LETTERA DELL'ISPETTORE

 
 

Carissimi Confratelli,

nei giorni 7 – 9 di febbraio abbiamo celebrato i dieci anni dell’inizio della presenza salesiana in Albania.
Per l’occasione, abbiamo invitato il Rettor Maggiore Don Pascual Chavez ad essere presente, ma soprattutto a volerci illuminare con il dono della sua parola e con il suo incoraggiamento di Padre.

I momenti salienti della Visita sono stati i seguenti.

• La conferenza a Tirana la sera del 7 alla presenza di alcuni Ministri e dell’Ambasciatore d’Italia e di numerosi amici e collaboratori dell’Opera Salesiana: ha parlato sul tema della globalizzazione e sulla necessità dell’educazione della gioventù.
• La mattina dell’8 a Scutari ha partecipato alla solenne concelebrazione, presieduta dall’Arcivescovo Mons. Massafra, per la consacrazione della Chiesa nuova dedicata a S. Giovanni Bosco. Ha tenuto l’omelia rivolgendosi principalmente ai giovani ed esortandoli ad essere protagonisti nel Terzo Millennio.
• Nello stesso pomeriggio, in una cornice più raccolta e familiare, ha accolto la promessa di sette nuovi cooperatori che vanno ad aggiungersi ai quattro degli anni scorsi e costituiranno il primo nucleo dell’associazione locale.
• La mattina della domenica a Tirana ha celebrato nel capannone che funge da Chiesa la Messa per i nostri parrocchiani e per i cattolici che da Breglumasi, quartiere periferico, sono venuti per l’occasione. Vi è stata anche la promessa di sette nuovi cooperatori, i primi di Tirana.

Altri momenti significativi sono stati quelli vissuti con i confratelli sia negli incontri comunitari sia in quelle informali: Don Chavez si è mostrato a tutti cordiale e attento e ha suscitato simpatia e corrispondenza, proprio nello stile di famiglia voluto da Don Bosco.

Il Rettor Maggiore è rimasto positivamente sorpreso di quanto è stato fatto in dieci anni non solo per le costruzioni, ma soprattutto per l’azione pastorale che ha creato simpatia e coinvolgimento da parte della popolazione.
Ha constatato come le autorità religiose e civili stanno apprezzando e stimando l’impegno per la promozione umana e cristiana dei giovani da parte dei figli di Don Bosco.
Un altro aspetto lo ha particolarmente reso felice: è la fecondità vocazionale. I 24 giovani aspiranti e i tre prenovizi sono un segno di benedizione del Signore e di sicura speranza per il consolidamento della nostra presenza e del nostro servizio.

Vorrei aggiungere una nota strettamente personale.
Ho potuto toccare con mano, oltre alla profonda cultura e competenza, la squisita umanità di Don Chavez che si è mostrata, sia negli impegni ufficiali sia in quelli più ordinari, in una amorevolezza concreta e attenta, pronta ad accoglierti e sensibile all’incontro.

Voglio con voi ringraziare il Signore per tutto il bene ottenuto e ringraziare anche tutti i confratelli e gli Ispettori precedenti, che con zelo costante e superando difficoltà, che sembravano insormontabili, hanno avuto piena fiducia nel Signore e hanno aperto quello terra alla presenza salesiana.

Napoli, 1 marzo 2003

L’Ispettore
Sac. Francesco Gallone

 

PASTORALE GIOVANILE

Incontro nazionale per il disagio e l’emarginazione
IL RETTOR MAGGIORE
E I PROBLEMI DELL’EMARGINAZIONE

Al centro la formazione del salesiano



Salesiani europei chiedono all’UE nuove politiche
CONVEGNO GIOVANI IMMIGRATI
Indicate scelte pastorali concrete


Linee emergenti dall’incontro europeo di Barcellona
IL LAVORO DEI SALESIANI


I weekend dell’Esperienza Ricerca
UN DONO DELLA TRINITÀ
Quasi un bilancio dopo quattro mesi


C onvocati dall’ansia missionaria
HARAMBÉE… INCONTRO
In attesa dell’appuntamento ispettoriale


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Incontro nazionale per il disagio e l’emarginazione
IL RETTOR MAGGIORE
E I PROBLEMI DELL’EMARGINAZIONE

