, e influenzano le nostre modalità
di relazione consolidate attraverso ripetute interazioni
di legame e riproposte anche nell'età adulta. In
comunità, laboratorio di esperienze relazionali,
le persone risentono del proprio stile di attaccamento e
allo stesso tempo possono attivarsi per rendere ì
rapporti con gli altri più autentici e conformi all'amore
di Cristo.
L’attaccamento
sicuro in comunità
Abbiamo detto che l'attaccamento sicuro è preludio
di uno sviluppo altamente desiderabile. Con questo stile
relazionale il bambino appare fiducioso di ottenere, dalla
figura di attaccamento, un'attenzione pronta e costante
al suo bisogno di aiuto. Questo gli permette di allontanarsi
da lei per esplorare con sicurezza l'ambiente e i rapporti
con gli altri, sapendo che sarà disponibile a fornire
conforto e protezione quando lui ne avrà bisogno
(A. PACE (1999), Stile d'attaccamento e percorsi di sviluppo,
in «Psicologia, Psicoterapie e Salute», 5(3),
325-342).
Le persone con attaccamento sicuro nell'età adulta
sono consapevoli di sé ma anche delle proprie esperienze
di attaccamento con gli altri, nonché dell'influenza
che le loro relazioni possono avere sulla propria identità.
Sono capaci di esprimere le proprie emozioni e di regolarle
in base alle situazioni che incontrano, in modo da adoperarle
come informazioni utili per coordinare il loro rapporto
con gli altri.
Nel contesto comunitario, quanti hanno avuto un attaccamento
sicuro tendono ad avere una descrizione realistica e coerente.
di sé e delle loro esperienze relazionali in comunità.
Sono fiduciosi in se stessi e nella propria capacità
di adattarsi alle nuove condizioni che la vita comunitaria
può presentare quotidianamente, in particolare per
quel che riguarda la loro capacità di fronteggiare
le emozioni e di vivere le esperienze interpersonali con
serenità: infatti, tendono a stabilire legami intimi
con gli altri e sono sufficientemente individuati rispetto
alla famiglia di origine. Inoltre, sanno contare su se stessi
ma sanno anche riconoscere il loro bisogno di affidarsi
agli altri, perché sperimentano il rapporto come
"base sicura" per attivarsi nell'ambiente comunitario.
Ciò vuol dire che hanno fiducia negli altri, e nei
loro rapporti tendono a rispettare e a sostenere le persone
che vivono con loro, senza per questo annullare se stessi
o essere dipendenti.
L’attaccamento
evitante
Nel periodo dell'infanzia lo stile di attaccamento evitante
è caratteristico di quei bambini che tendono a esplorare
le nuove situazioni in maniera rigida, perché molto
legati e dipendenti dalle figure di attaccamento. Per garantirsi
la vicinanza e l'aiuto di chi li accudisce, essi si mostrano
indifferenti ed evitanti per non incorrere nuovamente in
esperienze emotivamente frustranti.
Nella vita adulta queste persone tendono ad essere dipendenti
dalle persone significative, e nello stesso tempo danno
descrizioni idealizzate e poco coerenti di sé. Sono
persone portate a minimizzare o a negare, a livello cosciente,
il disagio che vivono nei rapporti interpersonali, disagio
che loro disconoscono ma che è percepito dagli altri.
In comunità ciò si verifica quando i confratelli
che hanno questo stile tendono a ignorare le situazioni
conflittuali, e a mostrare una parte esageratamente positiva
di se stessi.
Sono poco consapevoli delle proprie emozioni, soprattutto
di quelle che riguardano i temi dì separazione o
di rifiuto da parte degli altri, come succede quando devono
trasferirsi da una comunità all'altra, e vivono tali
separazioni con indifferenza e rassegnazione, senza esternare
i loro vissuti emotivi.
Nei rapporti comunitari si coinvolgono poco, e difficilmente
chiedono supporto altrui, perché si mostrano abbastanza
autosufficienti e sicuri di poter fare a meno degli altri.
Anche il loro coinvolgimento nel lavoro è piuttosto
solitario, mancando di volontà a cooperare con le
persone (K. L. BARTOLOMEW - HOROWITZ L. M. (1995), Stili
di attaccamento tra giovani adulti: analisi di un modello
a quattro categorie. In L. Carli (ed.), Attaccamento e rapporto
di coppia. Il modello di Bowlby nell'interpretazione del
ciclo di vita, Milano, Cortina Editore, 229-273).
Attaccamento
di tipo ambivalente
I bambini
che hanno uno stile di attaccamento ambivalente sono diffidenti
verso le situazioni nuove e si mostrano molto attaccati
a chi li accudisce. Poco sicuri nell'esplorazione, tendono
a protestare e a piangere dinanzi all'allontanamento del
genitore, con l'intento di assicurarsi in questo modo la
sua presenza. Il loro atteggiamento di fondo è l'insicurezza
per la possibile perdita della figura di attaccamento, e
la resistenza dinanzi a ogni suo tentativo di'allontanamento.
Nell'età adulta queste persone continuano a manifestare
un atteggiamento di ingratitudine nei confronti delle persone
significative (per esempio le persone in autorità).
In comunità si mostrano emotivamente molto coinvolti,
ma con la tendenza a manifestare un atteggiamento ambivalente
nei confronti degli altri: da una parte provano una forte
rabbia quando sentono di non essere presi sufficientemente
in considerazione e si sentono abbandonati, mentre dall'altra
avvertono il desiderio di compiacere e di restare legati
e dipendenti dagli altri.
A causa di tale ambivalenza non riescono a distinguere se
l'atteggiamento dell'altro è di disponibilità
o di abbandono, per cui si sentono vulnerabili, ansiosi,
confusi e poco coerenti dinanzi alle richieste dell'ambiente
relazionale.
Anche i vissuti emotivi sono percepiti come poco costruttivi
e a volte tendono a manipolare le relazioni per ottenere
sostegno dagli altri. Infatti, intessono legami possessivi
e di dipendenza, per accrescere la stima di sé attraverso
il supporto affettivo da parte delle figure significative.
Quando si accorgono che l'ambiente comunitario non corrisponde
ai propri progetti personali, ecco che rivivono la paura
di essere abbandonati, da cui si difendono con rapporti
amicali poco durevoli e superficiali.
L’attaccamento
di tipo disorientato-disorganizzato
Nella loro infanzia queste persone hanno avuto uno stile
di attaccamento strano, disorganizzato e incerto perché
non sono riusciti a strutturare un comportamento coerente
dinanzi agli atteggiamenti ambigui della figura genitoriale.
Nell'età adulta, questo stile di attaccamento fa
riferimento soprattutto ad atteggiamenti e comportamenti
relazionali difficili. Molte volte anche nelle comunità
religiose possiamo trovare persone che manifestano comportamenti
relazionali altamente disfunzionali e problematici. Possiamo
riferire a questa categoria le persone che, per esempio,
tendono ad atteggiamenti apertamente solitari e poco sociali.
Sono poco consapevoli della loro storia personale, e generalmente
addebitano i propri problemi alla loro mancanza di assertività,
dì competitività e di espressività.
La ridotta stima di sé li porta a cercare sostegno
negli altri, ma quando lo ottengono non ne sono contenti.
Sono gli eterni insoddisfatti, incapaci di affermarsi e
di affrontare le situazioni. In comunità sono persone
che soffrono della solitudine a cui si costringono, e conservano
dentro di sé la convinzione che il rapporto autentico
con gli altri non esista (A. PACE (1999), Stile d'attaccamento
e percorsi di sviluppo, in «Psicologia, Psicoterapie
e Salute», 5(3), pp. 325-342).
Per
una formazione permanente
Nelle brevi osservazioni fatte a proposito degli stili di
attaccamento abbiamo sottolineato come le esperienze precedenti
possono essere usate per guidare le aspettative e i comportamenti
relazionali futuri, in particolare nell'età adulta
e nello specifico contesto relazionale delle comunità
religiose. Tali esperienze, però, non determinano
aprioristicamente le relazioni, ma possono mutare con il
tempo in funzione di nuove situazioni di attaccamento positivo
che la persona può costruire. Questa nozione è
molto importante nel contesto della vita comunitaria e in
particolare della formazione permanente, perché stimola
i confratelli e le consorelle a essere consapevoli delle
proprie modalità di interazione, e ad attivare un
processo di riorganizzazione della qualità delle
proprie relazioni quotidiane (P.M. CRFITENDEN (1999), Attaccamento
in età adulta, Raffaello Cortina, Milano, p. 26).
