Lettera dell’ispettore

Carissimi Confratelli,
la recente scomparsa del carissimo Don Pasquale Liberatore ha suscitato una vasta eco di commozione nell’Ispettoria: molti di noi hanno ricevuto personalmente del bene da lui e ora ne sono grati al Signore.
È stato il primo Ispettore dell’Ispettoria Meridionale, dopo l’unificazione delle Ispettorie Campano – Calabra e Pugliese – Lucana.
In lui numerosi confratelli hanno visto il superiore prudente e illuminato, il confratello zelante e infaticabile, il salesiano che ha posto al centro della sua vita il rapporto privilegiato con il Signore e l’educatore convinto di giovani e adulti.
In questa lettera desidero evidenziare un aspetto particolare e, nello stesso tempo, personale di Don Pasquale che può essere di edificazione per tutti.
Spesso, trovandomi alla Pisana, mi recavo nel suo ufficio per salutarlo e per comunicargli notizie sulla nostra Ispettoria: mostrava un vivo desiderio di sapere come andavano le cose ed esprimeva un sentitissimo legame di appartenenza.
Ma nel contempo mi comunicava la sua gioia intima e il godimento spirituale che gli procurava l’incarico di Postulatore.
“Quanta ricchezza!” era solito esclamare, nello scorre la lunga lista di nomi.
E mi metteva al corrente dello stato delle varie cause, del loro progresso.
Specialmente godeva nel far emergere la particolare peculiarità, frutto della fantasia dello Spirito, che brillava nella vita di ogni soggetto, ma che ne faceva un ”unicum” irrepetibile, da proporre come modello.
In tal senso va “letto” anche l’avvenimento della sua morte, serena e attesa, avvenuta nell’imminenza della Festa di Tutti i Santi: quanta delicatezza, da parte del Signore!
Inoltre, la sua ultima venuta nella nostra Ispettoria è stata anch’essa sintomatica : a Cisternino aveva raccolto altra documentazione per la causa di beatificazione di Don Convertini e ne era ripartito soddisfatto.
Ci teneva tanto a che si potessero proclamare apertamente le virtù eroiche di un confratello appartenente alla nostra Ispettoria .
Troverete in queste pagine un riferimento a tutto questo.
“A te, o Signore, anela l’anima mia” è la frase del salmo che era in bella vista sulla scrivania della sua camera.
In quest’anno, siamo chiamati a porre un particolare e più incisivo impegno per il nostro cammino di santità.
Siamo anche stimolati particolarmente dalla commemorazione del 50° della canonizzazione di Domenico Savio.
Questa frase, prescelta da Don Liberatore, sia l’anelito costante della nostra anima come lo è stato per lui. Sia anche il mio personale augurio a tutti voi per il nuovo anno!

Sac. Francesco Gallone - Ispettore
Napoli, 25 dicembre 2003
Natale di Nostro Signore

rapporti interpersonali in comunità
STILI DI ATTACCAMENTO
Crescere e rafforzare l’identità vocazionale
attraverso l’amore di Dio e dei fratelli

La comunità è luogo privilegiato in cui le persone crescono e rafforzano l’identità vocazionale, attraverso l'amore a Dio e ai fratelli. Decisiva è la storia psicologica che ciascuno porta con sé fin dall'infanzia. La comunità religiosa è costituita dalle persone concrete che partecipano alla sua realizzazione, e vi partecipano attraverso la loro storia personale, le proprie gioie, sofferenze, aspettative, memorie, condividendo tutto ciò in un contesto relazionale specifico qual è appunto la vita comune. Sono questi i molteplici doni che siamo chiamati a riconoscere attraverso le quotidiane dinamiche delle relazioni interpersonali. «Se è infatti necessaria una certa maturità, per vivere in comunità, è altrettanto necessaria una cordiale vita fraterna per la maturazione del religioso» (La vita fraterna in comunità, n. 37)
Prendendo a prestito il linguaggio della psicologia interpersonale, in questo articolo vogliamo vedere come le differenze delle storie personali di attaccamento possono essere occasione di crescita comune, nel contesto delle comunità religiose.
La comunità religiosa è il luogo privilegiato in cui le persone crescono e rafforzano la propria identità vocazionale, attraverso l'amore a Dio e ai fratelli sperimentato nei loro rapporti quotidiani. Questo processo di crescita dell'identità personale si sviluppa sulla base della storia psicologica che ciascuno matura secondo lo stile di attaccamento relazionale che ha imparato a usare per assicurarsi la vicinanza delle persone significative durante la propria infanzia (G. LIOTTI (1998), La dimensione interpersonale della coscienza, Carocci, Roma).
Nelle comunità le persone sperimentano e adattano il proprio stile di attaccamento attraverso i loro rapporti quotidiani, dove ripropongono le precoci modalità di relazione che possono essere funzionali oppure non, a seconda della propria storia relazionale e dell'ambiente interpersonale comunitario (Vita Consecrata, n. 51).
La moderna psicologia ha fatto passi da gigante nell'identificare nei processi di attaccamento precoce i prototipi dei modelli di relazione che le persone hanno nella vita reale (G. LIOTTI (2001), Le opere della coscienza, Raffaello Cortina, Milano). Cosa si intende per stile di attaccamento? Il processo di attaccamento è un'esperienza interpersonale che influenza, fin dalla prima infanzia, lo sviluppo della persona. In altri termini è un sistema di regolazione delle modalità di interazione con gli altri, che la persona acquisisce e struttura dentro di sé, con cui regola la vicinanza protettiva di chi l'accudisce (la madre, nel tempo dell'infanzia, oppure altre figure di attaccamento nell'età adulta) in particolare quando si trova in situazioni di bisogno, pericolo o vulnerabilità (J. BOWLBY (1972), Attaccamento e perdita. Vol. 1, Boringheri, Torino).
A seconda delle modalità di accudimento da parte dei genitori, il bambino si abituerà ad attivare un proprio stile di attaccamento che poi, nell'età adulta, sarà correlato a specifiche caratteristiche di personalità e a uno stile relazionale proprio. Gli sfili di attaccamento possono essere così sintetizzati: l'attaccamento sicuro; l'attaccamento ansioso-evitante; quello ambivalente o ansioso-resistente; e infine l'attaccamento disorientato-disorganizzato. Mentre lo stile sicuro permette alla persona di sviluppare delle rappresentazioni interne dì sé e degli altri come altamente desiderabili, gli altri tre portano alla formazione di rappresentazioni che possono ostacolare uno sviluppo relazionale adeguato.
Nel valutare brevemente queste modalità di attaccamento, vogliamo per analogia rilevare sia l'influenza che essi hanno sui comportamenti relazionali vissuti in comunità, e sia la loro evoluzione in un contesto di formazione e crescita interpersonale che dovrebbe caratterizzare ogni comunità religiosa (La vita fraterna in comunità, nn. 23, 43).6

Modalità di relazione
Anche se molte volte non ne siamo consapevoli, le persone si relazionano tra loro secondo delle modalità che appartengono alla propria storia personale. Le esperienze di attaccamento precoci lasciano tracce molto importanti nella memoria di ognuno, e influenzano le nostre modalità di relazione consolidate attraverso ripetute interazioni di legame e riproposte anche nell'età adulta. In comunità, laboratorio di esperienze relazionali, le persone risentono del proprio stile di attaccamento e allo stesso tempo possono attivarsi per rendere ì rapporti con gli altri più autentici e conformi all'amore di Cristo.

L’attaccamento sicuro in comunità
Abbiamo detto che l'attaccamento sicuro è preludio di uno sviluppo altamente desiderabile. Con questo stile relazionale il bambino appare fiducioso di ottenere, dalla figura di attaccamento, un'attenzione pronta e costante al suo bisogno di aiuto. Questo gli permette di allontanarsi da lei per esplorare con sicurezza l'ambiente e i rapporti con gli altri, sapendo che sarà disponibile a fornire conforto e protezione quando lui ne avrà bisogno (A. PACE (1999), Stile d'attaccamento e percorsi di sviluppo, in «Psicologia, Psicoterapie e Salute», 5(3), 325-342).
Le persone con attaccamento sicuro nell'età adulta sono consapevoli di sé ma anche delle proprie esperienze di attaccamento con gli altri, nonché dell'influenza che le loro relazioni possono avere sulla propria identità. Sono capaci di esprimere le proprie emozioni e di regolarle in base alle situazioni che incontrano, in modo da adoperarle come informazioni utili per coordinare il loro rapporto con gli altri.
Nel contesto comunitario, quanti hanno avuto un attaccamento sicuro tendono ad avere una descrizione realistica e coerente. di sé e delle loro esperienze relazionali in comunità. Sono fiduciosi in se stessi e nella propria capacità di adattarsi alle nuove condizioni che la vita comunitaria può presentare quotidianamente, in particolare per quel che riguarda la loro capacità di fronteggiare le emozioni e di vivere le esperienze interpersonali con serenità: infatti, tendono a stabilire legami intimi con gli altri e sono sufficientemente individuati rispetto alla famiglia di origine. Inoltre, sanno contare su se stessi ma sanno anche riconoscere il loro bisogno di affidarsi agli altri, perché sperimentano il rapporto come "base sicura" per attivarsi nell'ambiente comunitario. Ciò vuol dire che hanno fiducia negli altri, e nei loro rapporti tendono a rispettare e a sostenere le persone che vivono con loro, senza per questo annullare se stessi o essere dipendenti.