Al centro la formazione del salesiano


Il 14 gennaio scorso si è tenuta a Roma la riunione periodica degli Incaricati ispettoriali per il disagio e l’emarginazione. Ci si incontra periodicamente per studiare problemi e iniziative del Settore. Siamo sempre di tutte le età: dai padri storici in questo campo (per noi c’è don Michele De Paolis) ai giovani confratelli, dai SDB alle FMA, ai Laici. Questa volta la riunione ha avuto una particolare risonanza perché ha voluto essere presente il Rettor Maggiore per più di due ore a parlare con noi. L’intervento è molto ricco e interessante, e riassumerlo, evidentemente, è un po’ impoverirlo. Per desiderio anche dell’ispettore provo a sottolineare qualche aspetto, riportando le sue parole così come sono state registrate.

Il Rettor Maggiore ha iniziato il suo discorso, partendo da uno spunto biblico: “Se prendessi il testo di Marco di questa mattina (Mc 1,21-28), direi che il tempo è proprio per esorcizzare i demoni, perché oggi sentiremo la prima presentazione di Gesù, secondo il Vangelo di Marco: l'incontro con una persona posseduta, l'incontro per vincere il male personale e sociale con la forza del bene per renderlo visibile e leggibile (perché a volte facciamo fatica a rendere testimonianza e questa non sempre viene letta così). È importante non solo essere buoni, ma che anche quelli che ci vedono possano leggere quello che vogliamo fare, la presenza di Cristo. Occorre rendere visibile la forza del suo Vangelo, capace di lievitare qualsiasi cultura, anche l'odierna, la presenza del suo Spirito che fa nuove tutte le cose, capace, in questo mondo di innestare la terra nuova e i cieli nuovi. Cose che vengono suggerite dal testo di Marco di questa mattina”
È passato poi alla sua esperienza: come direttore di Studentato, prima, e poi come Ispettore, fa riferimento a quanto da lui realizzato. ”Se voi andate in Messico e guardate dove si trova il Teologato, lo troverete in un quartiere molto povero, popolare, con molte sfide sociali. Non vi sto a raccontare le lotte che abbiamo fatto già solo per rendere consapevole la gente del luogo, che di quel quartiere avevano fatto un luogo di prostituzione. Allora si trattava della redenzione della dignità delle donne, del fatto che erano state minacciate, schiavizzate…. Questa attenzione aiuta a non avere una formazione dissociata dalla realtà. Penso e sono convinto che non si favorisce una formazione matura se questa viene realizzata al margine o lontano dalle sfide sociali in cui la gente vive. Come direttore del Teologato abbiamo creato l'opera per i ragazzi della strada (Progetto "Mairos Don Bosco”) che continua ad essere operante. Tutti i giorni, non solo, anche durante la notte, si dovevano fare i turni per stare accanto ai ragazzi della strada.
Come Ispettore di Mexico-Guadalajara ho ideato, poi, un progetto organico, sapendo dove potevo orientare l'Ispettoria per evitare che fosse un'Ispettoria monotematica con una presenza altamente scolarizzata, per andare in "frontiera" e siamo andati alla frontiera geografica e sociale.
Potete trovare sulla frontiera tra Messico e Stati Uniti, lunga 3000 km, l'oratorio, vicino a S.Diego (CA), troverete ben quattro oratori. Significava, per un'ispettoria concentrata a Guadalajara al centro, andare in periferia, Sono oratori veri e propri, con tutte le attrezzature, per offrire ai ragazzi possibilità che li aiutino ad affrontare con successo la vita. E vi posso dire che i terreni che ci offrivano erano proprio per non restare, per andarcene. Abbiamo dovuto lottare, perché lì ci sono interessi di traffico di droga”.