Tutto ciò porta ad alcune considerazioni che sono
particolarmente utili nell'ambito delle comunità
religiose, dove le persone vivono insieme ed attivano delle
strategie relazionali che risentono della storia e del vissuto
personale di ognuno.
Una prima considerazione viene dal fatto che tali modelli
relazionali interiorizzati già nell'infanzia sono
in continua riorganizzazione dentro di noi, e possono essere
rimodellati in base alle esperienze relazionali che abbiamo
nel corso della nostra vita. Nel contesto della comunità
questo significa che, se la persona si trova a vivere con
persone che danno sostegno e assicurano un margine positivo
di autonomia, anche chi ha avuto stili di attaccamento di
tipo insicuro (evitante, ambivalente, e infine disorientato-disorganizzato)
può contenere i propri comportamenti difficili. Ciò
non vuoi dire che i vissuti disfunzionali scompaiono, ma
per lo meno non esplodono e sono contenuti.
Un'altra considerazione importante è che nei rapporti
con gli altri della comunità le persone possono crescere
nella consapevolezza del loro stile di attaccamento (nel
senso che possono prestare attenzione a come si attivano
nei confronti degli altri, se cioè tendono a essere
dipendenti, manipolativi, aggressivi, indifferenti ... ).
Ciò impegna ciascuno a essere responsabile della
crescita del fratello, (La vita fraterna in comunità,
n. 35) anche quando ha un comportamento di attaccamento
non più funzionale alla situazione attuale.
Con questa prospettiva di maturazione reciproca le persone
possono dirsi ciò che non va nelle loro relazioni,
ma con attenzione e rispetto, perché ciascuno possa
accorgersi e correggere i propri comportamenti non sani.
Questo atteggiamento di autentica "correzione fraterna"
ha una funzione non solo correttiva ma anche di vera riconciliazione,
perché permette ai membri della comunità non
tanto di colpevolizzarsi a vicenda quanto piuttosto di conciliare
le differenze presenti nell'unico progetto di comunione
fraterna.
Infine, l'ambito intersoggettivo dove si svolge la vita
quotidiana della comunità può essere una occasione
di comprensione empatica, dove le persone, attraverso il
quotidiano passaggio dall'Io al Noi (La vita fraterna in
comunità, n. 39) possono fungere da contenimento
e da base sicura per passare da uno stile agonistico o di
attaccamento insicuro, fatto di diffidenze, gelosie, pregiudizi,
critiche, a uno stile collaborativo dove le singole differenze
(anche caratteriali) sono apprezzate e valorizzate nella
prospettiva degli obiettivi comuni.
Giuseppe
Crea
Testimoni, 15 ottobre 2003, n. 17
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lectio
divina
QUELLA PAROLA INCARNATA
“Videate” per conoscere
ed approfondire
Continuiamo la nostra rubrica sulla Lectio Divina, consegna
di rinnovamento comunitario consegnatoci dal CG25 e divenuta,
anche quest’anno, un impegno di sensibilizzazione
del Settore della Formazione (cfr Programmazione pag 25
dell’Agenda Ispettoriale).
Vogliamo consegnare a tutti i Confratelli gli schemi del
PowerPoint sulla Parola di Dio presentati al Cinvegno organizzato
dalla CISI darante la scorsa estate (cfr Notiziario di ottobre
2003).
SCARICA
POWER-POINT
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temi
di approfondimento
vocazionale
DIREZIONE SPIRITUALE
Elementi di identità
e di definizione di un cammino
In continuità con quanto abbiamo cercato di evidenziare
negli ultimi numeri del Notiziario ispettoriale circa l’accompagnamento
spirituale, mi piace condividere quanto ho letto di recente
sulla Direzione Spirituale. Su alcuni punti si può
essere anche un po’ critici, ma credo che a volte
le provocazioni ci aiutino a riflettere meglio e a dialogare
di più tra di noi. Potrebbe essere una buona occasione
per scambiarsi delle idee in una giornata della comunità.
Non vuole essere una ripetizione di cose già dette,
ma un’ulteriore occasione di coscientizzazione su
di una tematica sulla quale continueremo a confrontarci
nei prossimi numeri. Buona lettura!
d.
Angelo Santorsola
Cosa
possiamo normalmente pretendere dalla direzione spirituale?
Essa è certamente molto utile, ma non dobbiamo aspettarci
che operi dei miracoli. Alcune persone e soprattutto alcuni
religiosi che non dovrebbero essere così ingenui,
credono di poter trovare un direttore spirituale capace,
con una parola, di risolvere tutti i loro problemi. Essi
non cercano un direttore, ma un taumaturgo. Infatti, noi
spesso pretendiamo che altri risolvano i problemi che dovremmo
essere in grado di risolvere noi stessi, non in virtù
della nostra sapienza, ma affrontando generosamente quelle
difficoltà e quegli obblighi che per noi rappresentano
la volontà di Dio. Ma poiché la natura umana
è debole, l’appoggio benevolo e i saggi consigli
di qualcuno in cui abbiamo fiducia ci permettono spesso
di accettare in maniera più perfetta quel che già
oscuramente conosciamo e percepiamo. Può darsi che
il direttore non ci riveli nulla che già non sappiamo,
ma è gran cosa se ci aiuta a vincere le nostre perplessità
e se rinvigorisce la nostra generosità nel servire
il Signore. Tuttavia, in molte circostanze, il direttore
ci rivelerà cose che prima non eravamo riusciti a
percepire, nonostante fossero chiare e lampanti. Anche questa
è senza dubbio una grande grazia di cui dovremmo
essere riconoscenti.
Thomas Merton
Il
direttore spirituale è un fratello maggiore che condivide
con il diretto un tratto di strada perché possa discernere
l'azione dello Spirito e decidere di rispondervi in libertà
per la propria trascendenza nella maturazione della propria
identità.
Si
può prendere l'esempio di Mosè con tutte le
sue caratteristiche:
1 - Deve essere inviato da Dio, cioè incaricato ufficialmente
di questa missione da parte della Chiesa (sacerdote o altro)
2 - Per quanto riguarda la missione particolare, deve farla
per obbedire a Dio e non per gratificazione personale: deve
essere riluttante piuttosto che eccessivamente desideroso
di assumersi questa responsabilità, lo deve fare
come una croce sopportata e accettata per amore. Diffidare
di quelli che si propongono con entusiasmo come direttori
spirituali, soprattutto alle ragazze.
3 - Così come Mosè, non sa dove Dio ti vuole
portare, il suo compito è di discernimento e annuncio
della volontà di Dio nei tuoi confronti. Più
che una guida è uno strumento, un tramite.
4 - Deve essere anche duro e non transigere su certi punti
fondamentali per paura di perderti. Ci devono essere momenti
in cui ti viene voglia di lasciarlo perdere: chi ti da'
sempre ragione non ti ama. Davanti a Dio intercede per te,
ma davanti a te sa essere fermo.
5 - Deve dare i segni del vero profeta, cioè le cose
che dice funzionano e accadono sul serio, anche se certo
non è un mago e si può anche sbagliare su
alcuni punti.
6 - Deve essere in consonanza con ciò che dice la
Chiesa, ti deve annunciare la Parola di Dio così
come la Chiesa la comprende e non come lui la pensa soggettivamente.
Deve amare la Chiesa anche nella sua componente gerarchica,
non deve essere polemico verso di essa o porsi in alternativa.
7 - Deve essere come Giovanni Battista: Cristo deve crescere
e lui diminuire, non deve tendere a legarti a sé
ma a renderti anzi sempre più libera da lui. Non
ci devono essere gelosie di nessun tipo, tu ti devi sentire
totalmente libera o libero di andare da qualcun altro senza
bronci suoi o reazioni infantili.
8 - Deve fare questo servizio gratis, senza volere niente
da te, non deve avere alcun interesse. Il fatto che tu gli
possa essere utile in qualche modo (catechismo, vocazione...)
non deve assolutamente influire su quello che ti consiglia.