L’attaccamento evitante
Nel periodo dell'infanzia lo stile di attaccamento evitante è caratteristico di quei bambini che tendono a esplorare le nuove situazioni in maniera rigida, perché molto legati e dipendenti dalle figure di attaccamento. Per garantirsi la vicinanza e l'aiuto di chi li accudisce, essi si mostrano indifferenti ed evitanti per non incorrere nuovamente in esperienze emotivamente frustranti.
Nella vita adulta queste persone tendono ad essere dipendenti dalle persone significative, e nello stesso tempo danno descrizioni idealizzate e poco coerenti di sé. Sono persone portate a minimizzare o a negare, a livello cosciente, il disagio che vivono nei rapporti interpersonali, disagio che loro disconoscono ma che è percepito dagli altri. In comunità ciò si verifica quando i confratelli che hanno questo stile tendono a ignorare le situazioni conflittuali, e a mostrare una parte esageratamente positiva di se stessi.
Sono poco consapevoli delle proprie emozioni, soprattutto di quelle che riguardano i temi dì separazione o di rifiuto da parte degli altri, come succede quando devono trasferirsi da una comunità all'altra, e vivono tali separazioni con indifferenza e rassegnazione, senza esternare i loro vissuti emotivi.
Nei rapporti comunitari si coinvolgono poco, e difficilmente chiedono supporto altrui, perché si mostrano abbastanza autosufficienti e sicuri di poter fare a meno degli altri. Anche il loro coinvolgimento nel lavoro è piuttosto solitario, mancando di volontà a cooperare con le persone (K. L. BARTOLOMEW - HOROWITZ L. M. (1995), Stili di attaccamento tra giovani adulti: analisi di un modello a quattro categorie. In L. Carli (ed.), Attaccamento e rapporto di coppia. Il modello di Bowlby nell'interpretazione del ciclo di vita, Milano, Cortina Editore, 229-273).

Attaccamento di tipo ambivalente
I bamb
ini che hanno uno stile di attaccamento ambivalente sono diffidenti verso le situazioni nuove e si mostrano molto attaccati a chi li accudisce. Poco sicuri nell'esplorazione, tendono a protestare e a piangere dinanzi all'allontanamento del genitore, con l'intento di assicurarsi in questo modo la sua presenza. Il loro atteggiamento di fondo è l'insicurezza per la possibile perdita della figura di attaccamento, e la resistenza dinanzi a ogni suo tentativo di'allontanamento.
Nell'età adulta queste persone continuano a manifestare un atteggiamento di ingratitudine nei confronti delle persone significative (per esempio le persone in autorità). In comunità si mostrano emotivamente molto coinvolti, ma con la tendenza a manifestare un atteggiamento ambivalente nei confronti degli altri: da una parte provano una forte rabbia quando sentono di non essere presi sufficientemente in considerazione e si sentono abbandonati, mentre dall'altra avvertono il desiderio di compiacere e di restare legati e dipendenti dagli altri.
A causa di tale ambivalenza non riescono a distinguere se l'atteggiamento dell'altro è di disponibilità o di abbandono, per cui si sentono vulnerabili, ansiosi, confusi e poco coerenti dinanzi alle richieste dell'ambiente relazionale.
Anche i vissuti emotivi sono percepiti come poco costruttivi e a volte tendono a manipolare le relazioni per ottenere sostegno dagli altri. Infatti, intessono legami possessivi e di dipendenza, per accrescere la stima di sé attraverso il supporto affettivo da parte delle figure significative. Quando si accorgono che l'ambiente comunitario non corrisponde ai propri progetti personali, ecco che rivivono la paura di essere abbandonati, da cui si difendono con rapporti amicali poco durevoli e superficiali.

L’attaccamento di tipo disorientato-disorganizzato
Nella loro infanzia queste persone hanno avuto uno stile di attaccamento strano, disorganizzato e incerto perché non sono riusciti a strutturare un comportamento coerente dinanzi agli atteggiamenti ambigui della figura genitoriale.
Nell'età adulta, questo stile di attaccamento fa riferimento soprattutto ad atteggiamenti e comportamenti relazionali difficili. Molte volte anche nelle comunità religiose possiamo trovare persone che manifestano comportamenti relazionali altamente disfunzionali e problematici. Possiamo riferire a questa categoria le persone che, per esempio, tendono ad atteggiamenti apertamente solitari e poco sociali. Sono poco consapevoli della loro storia personale, e generalmente addebitano i propri problemi alla loro mancanza di assertività, dì competitività e di espressività. La ridotta stima di sé li porta a cercare sostegno negli altri, ma quando lo ottengono non ne sono contenti. Sono gli eterni insoddisfatti, incapaci di affermarsi e di affrontare le situazioni. In comunità sono persone che soffrono della solitudine a cui si costringono, e conservano dentro di sé la convinzione che il rapporto autentico con gli altri non esista (A. PACE (1999), Stile d'attaccamento e percorsi di sviluppo, in «Psicologia, Psicoterapie e Salute», 5(3), pp. 325-342).

Per una formazione permanente
Nelle brevi osservazioni fatte a proposito degli stili di attaccamento abbiamo sottolineato come le esperienze precedenti possono essere usate per guidare le aspettative e i comportamenti relazionali futuri, in particolare nell'età adulta e nello specifico contesto relazionale delle comunità religiose. Tali esperienze, però, non determinano aprioristicamente le relazioni, ma possono mutare con il tempo in funzione di nuove situazioni di attaccamento positivo che la persona può costruire. Questa nozione è molto importante nel contesto della vita comunitaria e in particolare della formazione permanente, perché stimola i confratelli e le consorelle a essere consapevoli delle proprie modalità di interazione, e ad attivare un processo di riorganizzazione della qualità delle proprie relazioni quotidiane (P.M. CRFITENDEN (1999), Attaccamento in età adulta, Raffaello Cortina, Milano, p. 26).
Tutto ciò porta ad alcune considerazioni che sono particolarmente utili nell'ambito delle comunità religiose, dove le persone vivono insieme ed attivano delle strategie relazionali che risentono della storia e del vissuto personale di ognuno.
Una prima considerazione viene dal fatto che tali modelli relazionali interiorizzati già nell'infanzia sono in continua riorganizzazione dentro di noi, e possono essere rimodellati in base alle esperienze relazionali che abbiamo nel corso della nostra vita. Nel contesto della comunità questo significa che, se la persona si trova a vivere con persone che danno sostegno e assicurano un margine positivo di autonomia, anche chi ha avuto stili di attaccamento di tipo insicuro (evitante, ambivalente, e infine disorientato-disorganizzato) può contenere i propri comportamenti difficili. Ciò non vuoi dire che i vissuti disfunzionali scompaiono, ma per lo meno non esplodono e sono contenuti.
Un'altra considerazione importante è che nei rapporti con gli altri della comunità le persone possono crescere nella consapevolezza del loro stile di attaccamento (nel senso che possono prestare attenzione a come si attivano nei confronti degli altri, se cioè tendono a essere dipendenti, manipolativi, aggressivi, indifferenti ... ). Ciò impegna ciascuno a essere responsabile della crescita del fratello, (La vita fraterna in comunità, n. 35) anche quando ha un comportamento di attaccamento non più funzionale alla situazione attuale.
Con questa prospettiva di maturazione reciproca le persone possono dirsi ciò che non va nelle loro relazioni, ma con attenzione e rispetto, perché ciascuno possa accorgersi e correggere i propri comportamenti non sani. Questo atteggiamento di autentica "correzione fraterna" ha una funzione non solo correttiva ma anche di vera riconciliazione, perché permette ai membri della comunità non tanto di colpevolizzarsi a vicenda quanto piuttosto di conciliare le differenze presenti nell'unico progetto di comunione fraterna.
Infine, l'ambito intersoggettivo dove si svolge la vita quotidiana della comunità può essere una occasione di comprensione empatica, dove le persone, attraverso il quotidiano passaggio dall'Io al Noi (La vita fraterna in comunità, n. 39) possono fungere da contenimento e da base sicura per passare da uno stile agonistico o di attaccamento insicuro, fatto di diffidenze, gelosie, pregiudizi, critiche, a uno stile collaborativo dove le singole differenze (anche caratteriali) sono apprezzate e valorizzate nella prospettiva degli obiettivi comuni.