Alla conclusione di questa parte il RM dice: “Sul campo della riflessione potrei dire che ho lavorato molto sulla formazione dei Salesiani, sull'inserimento, sul valore dell'inserimento nei quartieri popolari, l'opzione per i poveri, il carisma Salesiano per dare un volto umano alla globalizzazione, il sistema preventivo all'emarginazione.
La conclusione più interessante, dopo aver studiato lungamente la cultura, è l'importanza della cultura, se è vista nel senso veramente sociale del termine.
Mi sono convinto che il problema non è economico, ma che il problema della povertà e dell'emarginazione è un problema culturale. Il giorno che capiremo che esiste un altro modo di pensare la persona, un’altra maniera di organizzare il tessuto sociale, solo allora ci sarà un altro modo di impostare i rapporti interpersonali.
C’è anche il fatto che la scelta del campo dell’emarginazione, del campo del disagio, richiede non lo spostamento o la ricollocazione di tutta l’istituzione, anche se la realizzazione di alcune Opere lo richiede per evitare di cadere nella vuota retorica. Quello che importa è un cambio di ermeneutica, una maniera diversa di interpretare il lavoro che svolgo dove mi trovo, cosa pretendo dal lavoro che faccio, o cosa faccio in un quartiere popolare”.
Il RM, poi, è passato ad elencare alcune Opere significative presenti in Congregazione che fanno vedere come la creatività salesiana spazia sui campi più disparati: dai ciechi ai ragazzi di strada; dai programmi per dare acqua alle scuole di lingua in Ecuador e in Amazzonia; dalla cura di ragazzi vittime di abusi sessuali in Sri Lanka, ai rifugiati dell’Etiopia, del Sudan, del Congo, dell’Afganistan; dai Rom ai Centri per il lavoro del Venezuela…
In questo quadro il RM inserisce anche la tematica dell’ultimo Capitolo Generale che non si deve leggere come un discorso che fa la comunità nella linea “autoreferenziale”. E a questo riguardo il RM richiama anche il Messaggio dei capitolari ai Giovani e l’Appello per salvare i giovani del mondo: due segni che il Capitolo ha dato prima della sua chiusura.
Continua, poi, il RM: “Nel mio intervento il 27.11.2002 in Campidoglio a Roma, per fare memoria e dare prospettiva dell'Opera Ragazzi Don Bosco, ho preso come titolo: "Prima che sia troppo tardi, salviamo i ragazzi, il futuro del mondo", dove non ho fatto altro che sviluppare, in questo testo, le sfide dei ragazzi: i ragazzi di strada, le gang, i ragazzi soldato, i ragazzi violati, i ragazzi lavoratori schiavi, i ragazzi poveri ed emarginati…”.
Il RM rileva che in Congregazione oggi si è molto più sensibili che nel passato a questi problemi. “Non c'è dubbio che questa sensibilità è cresciuta, che le Opere in questo settore sono inserite in un progetto sempre più organico. Sono già molte le ispettorie che hanno assunto nella loro animazione un delegato per questo settore. Si lavora in rete anche a livello continentale, per esempio in America Latina, dove si fa un incontro all'anno, e nelle tre regioni d'Europa si sta cercando di lavorare insieme: infatti ci sarà un incontro a Barcellona prossimamente”.

E il programma del sessennio del Consiglio Generale richiama molto l’aspetto della risignificazione della presenza salesiana: “Risignificazione può voler dire: ristrutturazione delle opere, ricollocazione dove si trovano i giovani più bisognosi, un tipo di presenza che susciti degli interrogativi; è importante che questa testimonianza sia leggibile agli occhi degli altri.
Questo tema è stato assunto tra le quattro aree da attualizzare nel sessennio. La terza è proprio quella della risignificazione della presenza.
La terza area dice così: "Portare la comunità ad accogliere e condividere la vita con i giovani, soprattutto i più poveri, come segno dell’identità carismatica, stimolando la conoscenza della realtà giovanile, religiosa, sociale del territorio” con interventi molto specifici: concentrarsi sulle nuove povertà dei giovani, creare nuovi spazi per i giovani nella comunità, ecc. La cosa più importante la si trova nel prospetto 3.1.4. dove si dice: “assumendo la prospettiva della marginalità in tutte le presenze”.
Nella parte più specifica, quella che riguarda la Pastorale Giovanile, la terza area è quella della promozione e si chiama appunto così: “Promozione della solidarietà e della giustizia”.
Negli obiettivi generali si parla di “Attenzione speciale e prioritaria alle situazioni di disagio giovanile. Nella elaborazione e realizzazione di ogni progetto educativo pastorale, assicurare un’attenzione speciale e prioritaria alle situazioni di povertà e disagio giovanile, in particolare: la preparazione e l’inserimento nel lavoro, l’immigrazione e le minoranze etniche, le diverse situazioni di sfruttamento infantile e giovanile”.
Il RM ha concluso invitando ad attivare processi: “Stimolando nelle comunità salesiane e nella C.E.P.: la conoscenza diretta e la vicinanza a situazioni che richiedono solidarietà; un’attenzione educativa integrale a tutti i giovani; la presenza di educatori identificati con il progetto educativo salesiano; una collaborazione attiva con le altre istituzioni ecclesiali e civili per rendersi presenti laddove si elaborano le politiche educative e sociali che interessano i giovani, soprattutto quelli a rischio”. (3.1.1.)
“Cosa dobbiamo fare ancora?
Dobbiamo lavorare tanto sulla formazione, per evitare di dare una formazione che rischierebbe di infantilizzare, perché con una formazione staccata dalla realtà, che invece di farti più solidale, ti fa più individualista, sarà molto difficile che, finito il processo formativo, si abbia una certa sensibilità, una certa coscienza. Sono dei valori che vanno imparati, vanno sviluppati, e per questo si deve cercare di curarli molto di più.
Non vedo con pessimismo questa situazione, sono consapevole che sono situazioni che devono cambiare, che devono adeguarsi sempre più al criterio di servire ai bisognosi, alla gente più emarginata, cercare di trovare opere che rispondano alle esigenze reali dei giovani.
Altrimenti opereremmo come un’agenzia di viaggio: io ho questo pacchetto, o lo prendi, o non lo prendi, problemi tuoi. Non può essere così: dobbiamo sempre avere in mente i bisogni cui dobbiamo rispondere”.