Deve cercare sinceramente la volontà di Dio su di
te (anche se il seguire questa può portarti ad allontanarti
da lui e a non essergli più utile) e non perseguire
qualche suo fine, fosse anche il migliore e il più
santo.
Credo che nella direzione spirituale si possa andare incontro
a due eccessi:
- quando uno è eccessivamente desideroso questo può
venire da un desiderio di gratificazione personale.
- si può anche andare incontro al rischio opposto,
cioè quando uno è eccessivamente riluttante
perché in questo caso può non venire da umiltà
autentica ma dal non volersi assumere responsabilità
nei confronti di nessuno, cioè da una fuga e da una
immaturità con un fondamentale egoismo.
I figli portano sempre scocciature e preoccupazioni, sconvolgono
la vita e i programmi. Non si può pretendere di essere
padre senza voler lasciarsi disturbare nei propri programmi,
come se una madre volesse limitare il proprio impegno solo
a certi momenti della giornata.
I figli legano e chi non vuole lasciarsi legare non cresce
nella vita.
Come
dice giustamente dice la sapienza della Chiesa, credo che
il primo passo sia verificare se è nata la fede.
Per questo prima di qualsiasi inizio di accompagnamento
la persona deve avere almeno udito qualcosa, un corso, una
catechesi od una omelia.
L'annuncio di fede spalanca la porta sull'orizzonte di Dio,
ma ancora non da' la fede vera e propria. E' un'inizio,
è la parte che fa Dio, ma perché nasca la
fede ci vuole la ratifica dell'uomo con un atto concreto
di obbedienza a Dio che viene percepito come un rinnegamento
di sé.
Lc 5. La pesca miracolosa. Solo dopo che ha obbedito sulla
fiducia Pietro acquista veramente la fede. Non è
nata la fede se uno non ha sperimentato chiaramente l'opposizione
tra carne e spirito.
Rm 7. 1 Gv 1. Appena arriva la luce di Cristo si scopre
l'uomo vecchio che si rivolta. Bisogna aver sentito il ruggito
della carne, aver cercato di rinnegare sé stessi
cercando di vincerla e aver sperimentato la salvezza di
Cristo. Noi sappiamo di essere passati da morte a vita perché
amiamo i fratelli. Uno deve avere vissuto coscientemente
il movimento. Se le due letture non risuonano vuol dire
che la persona anche se agisce bene, agisce ancora secondo
la carne, per indole buona o per abitudine.
Itinerario per accompagnamento
personale
1 - Accoglienza affettiva (Sentirsi amati/Ama te stesso/altro
stimolo che valorizzi la dimensione di affabilità
nella relazione)
2 - Fede o religiosità (Con tutta l’anima/Amerai/Ipotesi
su Gesù/Testo sulla Chiesa/o altro stimolo che verifichi
il livello di Fede in Gesù e nella Chiesa)
3 - Obbedienza e ruoli (Con tutta l’anima/Generati
dallo Spirito/o altro stimolo che valorizzi e chiarifichi
l’assestarsi e la dinamicità tra direttore
e Diretto nella trasparenza e nella Verità)
4 - Preghiera - Lectio (Adorazione e preghiera di semplice
presenza a/in Dio; Testi per la Lectio di S. Fausti/testi
scelti ad personam)
5 - Analisi (Analisi Psico-spirituale usando come sussidio
“Amerai il signore Dio tuo” di A. Cencini) -
in seguito si possono utilizzare i seguenti testi per continuare
l’analisi: “Vivere riconciliati” di A.
Cencini e “Vivere insieme” di A. Manenti.
Nel cammino si tenga conto di una frequenza differenziata
degli incontri per tipologia del diretto/per tempi iniziali/per
situazioni particolari/ecc. in un cammino di Verità
di sé affettiva - relazionale - spirituale.
Itinerario per accompagnamento
di coppia
1 - Accoglienza affettiva (ascolto della coppia/distanza
da entrambi/educare alla visione positiva del partner/valorizzare
il fatto che si è presenti nella gioia e nel dolore
come padre-fratello in cammino, come terzo punto) (molto
ascolto/sessualità di P. A. Gasparino/Dare e ricevere..)
2 - Fede o religiosità (verifica se nella coppia
e prima nei singoli c’è la fede/se sono consapevoli
della presenza di Gesù/se sono consapevoli di essere
una piccola Chiesa) (Chiamati all’Amore../Scoprire
l’Amore)
3 - Obbedienza e ruoli (fare chiarezza sul proprio ruolo
sacerdotale-sacramentale/ruoli all’interno della coppia/favorire
lo scambio dialogico) (Direttorio di Pastorale Familiare/Genarti
dallo Spirito/Con tutta l’anima/Con passione e con
rispetto)
4 - Preghiera - Lectio (favorire il dialogo orante nella
coppia con metodo e in alcune occasioni particolari/risonanza
di coppia sulla Parola/adorazione di coppia con invocazione
della Sapienza) (Bereshit/preghiera familiare anche con
un presbitero/preghiera sul Partner)
5 - Analisi (favorire l’analisi relazionale e lo smascheramento
delle dinamiche trasferenziali) (nuclei di morte nella vita
di coppia/Coppia e famiglia...di A. Manenti/Ben-Essere in
famiglia)
Nel cammino si tenga conto di una frequenza differenziata
degli incontri per tipologia della coppia/per tempi iniziali/per
situazioni particolari/ecc. in un cammino di Verità
di coppia affettiva - relazionale - spirituale; attenzione
all’effetto paziente-designato; ricordarsi di essere
Gesù tra la coppia; distanza.
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| sacerdoti
del quinquennio
SDB E LAICI INSIEME
PER UN CAMMINO FORMATIVO
L’incontro di formazione
del 28 ottobre
Pacognano, 28 Ottobre.
Siamo stati invitati ad un incontro/confronto con i preti
del quinquennio della nostra Ispettoria. Siamo un gruppo
di laici (giovanissimi nel cuore, un po' meno nell'età)
di Caserta, Salerno, Vietri Napoli e Torre.
Di quelli che hanno visto arrivare e partire molti salesiani
dai loro ambienti. Probabilmente siamo "croce e delizia"
di quei giovani salesiani sacerdoti che si trovano nei loro
oratori, scuole e parrocchie, laici adulti come noi: quelli
che hanno già visto, già sentito, già
programmato ... Immagino non sia sempre facile per questi
giovani amici ritrovarsi tanti solerti "mamma e papà",
tanti fratelli e sorelle maggiori in oratorio!
Penso questo quando entro in sala e, insieme all'Ispettore
e al Vicario (che qualche hanno più di noi lo hanno!),
vedo tra questi giovani salesiani volti che ho conosciuto
adolescenti ... per i quali ho programmato itinerari, campi,
attività.
E penso anche che, a 39 anni, per me non è immediato
confrontarmi con loro. Venti anni fa, dieci anni fa il salesiano
era per me l'adulto di riferimento ... oggi non posso fare
a meno di pensare a questi salesiani un po' come "ragazzi
del mio gruppo". Immagino che anche per gi altri laici
sia così. Immediatamente intuisco che corriamo il
rischio di tarpare loro le ali, di non concedergli fiducia.
Li guardo, li ascolto; mi appaiono convinti, saldi nella
fede, innamorati di Don Bosco e dei giovani; a tratti perplessi,
sagaci, decisamente disincantati, qualche volta un po' amari.
La differenza d'età è una impasse? È
necessario superarla! .... Si apre per noi e per loro una
nuova sfida: oggi siamo compagni d'avventura. È necessaria
una nuovo patto, una sinergia rinnovata; Rinnovata , non
nuova; è fin troppo immediato tornare col pensiero
a Don Bosco e ai suoi futuristici cooperatori ottocenteschi.
Comincia lo scambio di idee (forse i giovani confratelli
hanno, ahimè, più ascoltato che parlato!)
Le nostre storie personali e salesiane divengono occasione
di riflessione e offerta di disponibilità.
Sentiamo di non tradire l'intuizione di Don Bosco, offrendoci
come interlocutori privilegiati delle comunità salesiane;
soprattutto oggi che le comunità sono spesso piccole,
a volte anziane. Desideriamo che i cortili dei nostri ambienti
siano le nostre case e che le nostra case siano le famiglie
dei confratelli salesiani. Con loro desideriamo aprire gli
ambienti locali al territorio, ad essi ci rendiamo disponibili
per un dialogo aperto e proficuo.