Giuseppe Crea
Testimoni, 15 ottobre 2003, n. 17

 
lectio divina
QUELLA PAROLA INCARNATA
“Videate” per conoscere ed approfondire

Continuiamo la nostra rubrica sulla Lectio Divina, consegna di rinnovamento comunitario consegnatoci dal CG25 e divenuta, anche quest’anno, un impegno di sensibilizzazione del Settore della Formazione (cfr Programmazione pag 25 dell’Agenda Ispettoriale).
Vogliamo consegnare a tutti i Confratelli gli schemi del PowerPoint sulla Parola di Dio presentati al Cinvegno organizzato dalla CISI darante la scorsa estate (cfr Notiziario di ottobre 2003).

SCARICA POWER-POINT

 
temi
di approfondimento
vocazionale

DIREZIONE SPIRITUALE
Elementi di identità
e di definizione di un cammino


In continuità con quanto abbiamo cercato di evidenziare negli ultimi numeri del Notiziario ispettoriale circa l’accompagnamento spirituale, mi piace condividere quanto ho letto di recente sulla Direzione Spirituale. Su alcuni punti si può essere anche un po’ critici, ma credo che a volte le provocazioni ci aiutino a riflettere meglio e a dialogare di più tra di noi. Potrebbe essere una buona occasione per scambiarsi delle idee in una giornata della comunità. Non vuole essere una ripetizione di cose già dette, ma un’ulteriore occasione di coscientizzazione su di una tematica sulla quale continueremo a confrontarci nei prossimi numeri. Buona lettura!

d. Angelo Santorsola

Cosa possiamo normalmente pretendere dalla direzione spirituale? Essa è certamente molto utile, ma non dobbiamo aspettarci che operi dei miracoli. Alcune persone e soprattutto alcuni religiosi che non dovrebbero essere così ingenui, credono di poter trovare un direttore spirituale capace, con una parola, di risolvere tutti i loro problemi. Essi non cercano un direttore, ma un taumaturgo. Infatti, noi spesso pretendiamo che altri risolvano i problemi che dovremmo essere in grado di risolvere noi stessi, non in virtù della nostra sapienza, ma affrontando generosamente quelle difficoltà e quegli obblighi che per noi rappresentano la volontà di Dio. Ma poiché la natura umana è debole, l’appoggio benevolo e i saggi consigli di qualcuno in cui abbiamo fiducia ci permettono spesso di accettare in maniera più perfetta quel che già oscuramente conosciamo e percepiamo. Può darsi che il direttore non ci riveli nulla che già non sappiamo, ma è gran cosa se ci aiuta a vincere le nostre perplessità e se rinvigorisce la nostra generosità nel servire il Signore. Tuttavia, in molte circostanze, il direttore ci rivelerà cose che prima non eravamo riusciti a percepire, nonostante fossero chiare e lampanti. Anche questa è senza dubbio una grande grazia di cui dovremmo essere riconoscenti.
Thomas Merton

Il direttore spirituale è un fratello maggiore che condivide con il diretto un tratto di strada perché possa discernere l'azione dello Spirito e decidere di rispondervi in libertà per la propria trascendenza nella maturazione della propria identità.

Si può prendere l'esempio di Mosè con tutte le sue caratteristiche:
1 - Deve essere inviato da Dio, cioè incaricato ufficialmente di questa missione da parte della Chiesa (sacerdote o altro)
2 - Per quanto riguarda la missione particolare, deve farla per obbedire a Dio e non per gratificazione personale: deve essere riluttante piuttosto che eccessivamente desideroso di assumersi questa responsabilità, lo deve fare come una croce sopportata e accettata per amore. Diffidare di quelli che si propongono con entusiasmo come direttori spirituali, soprattutto alle ragazze.
3 - Così come Mosè, non sa dove Dio ti vuole portare, il suo compito è di discernimento e annuncio della volontà di Dio nei tuoi confronti. Più che una guida è uno strumento, un tramite.
4 - Deve essere anche duro e non transigere su certi punti fondamentali per paura di perderti. Ci devono essere momenti in cui ti viene voglia di lasciarlo perdere: chi ti da' sempre ragione non ti ama. Davanti a Dio intercede per te, ma davanti a te sa essere fermo.
5 - Deve dare i segni del vero profeta, cioè le cose che dice funzionano e accadono sul serio, anche se certo non è un mago e si può anche sbagliare su alcuni punti.
6 - Deve essere in consonanza con ciò che dice la Chiesa, ti deve annunciare la Parola di Dio così come la Chiesa la comprende e non come lui la pensa soggettivamente. Deve amare la Chiesa anche nella sua componente gerarchica, non deve essere polemico verso di essa o porsi in alternativa.
7 - Deve essere come Giovanni Battista: Cristo deve crescere e lui diminuire, non deve tendere a legarti a sé ma a renderti anzi sempre più libera da lui. Non ci devono essere gelosie di nessun tipo, tu ti devi sentire totalmente libera o libero di andare da qualcun altro senza bronci suoi o reazioni infantili.
8 - Deve fare questo servizio gratis, senza volere niente da te, non deve avere alcun interesse. Il fatto che tu gli possa essere utile in qualche modo (catechismo, vocazione...) non deve assolutamente influire su quello che ti consiglia. Deve cercare sinceramente la volontà di Dio su di te (anche se il seguire questa può portarti ad allontanarti da lui e a non essergli più utile) e non perseguire qualche suo fine, fosse anche il migliore e il più santo.
Credo che nella direzione spirituale si possa andare incontro a due eccessi:
- quando uno è eccessivamente desideroso questo può venire da un desiderio di gratificazione personale.
- si può anche andare incontro al rischio opposto, cioè quando uno è eccessivamente riluttante perché in questo caso può non venire da umiltà autentica ma dal non volersi assumere responsabilità nei confronti di nessuno, cioè da una fuga e da una immaturità con un fondamentale egoismo.
I figli portano sempre scocciature e preoccupazioni, sconvolgono la vita e i programmi. Non si può pretendere di essere padre senza voler lasciarsi disturbare nei propri programmi, come se una madre volesse limitare il proprio impegno solo a certi momenti della giornata.
I figli legano e chi non vuole lasciarsi legare non cresce nella vita.

Come dice giustamente dice la sapienza della Chiesa, credo che il primo passo sia verificare se è nata la fede. Per questo prima di qualsiasi inizio di accompagnamento la persona deve avere almeno udito qualcosa, un corso, una catechesi od una omelia.
L'annuncio di fede spalanca la porta sull'orizzonte di Dio, ma ancora non da' la fede vera e propria. E' un'inizio, è la parte che fa Dio, ma perché nasca la fede ci vuole la ratifica dell'uomo con un atto concreto di obbedienza a Dio che viene percepito come un rinnegamento di sé.
Lc 5. La pesca miracolosa. Solo dopo che ha obbedito sulla fiducia Pietro acquista veramente la fede. Non è nata la fede se uno non ha sperimentato chiaramente l'opposizione tra carne e spirito.
Rm 7. 1 Gv 1. Appena arriva la luce di Cristo si scopre l'uomo vecchio che si rivolta. Bisogna aver sentito il ruggito della carne, aver cercato di rinnegare sé stessi cercando di vincerla e aver sperimentato la salvezza di Cristo. Noi sappiamo di essere passati da morte a vita perché amiamo i fratelli. Uno deve avere vissuto coscientemente il movimento. Se le due letture non risuonano vuol dire che la persona anche se agisce bene, agisce ancora secondo la carne, per indole buona o per abitudine.

Itinerario per accompagnamento personale
1 - Accoglienza affettiva (Sentirsi amati/Ama te stesso/altro stimolo che valorizzi la dimensione di affabilità nella relazione)
2 - Fede o religiosità (Con tutta l’anima/Amerai/Ipotesi su Gesù/Testo sulla Chiesa/o altro stimolo che verifichi il livello di Fede in Gesù e nella Chiesa)
3 - Obbedienza e ruoli (Con tutta l’anima/Generati dallo Spirito/o altro stimolo che valorizzi e chiarifichi l’assestarsi e la dinamicità tra direttore e Diretto nella trasparenza e nella Verità)
4 - Preghiera - Lectio (Adorazione e preghiera di semplice presenza a/in Dio; Testi per la Lectio di S. Fausti/testi scelti ad personam)
5 - Analisi (Analisi Psico-spirituale usando come sussidio “Amerai il signore Dio tuo” di A. Cencini) - in seguito si possono utilizzare i seguenti testi per continuare l’analisi: “Vivere riconciliati” di A. Cencini e “Vivere insieme” di A. Manenti.
Nel cammino si tenga conto di una frequenza differenziata degli incontri per tipologia del diretto/per tempi iniziali/per situazioni particolari/ecc. in un cammino di Verità di sé affettiva - relazionale - spirituale.