a cura di d. Gennaro Comite
Chi fosse interessato al testo integrale, può farne richiesta.

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Salesiani europei chiedono all’UE nuove politiche
CONVEGNO GIOVANI IMMIGRATI
Indicate scelte pastorali concrete


Circa 90 tra Salesiani e Laici, provenienti da 15 nazioni e rappresentanti d’Europa, si sono riuniti a Barcellona dal 20 al 23 febbraio, per discutere i problemi dell’immigrazione.
Dell’Ispettoria Meridionale hanno partecipato d. Matteo Di Fiore, economo ispettoriale, d. Pasquale Cristiani, delegato PG e d. Gennaro Comite, incaricato del Settore Emarginazione e disagio. Il Convegno si è concluso con un documento che chiede “politiche europee” in grado di assicurare il diritto di accoglienza, “valorizzando le diversità” perché “gli immigrati costituiscono una risorsa e non solo un problema”.
I partecipanti si sono impegnati a promuovere un cambiamento di mentalità, che giunga a “scelte pastorali coerenti con i principi e i valori fondanti della pedagogia salesiana” e affermano la necessità di rendersi “attivi e propositivi nel campo della politica, perché nei nostri paesi i diritti umani universali dei giovani e delle loro famiglie superino gli interessi nazionali”.
Il documento rileva inoltre l’esigenza di un coinvolgimento di risorse nuove (educatori, volontari, operatori di madre lingua), per un lavoro in rete con le istituzioni e altre organizzazioni, e soprattutto per una profonda esperienza di fede che ogni giorno nell’incontro con lo straniero sappia testimoniare l’incontro con Cristo. Tre le linee operative: la formazione dei Salesiani e dei collaboratori laici per il cambiamento di mentalità; una pastorale giovanile attenta al fenomeno immigrazione nelle opere e servizi salesiani per promuovere l’educazione ai valori della multiculturalità; il coordinamento e l’animazione per una presenza più efficace e significativa.
L’incontro si è concluso con l’invito di d. Domenech a riportare l’esperienza nelle ispettorie di provenienza, promuovendo spazi di riflessione sulla realtà dell’immigrazione in ogni contesto e facendo conoscere esperienze significative in questo campo, nella convinzione che questo è un impegno che la Congregazione oggi ripropone in maniera precisa e decisiva come aspetto caratteristico del carisma salesiano. Ripetutamente è stato ricordato nel Convegno come Don Bosco mandò i Salesiani in Argentina, proprio con questa attenzione al mondo dell’immigrazione.
Sicuramente in ispettoria prenderemo in considerazione questo fenomeno, dato anche l’impegno che abbiamo in Albania.