Come genitori, ci accorgiamo dell'adesione profonda di questi
giovani confratelli a Cristo e a Don Bosco; ne comprendiamo
la fragilità, ne condividiamo la ricerca della verità
autentica (quella che non concede sconti e che non ammette
filtri).
Come professionisti, offriamo loro tutte quelle competenze
tecniche e tutte quelle intuizioni che li sostengano nella
missione evangelizzatrice tra i giovani.
Come educatori, lanciamo loro la sfida, che già fu
di Don Bosco, della pedagogia dell'uno per uno. Ci facciamo
portavoce dei giovani e chiediamo per loro l'incontro personale
e il dialogo. Chiediamo loro di ritornare a solcare di passi
sincroni con quelli dei giovani i cortili degli oratori.
Come laici, invochiamo una testimonianza gioiosa della loro
vocazione alla consacrazione.
Come fratelli in Cristo e in Don Bosco, offriamo loro la
nostra esperienza, come la nostra imperfezione;le nostre
case, come i nostri consigli; la nostra capacità
di ascolto come la volontà di sporcarsi insieme le
mani.
Desideriamo che le nostre famiglie coincidano con l'unica
grande Famiglia Salesiana. E non c'è altra via per
realizzare questo che, come ha già sottolineato il
capitolo Generale, che crescere nella spiritualità
di relazione. Crescere nella volontà e nella capacità
di costruire relazioni sane ed autentiche; relazioni che
divengano traine ed orditi di quella comunione fraterna
che è la tela dei nostri ambienti, dove disegnare
progetti di bene per i giovani.
Relazioni che non osservano funzionalismi ma che si nutrano
di sincera e concreta attenzione all'altro.
Relazioni che realizzino comunità in cui ognuno non
solo educhi ma si lasci educare; non solo arricchisca, ma
accetti di arricchirsi dell'altrui unicità.
Il tempo è sempre poco; i giovani confratelli si
raccontano: incontri, progetti, difficoltà.
Forse eravamo giunti a quest’incontro tutti non molto
convinti; adesso ci lasciamo chiedendoci di rivederci.
Il progetto del volersi bene, del crescere e del donarsi
insieme ai giovani sta a cuore a tutti nella nostra famiglia.
E se l'entusiasmo (quello che invoca il soffio di Dio) di
tanto in tanto dovesse affievolirsi, la certezza di essere
parte di un noi più grande renda il nostro cammino
più leggero, confermi in noi il valore della nostra
missione tra i giovani e illumini di senso ogni gesto, ogni
assenso, ogni sacrificio.
Gabriella
Schettini
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| incontro
tirocinanti
VENITE IN DISPARTE E RIPOSATEVI
UN PO’
L’incontro dei tirocinanti
Il 15 e 16 novembre scorso come di consueto si è
tenuto a Napoli don Bosco il primo incontro tirocinanti
di quest’anno: momento di formazione, di riposo e
di fraternità.
Ci siamo ritrovati nel pomeriggio del 15 e, come da tradizione
salesiana, il momento dell’accoglienza è stato
vissuto con grande entusiasmo, soprattutto da chi, rivedeva
dopo qualche mese confratelli con cui ha trascorso i primi
anni della formazione.
La comunicazione delle varie esperienze è stata da
subito spontanea e così ognuno ha potuto raccontare
nella fraternità le varie imprese “eroiche”
vissute tra il cortile, le classi e le camerate dei ragazzi.
Nel pomeriggio, dopo aver dato ampia soddisfazione ai leggeri
languorini nati con il viaggio, ci siamo ritrovati con l’Ispettore,
il Vicario e don Gennaro Direttore del d. Bosco.
“Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi
un po’ “ con queste parole don Franco ha dato
inizio ai lavori, ricordandoci l’esperienza dei primi
discepoli del Maestro che dopo i primi momenti di apostolato
vivevano l’entusiasmo ed anche la fatica per ciò
che stavano vivendo. Dopo il “breve” saluto
dell’Ispettore, la parola è andata al direttore
del don Bosco con cui abbiamo riflettuto sulla realtà
dell’Emarginazione inquadrandola nel quadro di formazione
del Salesiano e nella Pastorale Giovanile, che viviamo all’interno
dell’ipettoria. Non è stata una conferenza
cattedratica quella di don Gennaro, anzi una vera e propria
comunicazione familiare, in cui ognuno ha dato apporto con
la sua esperienza. Si è preferito parlare, anzicchè
di ragazzi “emarginati” o ragazzi “disagiati”,
di “ragazzi senza…” proprio per rispettare
al meglio ciò che le nostre costituzioni e i recenti
quadri sociologici dicono a riguardo delle varie situazioni
di povertà. Abbiamo cercato poi di provare a convertire
le tante parole in qualche “progetto” da inquadrarsi
nelle diverse realtà locali di impegno apostolico.
Certo, “progetti” che probabilmente non realizzeremo,
ma che hanno contribuito a tener viva e talvolta a riaccendere
in noi giovani salesiani, quell’assillante anelito
che ha caratterizzato l’esperienza di don Bosco: lavorare
per i giovani soprattutto i più poveri.
La serata è stata poi vissuta nella comunità
“le Ali” che ci ha accolto, anche per la notte,
e dove abbiamo vissuto momenti di grande convivialità
con la presenza di altri confratelli delle comunità
del Don Bosco e del Don Rua. Dopo la preghiera di Compieta,
c’è stato ancora un po’ di tempo per
lo stare insieme e tra una risata e l’altra si è
andato avanti sino a notte fonda.
La giornata di domenica è stata altrettanto impegnativa
quanto il sabato, per ricordarci che per noi salesiani non
ci sono giorni di vacanza.
Nella mattinata, dopo la preghiera delle Lodi, abbiamo vissuto
un altro momento di formazione e condivisione con don Tobia
su quelle che sono le caratteristiche del Tirocinio. In
seguito siamo stati anche arricchiti dalle parole di don
Giuseppe Zaino che ha rivissuto con noi la sua esperienza
di Tirocinio, ricordando come questa sia stata una tappa
davvero importante per la sua formazione. Non poteva mancare
la S. Messa presieduta dall’Ispettore e celebrata
nella nuova cappella del Don Bosco, ambiente che ha contribuito
ad accrescere il clima di intimità nel ricordo dell’esperienza
del “cenacolo” dei primi cristiani.
Dopo il pranzo, le solite foto di rito per immortalare nel
tempo questi due giorni vissuti, forse non troppo all’insegna
del riposo, ma che di certo hanno contribuito a dare nuova
energia e nuovo entusiasmo alla nostra attività pastorale.
Soprattutto sono stati giorni in cui abbiamo potuto riflettere,
anche se in maniera implicita, su come per noi salesiani
“il vivere e il lavorare insieme” sia una esperienza
privilegiata per il nostro incontro con il Signore: è
proprio la comunione tra i confratelli la “provocazione”,
che come giovani consacrati, lanciamo a questa società,
che ci interpella con sempre nuove “sfide”.
Roma
Gianpaolo
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| consulta
della Famiglia Salesiana
CONOSCERSI
PER UNA MAGGIORE COMUNIONE
Impegni per essere significativi
nel sud
Il 19 ottobre 2003 presso la casa delle Figlie di Maria
Ausiliatrice di Potenza si è riunita la Consulta
della Famiglia Salesiana del Meridione d'Italia.
Nonostante i molteplici punti all'ordine dei giorno si è
preferito dare spazio alla presentazione dei nuovi arrivati.
La Consulta della Famiglia Salesiana è un organismo
composto da tutti i rappresentanti di tutti i gruppi riconosciuti
nella Famiglia Salesiana, che ormai sono ventuno.
La Famiglia Salesiana, infatti, da don Rinaldi, terzo successore
di Don Bosco, ha avuto un incredibile espansione sia dal
punto di vista quantitativo che da quello qualitativo.
Nella nostra Famiglia Religiosa sono presenti tutte le tipologie
di Istituti di Vita Consacrata e di Società di Vita
Apostolica, Associazioni, Pie Unioni e Confederazioni.