Itinerario per accompagnamento di coppia
1 - Accoglienza affettiva (ascolto della coppia/distanza da entrambi/educare alla visione positiva del partner/valorizzare il fatto che si è presenti nella gioia e nel dolore come padre-fratello in cammino, come terzo punto) (molto ascolto/sessualità di P. A. Gasparino/Dare e ricevere..)
2 - Fede o religiosità (verifica se nella coppia e prima nei singoli c’è la fede/se sono consapevoli della presenza di Gesù/se sono consapevoli di essere una piccola Chiesa) (Chiamati all’Amore../Scoprire l’Amore)
3 - Obbedienza e ruoli (fare chiarezza sul proprio ruolo sacerdotale-sacramentale/ruoli all’interno della coppia/favorire lo scambio dialogico) (Direttorio di Pastorale Familiare/Genarti dallo Spirito/Con tutta l’anima/Con passione e con rispetto)
4 - Preghiera - Lectio (favorire il dialogo orante nella coppia con metodo e in alcune occasioni particolari/risonanza di coppia sulla Parola/adorazione di coppia con invocazione della Sapienza) (Bereshit/preghiera familiare anche con un presbitero/preghiera sul Partner)
5 - Analisi (favorire l’analisi relazionale e lo smascheramento delle dinamiche trasferenziali) (nuclei di morte nella vita di coppia/Coppia e famiglia...di A. Manenti/Ben-Essere in famiglia)
Nel cammino si tenga conto di una frequenza differenziata degli incontri per tipologia della coppia/per tempi iniziali/per situazioni particolari/ecc. in un cammino di Verità di coppia affettiva - relazionale - spirituale; attenzione all’effetto paziente-designato; ricordarsi di essere Gesù tra la coppia; distanza.

 

 

sacerdoti del quinquennio
SDB E LAICI INSIEME
PER UN CAMMINO FORMATIVO

L’incontro di formazione del 28 ottobre
Pacognano, 28 Ottobre.

Siamo stati invitati ad un incontro/confronto con i preti del quinquennio della nostra Ispettoria. Siamo un gruppo di laici (giovanissimi nel cuore, un po' meno nell'età) di Caserta, Salerno, Vietri Napoli e Torre.
Di quelli che hanno visto arrivare e partire molti salesiani dai loro ambienti. Probabilmente siamo "croce e delizia" di quei giovani salesiani sacerdoti che si trovano nei loro oratori, scuole e parrocchie, laici adulti come noi: quelli che hanno già visto, già sentito, già programmato ... Immagino non sia sempre facile per questi giovani amici ritrovarsi tanti solerti "mamma e papà", tanti fratelli e sorelle maggiori in oratorio!
Penso questo quando entro in sala e, insieme all'Ispettore e al Vicario (che qualche hanno più di noi lo hanno!), vedo tra questi giovani salesiani volti che ho conosciuto adolescenti ... per i quali ho programmato itinerari, campi, attività.
E penso anche che, a 39 anni, per me non è immediato confrontarmi con loro. Venti anni fa, dieci anni fa il salesiano era per me l'adulto di riferimento ... oggi non posso fare a meno di pensare a questi salesiani un po' come "ragazzi del mio gruppo". Immagino che anche per gi altri laici sia così. Immediatamente intuisco che corriamo il rischio di tarpare loro le ali, di non concedergli fiducia.
Li guardo, li ascolto; mi appaiono convinti, saldi nella fede, innamorati di Don Bosco e dei giovani; a tratti perplessi, sagaci, decisamente disincantati, qualche volta un po' amari.
La differenza d'età è una impasse? È necessario superarla! .... Si apre per noi e per loro una nuova sfida: oggi siamo compagni d'avventura. È necessaria una nuovo patto, una sinergia rinnovata; Rinnovata , non nuova; è fin troppo immediato tornare col pensiero a Don Bosco e ai suoi futuristici cooperatori ottocenteschi.
Comincia lo scambio di idee (forse i giovani confratelli hanno, ahimè, più ascoltato che parlato!)
Le nostre storie personali e salesiane divengono occasione di riflessione e offerta di disponibilità.
Sentiamo di non tradire l'intuizione di Don Bosco, offrendoci come interlocutori privilegiati delle comunità salesiane; soprattutto oggi che le comunità sono spesso piccole, a volte anziane. Desideriamo che i cortili dei nostri ambienti siano le nostre case e che le nostra case siano le famiglie dei confratelli salesiani. Con loro desideriamo aprire gli ambienti locali al territorio, ad essi ci rendiamo disponibili per un dialogo aperto e proficuo.
Come genitori, ci accorgiamo dell'adesione profonda di questi giovani confratelli a Cristo e a Don Bosco; ne comprendiamo la fragilità, ne condividiamo la ricerca della verità autentica (quella che non concede sconti e che non ammette filtri).
Come professionisti, offriamo loro tutte quelle competenze tecniche e tutte quelle intuizioni che li sostengano nella missione evangelizzatrice tra i giovani.
Come educatori, lanciamo loro la sfida, che già fu di Don Bosco, della pedagogia dell'uno per uno. Ci facciamo portavoce dei giovani e chiediamo per loro l'incontro personale e il dialogo. Chiediamo loro di ritornare a solcare di passi sincroni con quelli dei giovani i cortili degli oratori.
Come laici, invochiamo una testimonianza gioiosa della loro vocazione alla consacrazione.
Come fratelli in Cristo e in Don Bosco, offriamo loro la nostra esperienza, come la nostra imperfezione;le nostre case, come i nostri consigli; la nostra capacità di ascolto come la volontà di sporcarsi insieme le mani.
Desideriamo che le nostre famiglie coincidano con l'unica grande Famiglia Salesiana. E non c'è altra via per realizzare questo che, come ha già sottolineato il capitolo Generale, che crescere nella spiritualità di relazione. Crescere nella volontà e nella capacità di costruire relazioni sane ed autentiche; relazioni che divengano traine ed orditi di quella comunione fraterna che è la tela dei nostri ambienti, dove disegnare progetti di bene per i giovani.
Relazioni che non osservano funzionalismi ma che si nutrano di sincera e concreta attenzione all'altro.
Relazioni che realizzino comunità in cui ognuno non solo educhi ma si lasci educare; non solo arricchisca, ma accetti di arricchirsi dell'altrui unicità.
Il tempo è sempre poco; i giovani confratelli si raccontano: incontri, progetti, difficoltà.
Forse eravamo giunti a quest’incontro tutti non molto convinti; adesso ci lasciamo chiedendoci di rivederci.
Il progetto del volersi bene, del crescere e del donarsi insieme ai giovani sta a cuore a tutti nella nostra famiglia. E se l'entusiasmo (quello che invoca il soffio di Dio) di tanto in tanto dovesse affievolirsi, la certezza di essere parte di un noi più grande renda il nostro cammino più leggero, confermi in noi il valore della nostra missione tra i giovani e illumini di senso ogni gesto, ogni assenso, ogni sacrificio.

Gabriella Schettini

 

incontro tirocinanti
VENITE IN DISPARTE E RIPOSATEVI UN PO’
L’incontro dei tirocinanti

Il 15 e 16 novembre scorso come di consueto si è tenuto a Napoli don Bosco il primo incontro tirocinanti di quest’anno: momento di formazione, di riposo e di fraternità.
Ci siamo ritrovati nel pomeriggio del 15 e, come da tradizione salesiana, il momento dell’accoglienza è stato vissuto con grande entusiasmo, soprattutto da chi, rivedeva dopo qualche mese confratelli con cui ha trascorso i primi anni della formazione.
La comunicazione delle varie esperienze è stata da subito spontanea e così ognuno ha potuto raccontare nella fraternità le varie imprese “eroiche” vissute tra il cortile, le classi e le camerate dei ragazzi. Nel pomeriggio, dopo aver dato ampia soddisfazione ai leggeri languorini nati con il viaggio, ci siamo ritrovati con l’Ispettore, il Vicario e don Gennaro Direttore del d. Bosco.
“Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’ “ con queste parole don Franco ha dato inizio ai lavori, ricordandoci l’esperienza dei primi discepoli del Maestro che dopo i primi momenti di apostolato vivevano l’entusiasmo ed anche la fatica per ciò che stavano vivendo. Dopo il “breve” saluto dell’Ispettore, la parola è andata al direttore del don Bosco con cui abbiamo riflettuto sulla realtà dell’Emarginazione inquadrandola nel quadro di formazione del Salesiano e nella Pastorale Giovanile, che viviamo all’interno dell’ipettoria. Non è stata una conferenza cattedratica quella di don Gennaro, anzi una vera e propria comunicazione familiare, in cui ognuno ha dato apporto con la sua esperienza. Si è preferito parlare, anzicchè di ragazzi “emarginati” o ragazzi “disagiati”, di “ragazzi senza…” proprio per rispettare al meglio ciò che le nostre costituzioni e i recenti quadri sociologici dicono a riguardo delle varie situazioni di povertà. Abbiamo cercato poi di provare a convertire le tante parole in qualche “progetto” da inquadrarsi nelle diverse realtà locali di impegno apostolico. Certo, “progetti” che probabilmente non realizzeremo, ma che hanno contribuito a tener viva e talvolta a riaccendere in noi giovani salesiani, quell’assillante anelito che ha caratterizzato l’esperienza di don Bosco: lavorare per i giovani soprattutto i più poveri.
La serata è stata poi vissuta nella comunità “le Ali” che ci ha accolto, anche per la notte, e dove abbiamo vissuto momenti di grande convivialità con la presenza di altri confratelli delle comunità del Don Bosco e del Don Rua. Dopo la preghiera di Compieta, c’è stato ancora un po’ di tempo per lo stare insieme e tra una risata e l’altra si è andato avanti sino a notte fonda.
La giornata di domenica è stata altrettanto impegnativa quanto il sabato, per ricordarci che per noi salesiani non ci sono giorni di vacanza.
Nella mattinata, dopo la preghiera delle Lodi, abbiamo vissuto un altro momento di formazione e condivisione con don Tobia su quelle che sono le caratteristiche del Tirocinio. In seguito siamo stati anche arricchiti dalle parole di don Giuseppe Zaino che ha rivissuto con noi la sua esperienza di Tirocinio, ricordando come questa sia stata una tappa davvero importante per la sua formazione. Non poteva mancare la S. Messa presieduta dall’Ispettore e celebrata nella nuova cappella del Don Bosco, ambiente che ha contribuito ad accrescere il clima di intimità nel ricordo dell’esperienza del “cenacolo” dei primi cristiani.
Dopo il pranzo, le solite foto di rito per immortalare nel tempo questi due giorni vissuti, forse non troppo all’insegna del riposo, ma che di certo hanno contribuito a dare nuova energia e nuovo entusiasmo alla nostra attività pastorale. Soprattutto sono stati giorni in cui abbiamo potuto riflettere, anche se in maniera implicita, su come per noi salesiani “il vivere e il lavorare insieme” sia una esperienza privilegiata per il nostro incontro con il Signore: è proprio la comunione tra i confratelli la “provocazione”, che come giovani consacrati, lanciamo a questa società, che ci interpella con sempre nuove “sfide”.

Roma Gianpaolo

consulta della Famiglia Salesiana
CONOSCERSI
PER UNA MAGGIORE COMUNIONE

Impegni per essere significativi nel sud

Il 19 ottobre 2003 presso la casa delle Figlie di Maria Ausiliatrice di Potenza si è riunita la Consulta della Famiglia Salesiana del Meridione d'Italia.
Nonostante i molteplici punti all'ordine dei giorno si è preferito dare spazio alla presentazione dei nuovi arrivati.
La Consulta della Famiglia Salesiana è un organismo composto da tutti i rappresentanti di tutti i gruppi riconosciuti nella Famiglia Salesiana, che ormai sono ventuno.
La Famiglia Salesiana, infatti, da don Rinaldi, terzo successore di Don Bosco, ha avuto un incredibile espansione sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo.
Nella nostra Famiglia Religiosa sono presenti tutte le tipologie di Istituti di Vita Consacrata e di Società di Vita Apostolica, Associazioni, Pie Unioni e Confederazioni.
Il nucleo principale fondato direttamente da don Bosco Santo è formato da due congregazioni, una maschile, La Società Salesiana di San Giovanni Bosco (SDB) e una femminile, le Figlie di Maria Ausifiatrice (Salesiane di Don Bosco) (FMA), e dall'Associazione dei Cooperatori Salesiani (ACS). Questi primi tre gruppi sono la base della Famiglia Salesiana e nella "Consulta" dei Meridione rappresentano il Consiglio di Presidenza.
Don Bosco ha fondato, inoltre, anche I' Associazione di Maria Ausiliatrice (ADMA).
Molteplici gruppi successivamente hanno avuto la loro nascita e il loro riconoscimento nella Famiglia Salesiana, e molti di questi sono presenti nella nostra realtà dell'italia Meridionale.
L'entusiasmo dei nuovi gruppi, accompagnato dalla staffetta delle nuove presenze dei responsabili della Famiglia Salesiana, danno nuovo slancio e dinamicità alla stessa.
Il cambio più evidente e significativo è stato quello della nuova Ispettrice delle FMA. Infatti dopo la ristrutturazione interna dei governo dell'istituto, le Figlie di Maria Ausiliatrice, hanno unito le due Ispettorie dell'italia Meridionale fondandone una nuova con a capo Suor Anna Razionale.
Suor Anna, pur essendo originaria della terra di Puglia, ha sempre lavorato a Torino e Roma con incarichi importanti di Pastorale e Formazione.
All'intemo della consulta ha espresso il suo personale e rappresentativo impegno affinché la Famiglia Salesiana possa essere sempre di più un punto di riferimento carismatico e comunionale per tutti i membri e per i giovani di oggi.
Dal dibattito assembleare è scaturita l'esigenza di conoscersi di più e di approfondire, condividendo, tutti i cammini dei singoli gruppi per elaborare un progetto comune nella comunione della missione.
Per questo motivo si è deciso di dedicare più tempo ai momenti della consulta: ci si riunirà due volte all'anno e rispettivamente un week end in autunno e una giornata in primavera.
Il maggior tempo a disposizione darà la possibilità di conoscersi meglio e di condividere cammini vocazionali e progetti apostolici.
Per la giornata di studio della Famiglia Salesiana, si è deciso di celebrarla, anche quest'anno, a livello locale, con un tema unitario, che coinvolga tutti i gruppi. Lo scambio vicendevole delle idee su un progetto di pastorale vocazionale unitaria della Famiglia Salesiana, ha fatto scaturire l'esigenza di riflettere in tempi brevi alla progettazione insieme.
È stata una giornata entusiasmante e distensiva. Dopo tanti anni di cammino e di sacrifici da parte di Salesiani, di Suore e di Laici impegnati nel credere nella Famiglia Salesiana, si è avvertito ancor più l'urgenza d'essere luogo significativo di comunione familiare per il Meridione Civile ed ecclesiale.