Il nucleo principale fondato direttamente da don Bosco Santo
è formato da due congregazioni, una maschile, La
Società Salesiana di San Giovanni Bosco (SDB) e una
femminile, le Figlie di Maria Ausifiatrice (Salesiane di
Don Bosco) (FMA), e dall'Associazione dei Cooperatori Salesiani
(ACS). Questi primi tre gruppi sono la base della Famiglia
Salesiana e nella "Consulta" dei Meridione rappresentano
il Consiglio di Presidenza.
Don Bosco ha fondato, inoltre, anche I' Associazione di
Maria Ausiliatrice (ADMA).
Molteplici gruppi successivamente hanno avuto la loro nascita
e il loro riconoscimento nella Famiglia Salesiana, e molti
di questi sono presenti nella nostra realtà dell'italia
Meridionale.
L'entusiasmo dei nuovi gruppi, accompagnato dalla staffetta
delle nuove presenze dei responsabili della Famiglia Salesiana,
danno nuovo slancio e dinamicità alla stessa.
Il cambio più evidente e significativo è stato
quello della nuova Ispettrice delle FMA. Infatti dopo la
ristrutturazione interna dei governo dell'istituto, le Figlie
di Maria Ausiliatrice, hanno unito le due Ispettorie dell'italia
Meridionale fondandone una nuova con a capo Suor Anna Razionale.
Suor Anna, pur essendo originaria della terra di Puglia,
ha sempre lavorato a Torino e Roma con incarichi importanti
di Pastorale e Formazione.
All'intemo della consulta ha espresso il suo personale e
rappresentativo impegno affinché la Famiglia Salesiana
possa essere sempre di più un punto di riferimento
carismatico e comunionale per tutti i membri e per i giovani
di oggi.
Dal dibattito assembleare è scaturita l'esigenza
di conoscersi di più e di approfondire, condividendo,
tutti i cammini dei singoli gruppi per elaborare un progetto
comune nella comunione della missione.
Per questo motivo si è deciso di dedicare più
tempo ai momenti della consulta: ci si riunirà due
volte all'anno e rispettivamente un week end in autunno
e una giornata in primavera.
Il maggior tempo a disposizione darà la possibilità
di conoscersi meglio e di condividere cammini vocazionali
e progetti apostolici.
Per la giornata di studio della Famiglia Salesiana, si è
deciso di celebrarla, anche quest'anno, a livello locale,
con un tema unitario, che coinvolga tutti i gruppi. Lo scambio
vicendevole delle idee su un progetto di pastorale vocazionale
unitaria della Famiglia Salesiana, ha fatto scaturire l'esigenza
di riflettere in tempi brevi alla progettazione insieme.
È stata una giornata entusiasmante e distensiva.
Dopo tanti anni di cammino e di sacrifici da parte di Salesiani,
di Suore e di Laici impegnati nel credere nella Famiglia
Salesiana, si è avvertito ancor più l'urgenza
d'essere luogo significativo di comunione familiare per
il Meridione Civile ed ecclesiale.
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IX
eurobosco
EXALLIEVO CITTADINO EUROPEO
Pisana 28 ottobre - I novembre
La Federazione Italiana Exallievi/e di Don
Bosco, su incarico della Federazione Mondiale, ha organizzato
presso il Salesianum il IX Eurobosco che dopo 13 anni (Taormina,
1990) è tornato in Italia per riflettere sul tema
"L'Exallievo di Don Bosco cittadino attivo in Europa"
e servirà anche per il Congresso Mondiale del prossimo
anno. Alle cinque intense sessioni hanno partecipato i Consiglieri
Regionali GEX Luciano Donadio e Gianluca Raimondi con il
sottoscritto Presidente.
L'esperienza associativa del meeting è stata forte
e qualificante per il respiro internazionale (i partecipanti
provenivano da tutti I paesi d'Europa) e per i temi sviluppati
dai relatori che hanno contribuito, partendo dall'analisi
del presente, a delineare prospettive e obiettivi per il
domani dell'associazionismo (in generale e di quello salesiano
in particolare) e del volontariato.
I lavori, introdotti da Don Luc Van Looy (Consiglíere
Generale per la Famiglia Salesiana e Vicario del Rettor
Maggiore), Antonio Pires (Presidente della Confederazione
Mondiale) e Bernardo Cannelli (Presidente della Federazione
Italiana), hanno raggiunto il primo picco di valenza contenutistica
con le relazioni dei Proff. Zarnam (Università dì
Bologna) e A. Vandervelde (Università di Lovanio)
che hanno affrontato rispettivamente i temi: “Il terzo
settore e la crisi del Welfare - quale ruolo per l'associazionismo
e il volontariato in prospettiva europea?" e "Giovani
e volontariato, solidarietà europea per uno sviluppo
nel mondo".
Dopo le arricchenti comunicazioni di esperienze da parte
del VIS, VIDES, Don Bosco Youth Net, SCS/CNOS, l'Eurobosco
- conclusosi con le relazioni di Suor Yvonne Reungoat (Vicaria
Generale delle F.MA) e dei Presidenti Nazionale e della
Confederazione Mondiale che hanno invitato a "promuovere
una globalizzazione della solidarietà", utilizzando
meglio e di più le potenzialità dei notevoli
canali di trasmissione di i la F.S. dispone e sviluppando
la fantasia della carità per far emergere progetti
d’impegno in - prospettiva europea ha raggiunto il
suo acme venerdì 31 ottobre con l'illuminato ed energico
intervento dei Rettor Maggiore Don Pascual Chávez
Villanueva sul tema "Spiritualità salesiana
e solidarìetà".
Egli, analizzando l'attuale situazione che sta vivendo il
nostro continente "segnata da gravi incertezze a livello
culturale, antropologico, etico e spirituale" ma sorretta
da un “accresciuto bisogno di speranza", ha con
forza e calma sottolineato: -"Ecco,cari Exallievi di
Don Bosco, il mondo in cui siete inviati per aiutarlo a
ritrovare speranza e futuro...; Che senso ha un'associazione
salesiana se non si mantiene in dialogo con la realtà,
se non è aperta alle domande che questa le pone e
se non ha risposte da offrire come contributo?”.
"La vostra associazione in Europa è chiamata
ad offrire il proprio contributo anzitutto vivendo ed attuando
l'educazione che avete ricevuto…, educazione che aiuta
a divenire seme nel mondo e che fa imparare ad impostare
gli affari del mondo sotto la luce del Vangelo... Tutta
l'educazione salesiana è orientata a formare onesti
cittadini e buoni cristiani e in questo binomio si trova
l'identità e l'impegno degli Exallievi di Don Bosco".
L'identità più profonda dell'exallievo è
quindi essere sale, luce e lievito e veri cittadini nel
proprio mondo per collaborare alla sua umanizzazione -portando
una rinnovata esigenza di giustizia sociale, di solidarietà,
di sviluppo, di pace. ... creando reti di bene in "questo
tempo esaltante e sfidante".
Il Rettor Maggiore ha concluso dicendo: "Cari amici,
vi ringrazio di quello che siete e di quello che rappresentate.
La vostra responsabile appartenenza alla Famiglia Salesiana
e la vostra vita sono il migliore monumento al sistema educativo
di d. Bosco. Grazie e coraggio! La società e la chiesa
in Europa hanno bisogno di voi!”.
Le sue esortazioni, la sua fiducia in noi Exallievi ci stimolino
a vivacizzare e rigenerare le nostre realtà associative
con il sostegno della carismatica presenza dei Salesiani
che guideranno spiritualmente la nostra Associazione e ne
favoriranno la proposta di aggregazione operativa ai giovani
che, educati negli oratori - istituti, porteranno nella
società civile ed ecclesiale i valori cristiani ed
educativi salesiani.
Rodolfo
Graziano
Presidente Regionale Exallievi - Campania
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| animazione
missionaria
INFORMAZIONE E SVILUPPO
Cronaca di weekend
di formazione per animatori missionari
Sabato 29 e domenica 30 novembre si è svolto presso
la casa salesiana di Grumento Nova (Pz) il terzo incontro
di animazione missionaria della nostra ispettoria.
Appuntamento per tutti i partecipanti ore 16e30, e per quell’ora
si aspettano solo i pochi ed ultimi ritardatari. Con immensa
emozione si nota una massiccia presenza: siamo quasi 70!
È bello notare anche che le case che partecipano
agli incontri sono sempre di più: lo spirito missionario
salesiano dilaga come una bella influenza!!
Il clima è subito quello salesiano e la prima mezzora
passa tra i saluti dei vecchi amici e la conoscenza dei
nuovi. Ci riuniamo tutti nel salone dove don Angelo, che
ormai è alla guida di questo gruppo con evidente
successo da ben 5 anni, ci introduce nel tema che sarà
il protagonista di questo week-end: Informazione e Sviluppo
– I media e l’immagine dell’altro. Ci
presenta così don Donato Lacedonio che ci guiderà
in questo viaggio dell’approccio critico nei confronti
dei mezzi di informazione. La prima ora passa velocemente,
l’argomento è molto interessante e magistralmente
don Donato ci conduce dei meandri della comunicazione e
soprattutto della comunicazione tra gruppi culturali diversi.
In effetti tutti ci rendiamo conto che l’incontro
di culture diverse è un fenomeno che è sempre
più in aumento e che non possiamo né ignorare
né considerare come qualcosa di negativo. Le culture
si portano dietro religioni, usi, e “vite” diverse
e forse non è più il momento di parlare di
tolleranza ma di vero e proprio incontro. L’incontro
però è alla pari quando c’è una
reale conoscenza delle altre culture. In tutto questo i
media svolgono un ruolo fondamentale e molto spesso l’immagine
che abbiamo di un popolo è influenzata da come questo
ci viene presentato dai mezzi di informazione.
A tale proposito don Donato ci mostra una serie di tabelle
che ci mostrano la presenza degli extracomunitari nei nostri
telegiornali e nelle nostre trasmissioni televisive e prendiamo
atto che….siamo strumentalizzati! La conferma avviene
attraverso l’analisi di uno spot pubblicitario di
una nota compagnia telefonica..
Insomma la serata procede tra una pausa e l’altra
e ne abbiamo a sufficienza per riflettere! Dopo l’ultimo
incontro prepariamo per la cena un immensa tavolata e ringraziamo
le signore di Potenza per il lauto pasto. Dopo cena don
Donato ci propone un film, “Il cerchio”, di
un regista iraniano sulla condizione delle donne in Iran
che è “diverso” dai film che siamo abituati
a vedere ma che fa riflettere molto sull’approccio
occidentale al cinema! La serata si conclude con un momento
di preghiera e la buona notte in stile don Bosco di don
Pasquale. Tutti a nanna..e qualcuno dorme per terra vicino
al camino….siamo tanti!!
Al mattino ci vediamo in chiesa per la preghiera e Alessandro
di Andria ci fa dono della sua esperienza estiva di animatore
presso l’oratorio di Torre Annunziata: anche questa
è missione!
Dopo colazione tiriamo le somme di quanto abbiamo trattato
il giorno prima e don Donato ci segnala alcuni siti web
dove poter approfondire l’argomento. Don Angelo dopo
aver dato alcune informazioni riguardanti le esperienze
estive passa la parola a don Matteo, il nostro economo ispettoriale,
che ci parla di una nuova fondazione, “Don Bosco e
i Balcani”, nata per promuovere progetti di sviluppo
in Albania e Kossovo. Prendiamo quante più informazioni
possibili con l’impegno di farci promotori nelle nostre
comunità.
Concludiamo la mattinata e questo week-end nella maniera
più bella possibile: attorno all’Eucaristia.
Questo momento ci rende uniti nella cosa più importante
che abbiamo in comune: Gesù. Segue il pranzo festeggiando
Andrea e Raffaele che festeggiano il loro compleanno, e
ci salutiamo tutti affettuosamente dandoci appuntamento
al 3 e 4 gennaio a Soverato per il prossimo incontro!
Giuseppe
Di Sario
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| la
parola ad una mamma di oratoriani
A PROPOSITO DI SANTITÀ
Alla ricerca di nuovi
esempi di santità
Sono una mamma di due ragazzi che frequentano l’oratorio
salesiano San Giuseppe di Molfetta e oggi ho letto il primo
numero del giornalino oratoriano e l’ho trovato interessante,
soprattutto il tema trattato: quello sulla Santità.
Io penso che… in un mondo come il nostro, fatto di
frivolezze, dove tutto “pare” sia importante
e improntato sull’apparire… (scusate questo
gioco di parole!) dove devi essere bello e perfetto per
avere successo nella vita, la parola Santità, forse,
farebbe sorridere, addirittura, se usata, qualcuno potrebbe
scambiarti per un matto sentendo questo termine che non
è usato nel linguaggio “moderno”.
Dove tutti corrono o rincorrono… non so cosa (quale
premio ci sia poi alla fine non lo so!), parlare di Santità
sembra una bestemmia. Ma se mi soffermo un attimo a riflettere,
ebbene, penso che la parola Santità assuma ancor
oggi un grande significato. La Santità è come
un quadrifoglio, è qualcosa di molto raro da trovare
e, quando la trovi forse tutta la tua vita assume un nuovo
significato e vale la pena di viverla sino in fondo.
Se guardiamo bene intorno a noi, esempi di Santità,
nella nostra vita quotidiana ci sono tanti esempi di “Santi”
(senza aureola) ma che hanno messo al primo posto “gli
altri”, “gli ultimi”, i bisognosi di cure
del corpo e dell’anima. Pensiamo ai volontari della
Croce Rossa, ai volontari della Misericordia, ragazzi che
potrebbero stare benissimo seduti al bar o davanti ad un
video giochi, ma hanno preferito dare il loro aiuto in soccorso
degli altri. Pensiamo a quanti carabinieri, poliziotti ogni
giorno combattono per fermare la criminalità così
dilagante, sono anch’essi santi che mettono a repentaglio
la loro vita.
Pensiamo a chi vuole fermare i signori della droga portatori
di morte.
Pensiamo anche a quei “Santi sacerdoti” che
combattono da soli una battaglia contro chi sfrutta povere
ragazze venute dall’Est (e non solo), costringendole
alla prostituzione. Sono questi, “santi dei nostri
giorni”.
E per ultimi, ma non meno importanti degli altri, pensiamo
ai genitori che considero Santi perché hanno il grande
e difficile compito di educare i propri figli.
Potrei continuare all’infinito, ma non vorrei essere
prolissa, per cui concludendo mi permetto di dire (e vorrei
sperare) che una briciola di Santità in qualche parte
del nostro cuore ci sia, basta saperla trovare e avere il
coraggio di esprimerla.
Una
mamma dell’oratorio di Molfetta
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| COMUNICAZIONI
SOCIALI
mostra internazionale d’arte cinematografica
IL MIRACOLO
Una lettura del film di Winspeare
Il miracolo, terzo film di Edoardo Winspeare, è stato
presentato nella Sezione principale della 60° Mostra
del Cinema di Venezia di quest’anno e contemporaneamente
distribuito nelle sale riscuotendo simpatie e consensi anche
tra il pubblico che lo ha visto.
Contravvenendo alle indicazioni del padre, Tonio esce in
bicicletta per le strade, ma una ragazza lo investe con
la sua auto lasciandolo sul ciglio della strada. In ospedale
incontra un uomo con una crisi cardiaca, lo tocca….
Improvvisamente si riprende; si diffonde una voce: un miracolo!
La notizia coinvolge pian piano la madre di Tonio ed il
padre che versa in cattive condizioni economiche. La vita
di Cinzia, la ragazza che ha investito Tonio, non brilla,
sotto una apparente scorza si nasconde un grande bisogno
di affetto e di amore. La notizia che Tonio abbia acquisito
il dono del miracolo interessa anche un suo amico di scuola
che lo invita a guarire il nonno gravemente ammalato di
cancro. Cinzia incontra Tonio e tra i due nasce un rapporto
di amicizia. Tutto sembra andare per il meglio: la salute
del vecchio nonno migliora e Cinzia sembra avvicinarsi alla
mamma; anche l’interesse di un giornalista sembra
aprire uno spiraglio di speranza nella situazione economica
della famiglia. All’improvviso, invece, tutto precipita
e Tonio perde fiducia in se stesso. Si mette alla ricerca
di Cinzia e giunge in tempo per salvarla… ma nel frattempo
di miracoli Tonio ne ha compiuti!