 
IX eurobosco
EXALLIEVO CITTADINO EUROPEO
Pisana 28 ottobre - I novembre

La Federazione Italiana Exallievi/e di Don Bosco, su incarico della Federazione Mondiale, ha organizzato presso il Salesianum il IX Eurobosco che dopo 13 anni (Taormina, 1990) è tornato in Italia per riflettere sul tema "L'Exallievo di Don Bosco cittadino attivo in Europa" e servirà anche per il Congresso Mondiale del prossimo anno. Alle cinque intense sessioni hanno partecipato i Consiglieri Regionali GEX Luciano Donadio e Gianluca Raimondi con il sottoscritto Presidente.
L'esperienza associativa del meeting è stata forte e qualificante per il respiro internazionale (i partecipanti provenivano da tutti I paesi d'Europa) e per i temi sviluppati dai relatori che hanno contribuito, partendo dall'analisi del presente, a delineare prospettive e obiettivi per il domani dell'associazionismo (in generale e di quello salesiano in particolare) e del volontariato.
I lavori, introdotti da Don Luc Van Looy (Consiglíere Generale per la Famiglia Salesiana e Vicario del Rettor Maggiore), Antonio Pires (Presidente della Confederazione Mondiale) e Bernardo Cannelli (Presidente della Federazione Italiana), hanno raggiunto il primo picco di valenza contenutistica con le relazioni dei Proff. Zarnam (Università dì Bologna) e A. Vandervelde (Università di Lovanio) che hanno affrontato rispettivamente i temi: “Il terzo settore e la crisi del Welfare - quale ruolo per l'associazionismo e il volontariato in prospettiva europea?" e "Giovani e volontariato, solidarietà europea per uno sviluppo nel mondo".
Dopo le arricchenti comunicazioni di esperienze da parte del VIS, VIDES, Don Bosco Youth Net, SCS/CNOS, l'Eurobosco - conclusosi con le relazioni di Suor Yvonne Reungoat (Vicaria Generale delle F.MA) e dei Presidenti Nazionale e della Confederazione Mondiale che hanno invitato a "promuovere una globalizzazione della solidarietà", utilizzando meglio e di più le potenzialità dei notevoli canali di trasmissione di i la F.S. dispone e sviluppando la fantasia della carità per far emergere progetti d’impegno in - prospettiva europea ha raggiunto il suo acme venerdì 31 ottobre con l'illuminato ed energico intervento dei Rettor Maggiore Don Pascual Chávez Villanueva sul tema "Spiritualità salesiana e solidarìetà".
Egli, analizzando l'attuale situazione che sta vivendo il nostro continente "segnata da gravi incertezze a livello culturale, antropologico, etico e spirituale" ma sorretta da un “accresciuto bisogno di speranza", ha con forza e calma sottolineato: -"Ecco,cari Exallievi di Don Bosco, il mondo in cui siete inviati per aiutarlo a ritrovare speranza e futuro...; Che senso ha un'associazione salesiana se non si mantiene in dialogo con la realtà, se non è aperta alle domande che questa le pone e se non ha risposte da offrire come contributo?”.
"La vostra associazione in Europa è chiamata ad offrire il proprio contributo anzitutto vivendo ed attuando l'educazione che avete ricevuto…, educazione che aiuta a divenire seme nel mondo e che fa imparare ad impostare gli affari del mondo sotto la luce del Vangelo... Tutta l'educazione salesiana è orientata a formare onesti cittadini e buoni cristiani e in questo binomio si trova l'identità e l'impegno degli Exallievi di Don Bosco". L'identità più profonda dell'exallievo è quindi essere sale, luce e lievito e veri cittadini nel proprio mondo per collaborare alla sua umanizzazione -portando una rinnovata esigenza di giustizia sociale, di solidarietà, di sviluppo, di pace. ... creando reti di bene in "questo tempo esaltante e sfidante".
Il Rettor Maggiore ha concluso dicendo: "Cari amici, vi ringrazio di quello che siete e di quello che rappresentate. La vostra responsabile appartenenza alla Famiglia Salesiana e la vostra vita sono il migliore monumento al sistema educativo di d. Bosco. Grazie e coraggio! La società e la chiesa in Europa hanno bisogno di voi!”.
Le sue esortazioni, la sua fiducia in noi Exallievi ci stimolino a vivacizzare e rigenerare le nostre realtà associative con il sostegno della carismatica presenza dei Salesiani che guideranno spiritualmente la nostra Associazione e ne favoriranno la proposta di aggregazione operativa ai giovani che, educati negli oratori - istituti, porteranno nella società civile ed ecclesiale i valori cristiani ed educativi salesiani.

Rodolfo Graziano
Presidente Regionale Exallievi - Campania

animazione missionaria
INFORMAZIONE E SVILUPPO
Cronaca di weekend
di formazione per animatori missionari

Sabato 29 e domenica 30 novembre si è svolto presso la casa salesiana di Grumento Nova (Pz) il terzo incontro di animazione missionaria della nostra ispettoria.
Appuntamento per tutti i partecipanti ore 16e30, e per quell’ora si aspettano solo i pochi ed ultimi ritardatari. Con immensa emozione si nota una massiccia presenza: siamo quasi 70! È bello notare anche che le case che partecipano agli incontri sono sempre di più: lo spirito missionario salesiano dilaga come una bella influenza!!
Il clima è subito quello salesiano e la prima mezzora passa tra i saluti dei vecchi amici e la conoscenza dei nuovi. Ci riuniamo tutti nel salone dove don Angelo, che ormai è alla guida di questo gruppo con evidente successo da ben 5 anni, ci introduce nel tema che sarà il protagonista di questo week-end: Informazione e Sviluppo – I media e l’immagine dell’altro. Ci presenta così don Donato Lacedonio che ci guiderà in questo viaggio dell’approccio critico nei confronti dei mezzi di informazione. La prima ora passa velocemente, l’argomento è molto interessante e magistralmente don Donato ci conduce dei meandri della comunicazione e soprattutto della comunicazione tra gruppi culturali diversi. In effetti tutti ci rendiamo conto che l’incontro di culture diverse è un fenomeno che è sempre più in aumento e che non possiamo né ignorare né considerare come qualcosa di negativo. Le culture si portano dietro religioni, usi, e “vite” diverse e forse non è più il momento di parlare di tolleranza ma di vero e proprio incontro. L’incontro però è alla pari quando c’è una reale conoscenza delle altre culture. In tutto questo i media svolgono un ruolo fondamentale e molto spesso l’immagine che abbiamo di un popolo è influenzata da come questo ci viene presentato dai mezzi di informazione.
A tale proposito don Donato ci mostra una serie di tabelle che ci mostrano la presenza degli extracomunitari nei nostri telegiornali e nelle nostre trasmissioni televisive e prendiamo atto che….siamo strumentalizzati! La conferma avviene attraverso l’analisi di uno spot pubblicitario di una nota compagnia telefonica..
Insomma la serata procede tra una pausa e l’altra e ne abbiamo a sufficienza per riflettere! Dopo l’ultimo incontro prepariamo per la cena un immensa tavolata e ringraziamo le signore di Potenza per il lauto pasto. Dopo cena don Donato ci propone un film, “Il cerchio”, di un regista iraniano sulla condizione delle donne in Iran che è “diverso” dai film che siamo abituati a vedere ma che fa riflettere molto sull’approccio occidentale al cinema! La serata si conclude con un momento di preghiera e la buona notte in stile don Bosco di don Pasquale. Tutti a nanna..e qualcuno dorme per terra vicino al camino….siamo tanti!!
Al mattino ci vediamo in chiesa per la preghiera e Alessandro di Andria ci fa dono della sua esperienza estiva di animatore presso l’oratorio di Torre Annunziata: anche questa è missione!
Dopo colazione tiriamo le somme di quanto abbiamo trattato il giorno prima e don Donato ci segnala alcuni siti web dove poter approfondire l’argomento. Don Angelo dopo aver dato alcune informazioni riguardanti le esperienze estive passa la parola a don Matteo, il nostro economo ispettoriale, che ci parla di una nuova fondazione, “Don Bosco e i Balcani”, nata per promuovere progetti di sviluppo in Albania e Kossovo. Prendiamo quante più informazioni possibili con l’impegno di farci promotori nelle nostre comunità.
Concludiamo la mattinata e questo week-end nella maniera più bella possibile: attorno all’Eucaristia. Questo momento ci rende uniti nella cosa più importante che abbiamo in comune: Gesù. Segue il pranzo festeggiando Andrea e Raffaele che festeggiano il loro compleanno, e ci salutiamo tutti affettuosamente dandoci appuntamento al 3 e 4 gennaio a Soverato per il prossimo incontro!

Giuseppe Di Sario

 

la parola ad una mamma di oratoriani
A PROPOSITO DI SANTITÀ
Alla ricerca di nuovi esempi di santit
à

Sono una mamma di due ragazzi che frequentano l’oratorio salesiano San Giuseppe di Molfetta e oggi ho letto il primo numero del giornalino oratoriano e l’ho trovato interessante, soprattutto il tema trattato: quello sulla Santità.
Io penso che… in un mondo come il nostro, fatto di frivolezze, dove tutto “pare” sia importante e improntato sull’apparire… (scusate questo gioco di parole!) dove devi essere bello e perfetto per avere successo nella vita, la parola Santità, forse, farebbe sorridere, addirittura, se usata, qualcuno potrebbe scambiarti per un matto sentendo questo termine che non è usato nel linguaggio “moderno”.
Dove tutti corrono o rincorrono… non so cosa (quale premio ci sia poi alla fine non lo so!), parlare di Santità sembra una bestemmia. Ma se mi soffermo un attimo a riflettere, ebbene, penso che la parola Santità assuma ancor oggi un grande significato. La Santità è come un quadrifoglio, è qualcosa di molto raro da trovare e, quando la trovi forse tutta la tua vita assume un nuovo significato e vale la pena di viverla sino in fondo.
Se guardiamo bene intorno a noi, esempi di Santità, nella nostra vita quotidiana ci sono tanti esempi di “Santi” (senza aureola) ma che hanno messo al primo posto “gli altri”, “gli ultimi”, i bisognosi di cure del corpo e dell’anima. Pensiamo ai volontari della Croce Rossa, ai volontari della Misericordia, ragazzi che potrebbero stare benissimo seduti al bar o davanti ad un video giochi, ma hanno preferito dare il loro aiuto in soccorso degli altri. Pensiamo a quanti carabinieri, poliziotti ogni giorno combattono per fermare la criminalità così dilagante, sono anch’essi santi che mettono a repentaglio la loro vita.
Pensiamo a chi vuole fermare i signori della droga portatori di morte.
Pensiamo anche a quei “Santi sacerdoti” che combattono da soli una battaglia contro chi sfrutta povere ragazze venute dall’Est (e non solo), costringendole alla prostituzione. Sono questi, “santi dei nostri giorni”.
E per ultimi, ma non meno importanti degli altri, pensiamo ai genitori che considero Santi perché hanno il grande e difficile compito di educare i propri figli.
Potrei continuare all’infinito, ma non vorrei essere prolissa, per cui concludendo mi permetto di dire (e vorrei sperare) che una briciola di Santità in qualche parte del nostro cuore ci sia, basta saperla trovare e avere il coraggio di esprimerla.