Il film è semplice e lineare. I personaggi, le storie,
i problemi e la stessa città si presentano senza
fronzoli e portano con loro contraddizioni e speranze. Il
film si costruisce tra la conferma, la smentita e la riconsiderazione
dell’idea di miracolo. Considerato, richiesto e sperato
come fatto sensazionalistico, il vero miracolo è
quello che non ha “effetti speciali” e si manifesta
con i tratti della normalità soprattutto in una realtà
schiacciata dalla quotidianità. È Tonio, con
la sua semplicità, il vero miracolo in un mondo di
adulti dove il lavoro, la confusione, la sfiducia chiudono
gli spazi alla vita ed alla speranza. È questo il
miracolo che Tonio riesce a compiere: dare spazio e senso
alla vita. È un amico per Cinzia alla disperata ricerca
di un affetto negatogli e per il vecchio nonno chiuso nella
sua malattia; è il primo bene per il padre schiacciato
da una situazione economica disperata.
Winspeare, però, colora il finale della sua storia
con un tocco amaro e quasi ironico: nessuno riconosce questi
miracoli, anche Tonio sembra quasi distratto dal riconoscere
i “suoi veri poteri”. Quasi che la semplicità
e la meraviglia di una quotidianità non siano un
miracolo. Il film, così, sembra muoversi su due piani:
il primo (quello narrato) disillude circa il miracolo impossibile;
il secondo (inteso) propone il miracolo possibile.
Il lavoro di Winspeare non si presenta come una trattazione
teologica sul miracolo, ma come un calmo racconto di come
è possibile “essere operatori di miracoli”
nonostante i propri limiti in contesti bisognosi e meno
edulcorati dal devozionismo. Winspeare non si preoccupa
di connotare la vicenda con riferimenti religiosi; sotto
questo aspetto il film sembra addirittura prendere le distanze
dalla ufficialità religiosa. In un contesto laico,
con attese e idee religiose tradizionali, il miracolo è
sperato come sensazionalistico. In attesa di questo altri
se ne compiono. Il nonno ammalato muore, ma prima si riconcilia
con la vita e vive gli ultimi suoi giorni in modo sereno
grazie alla fiducia ispiratagli da Tonio. La delusione di
Tonio aiuta il padre a prendere le distanze dal tornaconto
personale per rispettare ed amare di più il figlio.
La caparbia amicizia di Tonio salva Cinzia dal vortice di
solitudine nel quale si era progressivamente chiusa. Ma
questi non sono i miracoli che incuriosiscono i media e,
forse, noi….
Il miracolo ci interessa, credo, non solo per la giovane
età del protagonista (un preadolescente), ma anche
per la lezione che silenziosamente e senza eccessivi toni
impartisce: la quotidianità e l’apertura agli
altri sono i luoghi dove operare i veri miracoli e che nessuno
è esente dal dono particolare per farlo. È
questa certamente un aspetto di quella santità di
cui siamo chiamati a essere propositori. Tonio, smarrito
e solo, è l’immagine di quel preadolescente
forse oggi dimenticato, forse ritenuto più grande
di quello che in realtà è, alla cui immagine
smaliziata e precoce la cultura dei media ci ha abituato.
A lui – ci si permetta lo scivolamento carismatico
e la semplice parafrasi – manca qualcuno per insegnarli
che per fare i miracoli occorre essere allegri e compiere
bene il proprio dovere ogni giorno.
Il film può essere tranquillamente utilizzato per
affrontare queste tematiche con qualsiasi fascia, compresi
i preadolescenti.
La storia, essenziale e semplice, è rimpolpata da
una sceneggiatura che ne arricchisce le sfumature, soprattutto
stilistiche. I personaggi, quasi, prevedibili e stereotipati,
rimandano a figure e categorie ampie e complesse. La stessa
location offre spunti per ulteriori metafore: una città,
Taranto, di promesse non mantenute, dove nel paesaggio si
incastona una realtà industriale problematica e problematicizzante.
Una città immagine di una società e cultura
non più contadina e maldestramente industrializzata,
ma pigra che ha perso per strada valori e riferimenti e
magari li incontra di nuovo, ma non sa più riconoscerli.
Il miracolo è carico di sensazioni tradotte con capacità
nelle aeree visioni di insieme dei paesaggi e dei personaggi
che si fondono in attraenti panorami. Sensazioni espresse
nel gusto del dettaglio o nelle morbide carrellate che aprono
scenari e si allargano fino a scoppiare in grandangoli chiarissimi
e luminosissimi, così atipici nel cinema di casa
nostra.
Il merito di questo piccolo e semplice capolavoro e di Edoardo
Winspeare, nato a Klagenfurt nel 1965 e residente da sempre
nel Salento. Questa sua terza opera è stata preceduta
Pizzicata (1996) e dal più apprezzato Sangue vivo
(2000), pellicole che hanno raccolto consenso in alcune
nicchie particolari di cinema. Regista atipico e introverso,
sembra giusto dargli la parola quando dice: "Io penso
ai registi che amo come a poeti di immagini che si nutrono
delle profondità dell'anima, perchè sono capaci
di riconoscerle, e che hanno eletto come compagna della
creazione, come scandaglio emotivo, la narrazione cinematografica...
Il miracolo di Winspeare sembra portare con se il messaggio
che propone: è un bel film che ha avuto non molta
attenzione da parte del pubblico… forse perché
abbagliato ed alla ricerca degli effetti speciali! E noi?
Donato
Lacedonio
Scheda
del film
Il
miracolo
Regia: Edoardo Winspeare
Interpreti: Claudio D'Agostino, Carlo Bruni, Anna Ferruzzo,
Stefania Casciaro, Angelo Gamarro, Rosario Sambito, Luca
Cirasola, Frank Crudele, Cosimo Cinieri, Celeste Casciaro.
Nazionalità: Italia 2003
Soggetto: Giorgia Cecere
Sceneggiatura: Giorgia Cecere, Pier Paolo Pirone
Fotografia: Paolo Carnera
Musica: Cinzia Marzo, Donatello Pisanello
Montaggio: Luca Benedetti
Produzione: idecar, RAI Cinema. |
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| PER
LA BIBLIOTECA
una nuova raccolta di poesie
ZOLLE DI LUCE
Richiamo di luce, sulle onde magiche del ricordo, che trasforma
in un “Inno alla gioia” una vicenda di dolore
la morte del fratellino di appena due anni in nuove aree
luminose che si sprigionano dalle “zolle” di
dolore e si trasfigurano in “luce stellare" che
è amore: è qui il centro irradiante, che anima
la poesia di Carlo Blagho. E si fa immagine e parola, linea
portante di una pensosa, lirica forma di poesia: che è
“sete di verità” e “palpito d'amore”.
Una lirica irradiazione che parte dagli affetti e dalle
cose care che ci sono accanto, come eco dei ricordi e sogni
dell’anima, nel dolore stesso dell'essere, sognando
cieli nuovi e spazi siderali di luce. Come fonte di un altrove
misterioso, che è accanto all'uomo, nel quotidiano.
Sulle corde vibranti di una intensa forma di poesia lirica,
che è "attesa". In chiarità di espressione
e del cursus poetico, con una sua sobria, lirica modulazione
di linguaggio.
In questa dimensione, dominano gli affetti domestici: il
fratellino come “zolla di luce”, i capelli della
madre sono “stelle lucenti”, gli steli del grano
“messaggi di luce”, i fremiti dell'anima “palpiti
di luce”, mentre l'anima si risveglia in nuove aurore,
nel mistero dell'essere, che è nelle cose accanto
all'uomo: come "fame di amore" che rinasce dai
fili di erba, anch'essi, "dissetati dalla luce",
come l'anima stessa della poesia che la raccoglie ed esprime.
Armonia luminosa d'amore, che si nutre delle cose di ogni
giorno, come 'Tremito dell'anima sulla corde argentate del
tempo", che consentono di “parlare alla stelle”,
che vibrano negli stessi affetti famigliari: come la madre
che sogna ancora il figlio perduto, rinascente nel sogno
interiore. E della poesia, che ne interpreta parola e sentimenti:
come è tipico di questa terza raccolta dell'autore,
"con un suo volto" poetico di rinascente luce.