Una mamma dell’oratorio di Molfetta

 

COMUNICAZIONI SOCIALI
mostra internazionale d’arte cinematografica

IL MIRACOLO
Una lettura del film di Winspeare

Il miracolo, terzo film di Edoardo Winspeare, è stato presentato nella Sezione principale della 60° Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno e contemporaneamente distribuito nelle sale riscuotendo simpatie e consensi anche tra il pubblico che lo ha visto.
Contravvenendo alle indicazioni del padre, Tonio esce in bicicletta per le strade, ma una ragazza lo investe con la sua auto lasciandolo sul ciglio della strada. In ospedale incontra un uomo con una crisi cardiaca, lo tocca…. Improvvisamente si riprende; si diffonde una voce: un miracolo! La notizia coinvolge pian piano la madre di Tonio ed il padre che versa in cattive condizioni economiche. La vita di Cinzia, la ragazza che ha investito Tonio, non brilla, sotto una apparente scorza si nasconde un grande bisogno di affetto e di amore. La notizia che Tonio abbia acquisito il dono del miracolo interessa anche un suo amico di scuola che lo invita a guarire il nonno gravemente ammalato di cancro. Cinzia incontra Tonio e tra i due nasce un rapporto di amicizia. Tutto sembra andare per il meglio: la salute del vecchio nonno migliora e Cinzia sembra avvicinarsi alla mamma; anche l’interesse di un giornalista sembra aprire uno spiraglio di speranza nella situazione economica della famiglia. All’improvviso, invece, tutto precipita e Tonio perde fiducia in se stesso. Si mette alla ricerca di Cinzia e giunge in tempo per salvarla… ma nel frattempo di miracoli Tonio ne ha compiuti!
Il film è semplice e lineare. I personaggi, le storie, i problemi e la stessa città si presentano senza fronzoli e portano con loro contraddizioni e speranze. Il film si costruisce tra la conferma, la smentita e la riconsiderazione dell’idea di miracolo. Considerato, richiesto e sperato come fatto sensazionalistico, il vero miracolo è quello che non ha “effetti speciali” e si manifesta con i tratti della normalità soprattutto in una realtà schiacciata dalla quotidianità. È Tonio, con la sua semplicità, il vero miracolo in un mondo di adulti dove il lavoro, la confusione, la sfiducia chiudono gli spazi alla vita ed alla speranza. È questo il miracolo che Tonio riesce a compiere: dare spazio e senso alla vita. È un amico per Cinzia alla disperata ricerca di un affetto negatogli e per il vecchio nonno chiuso nella sua malattia; è il primo bene per il padre schiacciato da una situazione economica disperata.
Winspeare, però, colora il finale della sua storia con un tocco amaro e quasi ironico: nessuno riconosce questi miracoli, anche Tonio sembra quasi distratto dal riconoscere i “suoi veri poteri”. Quasi che la semplicità e la meraviglia di una quotidianità non siano un miracolo. Il film, così, sembra muoversi su due piani: il primo (quello narrato) disillude circa il miracolo impossibile; il secondo (inteso) propone il miracolo possibile.
Il lavoro di Winspeare non si presenta come una trattazione teologica sul miracolo, ma come un calmo racconto di come è possibile “essere operatori di miracoli” nonostante i propri limiti in contesti bisognosi e meno edulcorati dal devozionismo. Winspeare non si preoccupa di connotare la vicenda con riferimenti religiosi; sotto questo aspetto il film sembra addirittura prendere le distanze dalla ufficialità religiosa. In un contesto laico, con attese e idee religiose tradizionali, il miracolo è sperato come sensazionalistico. In attesa di questo altri se ne compiono. Il nonno ammalato muore, ma prima si riconcilia con la vita e vive gli ultimi suoi giorni in modo sereno grazie alla fiducia ispiratagli da Tonio. La delusione di Tonio aiuta il padre a prendere le distanze dal tornaconto personale per rispettare ed amare di più il figlio. La caparbia amicizia di Tonio salva Cinzia dal vortice di solitudine nel quale si era progressivamente chiusa. Ma questi non sono i miracoli che incuriosiscono i media e, forse, noi….
Il miracolo ci interessa, credo, non solo per la giovane età del protagonista (un preadolescente), ma anche per la lezione che silenziosamente e senza eccessivi toni impartisce: la quotidianità e l’apertura agli altri sono i luoghi dove operare i veri miracoli e che nessuno è esente dal dono particolare per farlo. È questa certamente un aspetto di quella santità di cui siamo chiamati a essere propositori. Tonio, smarrito e solo, è l’immagine di quel preadolescente forse oggi dimenticato, forse ritenuto più grande di quello che in realtà è, alla cui immagine smaliziata e precoce la cultura dei media ci ha abituato. A lui – ci si permetta lo scivolamento carismatico e la semplice parafrasi – manca qualcuno per insegnarli che per fare i miracoli occorre essere allegri e compiere bene il proprio dovere ogni giorno.
Il film può essere tranquillamente utilizzato per affrontare queste tematiche con qualsiasi fascia, compresi i preadolescenti.
La storia, essenziale e semplice, è rimpolpata da una sceneggiatura che ne arricchisce le sfumature, soprattutto stilistiche. I personaggi, quasi, prevedibili e stereotipati, rimandano a figure e categorie ampie e complesse. La stessa location offre spunti per ulteriori metafore: una città, Taranto, di promesse non mantenute, dove nel paesaggio si incastona una realtà industriale problematica e problematicizzante. Una città immagine di una società e cultura non più contadina e maldestramente industrializzata, ma pigra che ha perso per strada valori e riferimenti e magari li incontra di nuovo, ma non sa più riconoscerli.
Il miracolo è carico di sensazioni tradotte con capacità nelle aeree visioni di insieme dei paesaggi e dei personaggi che si fondono in attraenti panorami. Sensazioni espresse nel gusto del dettaglio o nelle morbide carrellate che aprono scenari e si allargano fino a scoppiare in grandangoli chiarissimi e luminosissimi, così atipici nel cinema di casa nostra.
Il merito di questo piccolo e semplice capolavoro e di Edoardo Winspeare, nato a Klagenfurt nel 1965 e residente da sempre nel Salento. Questa sua terza opera è stata preceduta Pizzicata (1996) e dal più apprezzato Sangue vivo (2000), pellicole che hanno raccolto consenso in alcune nicchie particolari di cinema. Regista atipico e introverso, sembra giusto dargli la parola quando dice: "Io penso ai registi che amo come a poeti di immagini che si nutrono delle profondità dell'anima, perchè sono capaci di riconoscerle, e che hanno eletto come compagna della creazione, come scandaglio emotivo, la narrazione cinematografica...
Il miracolo di Winspeare sembra portare con se il messaggio che propone: è un bel film che ha avuto non molta attenzione da parte del pubblico… forse perché abbagliato ed alla ricerca degli effetti speciali! E noi?

Donato Lacedonio

Scheda del film
Il miracolo
Regia: Edoardo Winspeare
Interpreti: Claudio D'Agostino, Carlo Bruni, Anna Ferruzzo, Stefania Casciaro, Angelo Gamarro, Rosario Sambito, Luca Cirasola, Frank Crudele, Cosimo Cinieri, Celeste Casciaro.
Nazionalità: Italia 2003
Soggetto: Giorgia Cecere
Sceneggiatura: Giorgia Cecere, Pier Paolo Pirone
Fotografia: Paolo Carnera
Musica: Cinzia Marzo, Donatello Pisanello
Montaggio: Luca Benedetti
Produzione: idecar, RAI Cinema.