In questa particolare forma, in padronanza di immagine e
parola, si espande la tematica: il fratellino “zolla
di luce stellare”, la nipotina che irradia “messaggi
di luce”, la madre che sente ancora in sé il
figlio “vivo” che ha perduto; e ancora, il “fremito
dell'anima sulle corde argentate del tempo”, i fili
d'erba “dissetati dalla luce”, i sassi del Salento
e la tenue luce della luna, le “mani che s'alzano
come arcobaleno / verso il cielo”; quindi, la nostalgia,
dell'aurora, l'amore che “genera la vita” e
la vita che “s’avventura nell'eternità”,
i pensieri e le parole che si confondono col mormorio della
cascata di luce nei ruscelli del pensiero, il bisogno di
“un'altra sorgente / a cui attingere sempre”.
Infine, la “voce del cuore” come “sete
di verità”, la luce notturna che “incontra”
l'aurora, l'immensità del mare, il silenzio irreale:
il tutto, nella “nostalgia dell’infinito”
da riscoprire negli umili gesti del finito.
Una tela irradiante di luce, nella simbologia dell'essere
e degli affetti interiori, che nutrono questa poesia: che
è anche poesia dell’”attesa”, sulle
sponde di un infinito arcano che è dentro l'uomo:
e che la poesia ricerca ed esprime. In intensità
di linguaggio lirico, con una sua cadenza stilistica, che
fonde insieme, parola e immagine, affetti familiari e condizione
dell'essere: di chi riconosce la mano di Dio negli spazi
infiniti, come nel segreto dell'io e delle cose che ci sono
care.
Una forma di poesia, che si dona: «tu hai dentro di
te/ davanti a te zolle di luce [ ... ]/ perché i
viandanti al volgere del vespro/ li avessero in dono».
Poesia come offerta di sé, in una intensa chiarità
di sentimento e di forma, di chi vuol dare un senso alla
parola ed all'anima che la esprime in una nuova “metafora”
della vita: per ritrovare “la verità che è
dentro di noi/paurosi dì scoprirla tra le zolle”.
E che l'autore offre come “inno alla gioia”
in queste vibranti zolle di luce.
Carmine
Di Biase
dalla Prefazione del libro
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centenario
di Portici
SERVO DEL POPOLO DI DIO”
Incontro S. E. Oscar Rodriguez
durante i festeggiamenti del centenario i Portici
Il
Cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, Sacerdote di Don Bosco,
Arcivescovo di Tegucicalpa (Honduras), è nato in
quella città il 29 dicembre 1942. Dal 3 maggio 1961
è entrato a far parte della congregazione salesiana,
ed è stato ordinato Sacerdote in Guatemala il 28
giugno 1970.
Ha sangue indio nelle vene, e ha girato il mondo; parla
cinque lingue, tra cui l'italiano. La sua gente alla notizia
della sua ordinazione episcopale, 8 gennaio 1993, ha avuto
una reazione di gioia e di soddisfazione, quasi di euforia,
molto simile a quella che il Paese sperimentò quando
la Nazionale di calcio si qualificò alla fase finale
dei mondiali. Umanità, cordialità, disponibilità,
competenza: queste sono alcune delle doti che caratterizzano
maggiormente S. Em. Monsignor Rodriguez, che fanno di lui
una delle figure più popolari e più rappresentative
dell'episcopato latino americano. "L'ipotesi di un
Papa dall'America Latina, che è ormai, il baricentro
della Chiesa mondiale, scrive un noto giornalista, ha in
lui il candidato ideale. Uomo intelligente, aperto, moderno,
cosciente dell'incidenza pastorale e sociale della chiesa
Cattolica in America Latina".
S. E. è venuto a Portici il 19 ottobre, ospite gradito
in occasione del centenario della presenza dei salesiani.
Lo abbiamo incontrato dopo una Celebrazione Eucaristica
officiata nella Parrocchia Salesiana di Portici prima di
un suo concerto (di fisarmonica e sassofono) che ha riscosso
calorosi e umani consensi in tutte le persone che gremivano
la pur capiente chiesa di via Dalbono. Dopo aver indossato
una maglietta celebrativa del Centenario dei salesiani del
paese vesuviano, ha risposto con estrema disponibilità
e con uno schietto sorriso salesiano ad alcune nostre domande.
D)
Eminenza, come vorrebbe che fosse il successore di Sua Santità
Giovanni Paolo II?
R) Prima di tutto un Uomo di preghiera: penso che ciò
sia "centrale" nella vita della chiesa. Oggi non
si prega molto, mentre il Santo Padre ci ha insegnato il
valore della Preghiera perché lui è un Uomo
contemplativo e di azione. Proprio come voleva Don Bosco.
D)
Come vorrebbe che fosse la Chiesa del futuro?
R) Soprattutto "missionaria" e non "parcheggiata"!
La globalizzazione ha introdotto un grande male: la privatizzazione.
Soprattutto "missionaria", visto che i tre quarti
del mondo non "conosce" Gesù: quindi, come
possiamo essere "passivi" di fronte a ciò?
Il Papa ha detto che la chiesa deve essere "casa di
comunione", "scuola di comunione".
D)
Don Bosco voleva che i suoi giovani fossero "buoni
Cristiani ed onesti Cittadini": se come buoni Cristiani"
dobbiamo sperare in un mondo migliore, come "onesti
Cittadini" possiamo sperare?
R) Certamente: dobbiamo costruire una "città
nuova", una città per tutti, con giustizia,
con libertà, con verità e con equità.
L'individualismo ci impedisce di realizzare il "bene
comune"!
D)
Dica la verità: preferisce stare in compagnia dei
giovani, degli anziani o dei coetanei?
R) (ridendo di gusto) In compagnia dei giovani. Un Salesiano
ha questa vocazione. Io attingo forza da tutti i giovani!
D)
Qual è la più nobile Virtù Cristiana?
R) Senz'altro l'Amore! Noi dobbiamo "crescere"
nell'amore affinché il Signore "venga"
a tutti noi.
D)
Se lei incontrasse il Signore Onnipotente, cosa Gli direbbe?
R) Che lo amo, che ho "consegnato" la mia vita
a lui per Amore, che voglio continuare, fino alla morte,
a "servire" per Amore!
D)
Quando e perché ha deciso di diventare Sacerdote?
R) Perché conoscevo i Salesiani da quando ero bambino.
Non fu una scelta difficile perché “naturale",
spontanea.
D)
Dio è più Padre o più Madre?
R) Tutte e due le cose. Quando pensiamo alla sua Misericordia,
allora entrambe le realtà sono presenti.
D)
Prevale l'autorevolezza del Padre o la dolcezza della Madre?
R) Credo che prevalga la dolcezza della Madre, sempre, sempre.
D)
La pagina del Vangelo che preferisce?
R) Quando il Signore ci incita a prendere il largo, "Duc
in altum". L'ho sempre amata; ora, in particolare,
di più dopo l'invito del Santo Padre. Il mio salmo
preferito è il 130. ("Come un bimbo in braccio
a sua madre è quieto il mio cuore dentro di me!")
D)
La preghiera prediletta?
R) Senz'altro il Padre nostro e l'Ave Maria.
D)
Cos'è per lei celebrare la Santa Messa?
R) È "salire" verso il cielo! Da 33 anni
che sono Sacerdote penso che in quel momento sono un "ponte"
fra il cielo e la terra.
D)
Quale domanda si aspettava ed, invece, non è stata
fatta?
R) (Ridendo dí gusto) Mamma mia, che domanda... Se
sono candidato ad essere Papa, visto che sempre lo chiedono,
non solo a me, ma a tutti i Cardinali, visto che sono tutti
eleggibili.
D)
Eminenza, Lei è candidato ad essere il successore
di Giovanni Paolo II?
R) (Ridendo a crepapelle) No, non sono candidato. Voglio
solo continuare a "servire" il mio popolo, che
è povero e ha bisogno di incontrare Dio!
D)
Un messaggio finale per i lettori!
R) I Cristiani non sono una specie in via di estinzione.
Siamo "chiamati" da Dio ad essere Santi così
come Madre Teresa e Don Bosco.
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