 

PER LA BIBLIOTECA
una nuova raccolta di poesie
ZOLLE DI LUCE

Richiamo di luce, sulle onde magiche del ricordo, che trasforma in un “Inno alla gioia” una vicenda di dolore la morte del fratellino di appena due anni in nuove aree luminose che si sprigionano dalle “zolle” di dolore e si trasfigurano in “luce stellare" che è amore: è qui il centro irradiante, che anima la poesia di Carlo Blagho. E si fa immagine e parola, linea portante di una pensosa, lirica forma di poesia: che è “sete di verità” e “palpito d'amore”.
Una lirica irradiazione che parte dagli affetti e dalle cose care che ci sono accanto, come eco dei ricordi e sogni dell’anima, nel dolore stesso dell'essere, sognando cieli nuovi e spazi siderali di luce. Come fonte di un altrove misterioso, che è accanto all'uomo, nel quotidiano. Sulle corde vibranti di una intensa forma di poesia lirica, che è "attesa". In chiarità di espressione e del cursus poetico, con una sua sobria, lirica modulazione di linguaggio.
In questa dimensione, dominano gli affetti domestici: il fratellino come “zolla di luce”, i capelli della madre sono “stelle lucenti”, gli steli del grano “messaggi di luce”, i fremiti dell'anima “palpiti di luce”, mentre l'anima si risveglia in nuove aurore, nel mistero dell'essere, che è nelle cose accanto all'uomo: come "fame di amore" che rinasce dai fili di erba, anch'essi, "dissetati dalla luce", come l'anima stessa della poesia che la raccoglie ed esprime.
Armonia luminosa d'amore, che si nutre delle cose di ogni giorno, come 'Tremito dell'anima sulla corde argentate del tempo", che consentono di “parlare alla stelle”, che vibrano negli stessi affetti famigliari: come la madre che sogna ancora il figlio perduto, rinascente nel sogno interiore. E della poesia, che ne interpreta parola e sentimenti: come è tipico di questa terza raccolta dell'autore, "con un suo volto" poetico di rinascente luce.
In questa particolare forma, in padronanza di immagine e parola, si espande la tematica: il fratellino “zolla di luce stellare”, la nipotina che irradia “messaggi di luce”, la madre che sente ancora in sé il figlio “vivo” che ha perduto; e ancora, il “fremito dell'anima sulle corde argentate del tempo”, i fili d'erba “dissetati dalla luce”, i sassi del Salento e la tenue luce della luna, le “mani che s'alzano come arcobaleno / verso il cielo”; quindi, la nostalgia, dell'aurora, l'amore che “genera la vita” e la vita che “s’avventura nell'eternità”, i pensieri e le parole che si confondono col mormorio della cascata di luce nei ruscelli del pensiero, il bisogno di “un'altra sorgente / a cui attingere sempre”. Infine, la “voce del cuore” come “sete di verità”, la luce notturna che “incontra” l'aurora, l'immensità del mare, il silenzio irreale: il tutto, nella “nostalgia dell’infinito” da riscoprire negli umili gesti del finito.
Una tela irradiante di luce, nella simbologia dell'essere e degli affetti interiori, che nutrono questa poesia: che è anche poesia dell’”attesa”, sulle sponde di un infinito arcano che è dentro l'uomo: e che la poesia ricerca ed esprime. In intensità di linguaggio lirico, con una sua cadenza stilistica, che fonde insieme, parola e immagine, affetti familiari e condizione dell'essere: di chi riconosce la mano di Dio negli spazi infiniti, come nel segreto dell'io e delle cose che ci sono care.
Una forma di poesia, che si dona: «tu hai dentro di te/ davanti a te zolle di luce [ ... ]/ perché i viandanti al volgere del vespro/ li avessero in dono».
Poesia come offerta di sé, in una intensa chiarità di sentimento e di forma, di chi vuol dare un senso alla parola ed all'anima che la esprime in una nuova “metafora” della vita: per ritrovare “la verità che è dentro di noi/paurosi dì scoprirla tra le zolle”.
E che l'autore offre come “inno alla gioia” in queste vibranti zolle di luce.

Carmine Di Biase
dalla Prefazione del libro


centenario di Portici
SERVO DEL POPOLO DI DIO”
Incontro S. E. Oscar Rodriguez
durante i festeggiamenti del centenario i Portici

Il Cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, Sacerdote di Don Bosco, Arcivescovo di Tegucicalpa (Honduras), è nato in quella città il 29 dicembre 1942. Dal 3 maggio 1961 è entrato a far parte della congregazione salesiana, ed è stato ordinato Sacerdote in Guatemala il 28 giugno 1970.
Ha sangue indio nelle vene, e ha girato il mondo; parla cinque lingue, tra cui l'italiano. La sua gente alla notizia della sua ordinazione episcopale, 8 gennaio 1993, ha avuto una reazione di gioia e di soddisfazione, quasi di euforia, molto simile a quella che il Paese sperimentò quando la Nazionale di calcio si qualificò alla fase finale dei mondiali. Umanità, cordialità, disponibilità, competenza: queste sono alcune delle doti che caratterizzano maggiormente S. Em. Monsignor Rodriguez, che fanno di lui una delle figure più popolari e più rappresentative dell'episcopato latino americano. "L'ipotesi di un Papa dall'America Latina, che è ormai, il baricentro della Chiesa mondiale, scrive un noto giornalista, ha in lui il candidato ideale. Uomo intelligente, aperto, moderno, cosciente dell'incidenza pastorale e sociale della chiesa Cattolica in America Latina".
S. E. è venuto a Portici il 19 ottobre, ospite gradito in occasione del centenario della presenza dei salesiani. Lo abbiamo incontrato dopo una Celebrazione Eucaristica officiata nella Parrocchia Salesiana di Portici prima di un suo concerto (di fisarmonica e sassofono) che ha riscosso calorosi e umani consensi in tutte le persone che gremivano la pur capiente chiesa di via Dalbono. Dopo aver indossato una maglietta celebrativa del Centenario dei salesiani del paese vesuviano, ha risposto con estrema disponibilità e con uno schietto sorriso salesiano ad alcune nostre domande.

D) Eminenza, come vorrebbe che fosse il successore di Sua Santità Giovanni Paolo II?
R) Prima di tutto un Uomo di preghiera: penso che ciò sia "centrale" nella vita della chiesa. Oggi non si prega molto, mentre il Santo Padre ci ha insegnato il valore della Preghiera perché lui è un Uomo contemplativo e di azione. Proprio come voleva Don Bosco.

D) Come vorrebbe che fosse la Chiesa del futuro?
R) Soprattutto "missionaria" e non "parcheggiata"! La globalizzazione ha introdotto un grande male: la privatizzazione. Soprattutto "missionaria", visto che i tre quarti del mondo non "conosce" Gesù: quindi, come possiamo essere "passivi" di fronte a ciò? Il Papa ha detto che la chiesa deve essere "casa di comunione", "scuola di comunione".

D) Don Bosco voleva che i suoi giovani fossero "buoni Cristiani ed onesti Cittadini": se come buoni Cristiani" dobbiamo sperare in un mondo migliore, come "onesti Cittadini" possiamo sperare?
R) Certamente: dobbiamo costruire una "città nuova", una città per tutti, con giustizia, con libertà, con verità e con equità. L'individualismo ci impedisce di realizzare il "bene comune"!

D) Dica la verità: preferisce stare in compagnia dei giovani, degli anziani o dei coetanei?
R) (ridendo di gusto) In compagnia dei giovani. Un Salesiano ha questa vocazione. Io attingo forza da tutti i giovani!

D) Qual è la più nobile Virtù Cristiana?
R) Senz'altro l'Amore! Noi dobbiamo "crescere" nell'amore affinché il Signore "venga" a tutti noi.

D) Se lei incontrasse il Signore Onnipotente, cosa Gli direbbe?
R) Che lo amo, che ho "consegnato" la mia vita a lui per Amore, che voglio continuare, fino alla morte, a "servire" per Amore!

D) Quando e perché ha deciso di diventare Sacerdote?
R) Perché conoscevo i Salesiani da quando ero bambino. Non fu una scelta difficile perché “naturale", spontanea.

D) Dio è più Padre o più Madre?
R) Tutte e due le cose. Quando pensiamo alla sua Misericordia, allora entrambe le realtà sono presenti.

D) Prevale l'autorevolezza del Padre o la dolcezza della Madre?
R) Credo che prevalga la dolcezza della Madre, sempre, sempre.

D) La pagina del Vangelo che preferisce?
R) Quando il Signore ci incita a prendere il largo, "Duc in altum". L'ho sempre amata; ora, in particolare, di più dopo l'invito del Santo Padre. Il mio salmo preferito è il 130. ("Come un bimbo in braccio a sua madre è quieto il mio cuore dentro di me!")

D) La preghiera prediletta?
R) Senz'altro il Padre nostro e l'Ave Maria.

D) Cos'è per lei celebrare la Santa Messa?
R) È "salire" verso il cielo! Da 33 anni che sono Sacerdote penso che in quel momento sono un "ponte" fra il cielo e la terra.

D) Quale domanda si aspettava ed, invece, non è stata fatta?
R) (Ridendo dí gusto) Mamma mia, che domanda... Se sono candidato ad essere Papa, visto che sempre lo chiedono, non solo a me, ma a tutti i Cardinali, visto che sono tutti eleggibili.

D) Eminenza, Lei è candidato ad essere il successore di Giovanni Paolo II?
R) (Ridendo a crepapelle) No, non sono candidato. Voglio solo continuare a "servire" il mio popolo, che è povero e ha bisogno di incontrare Dio!

D) Un messaggio finale per i lettori!
R) I Cristiani non sono una specie in via di estinzione. Siamo "chiamati" da Dio ad essere Santi così come Madre Teresa e Don Bosco.