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Linee emergenti dall’incontro europeo di Barcellona
IL LAVORO DEI SALESIANI

I. Formazione dei salesiani e dei collaboratori laici
1. Promuovere l’approccio all’immigrazione nella formazione per un cambiamento di mentalità nei SDB, nelle CEP e nella gente attraverso:

• Piani di formazione all’intercultura, alla diversità come risorsa, e educazione sociale, come realtà trasversale presente in tutti gli ambiti del lavoro educativo e pastorale
• Formazione e sensibilizzazione per tutti: educare all’accoglienza e alla solidarietà, promuovere la conoscenza della cultura degli altri
• L’iniziazione per gli SDB con percorsi ed esperienze appropiate: esperienze di lavoro interculturale (tirocino in altro paese; lavoro in un’area fuori di un‘opera salesiana...; esperienze in altri contesti, gemellaggi),
• La formazione permanente degli educatori e animatori che già svolgono attività significative per i minori,
• La presenza di specialisti, anche retribuita, e la qualificazione per quelli che si dedicano direttamente a questo lavoro

2. Iniziative concrete da mettere in atto

• Incontri di sensibilizzazione e di riflessione
• Esperienze di lavoro interculturale e verifica attraverso la riflessione e il confronto tra le persone che vivono nell’ambiente (rilettura della prassi)
• Imparare le lingue come risorsa per comunicare
• Corsi di studio specializzati: formare alla mediazione e alla non violenza, studiare le questioni del razzismo e dei pregiudizi
• Lavorare con progetti elaborati e verificati in dialogo con organizzazioni di immigrati
• Creare comunità interculturali (internazionali)
• CEP rappresentative della realtà multiculturale; le persone immigrate come collaboratori

II. La Pastorale Giovanile salesiana
1. Il nostro lavoro con immigrati

• Non deve ridursi a opera di uno solo, ma deve coinvolgere tutta la CEP, sensibilizzando e coordinando il lavoro di tutta l’ispettoria,
• Accoglienza incondizionata, dando più importanza all’interno di tutte le opere, facendo attenzione alle diverse situazioni (regolari, non regolari...)
• Valorizzare tutte le strutture ed opere assumendo l’immigrazione come realtà delle nostre opere con tutte le conseguenze, inserendo nel progetto educativo pastorale dell’ispettoria l’attenzione all’immigrazione e promuovendo un lavoro di rete,
• Far conoscere chiaramente ciò che offriamo e ciò che chiediamo

2. La PG per gli immigrati

• Da destinatari a protagonisti, valorizzando quello che possono offrire,
• Impegno più sistematico non riducendosi ai bisogni e alle emergenze,
• Valorizzare, come educatori, immigrati che possono aiutare; favorendo la presenza di mediatori culturali che possano aiutare entrambi, capaci di lanciare laboratori interculturali
• Avviare offerte specializzate a livello di educazione informale: associazioni, gruppi, ecc.
• Promuovere l’educazione di strada per i giovani immigrati là dove sono

3. Lavorare in rete

• Con enti, associazioni e persone competenti,
• Con maggiore impegno a livello sociale e politico,
• Con collegamenti con i paesi di origine per favorire il ritorno di quanti possono divenire protagonisti di sviluppo
• Con una migliore conoscensa delle leggi e della realtà dei giovani per mettere in campo impegni più adeguati ed efficaci.

4. Promuovere l’educazione ai valori della multiculturalità

• Formare le coscienze a partire da una base etica condivisa
• Educare, come don Bosco, all’onestà e alla cittadinanza, perché tutti siano responsabili costruttori di nuova convivenza
• Attenzione al dialogo interrreligioso, facendo tesoro delle esperienze vissute dai salesiani in contesti islamici.

III. coordinamento e animazione a livello europeo
1. Coordinamento europeo che promuova un’azione di collaborazione nel settore dell’esclusione sociale e soprattutto dell’immigrazione giovanile

• Ufficio nel dicastero di PG come punto di riferimento per informazioni e monitoraggio, in contatto con Bruxelles
• Coordinamento dei segretariati tecnici delle varie ispettorie dediti alla ricerca di risorse a livello europeo, anche per favorire l’accesso a progetti europei e facilitare i partenariati;
• Lavoro in rete tra le opere salesiane dell’Europa e tra i paesi di origine e quelli che ricevono gli immigrati
• Valorizzazione del coordinamento europeo youth net già in atto, per estenderlo ad altri soggetti nazionali e a orizzonti nuovi.
2. Comunicazione:
• Favorire una comunicazione migliore verso l’esterno di tutte le azioni intraprese e una condivisione di espereinze nell’ambito europeo
• Sviluppare un sito che possa offrire informazioni, nomi di organizzazioni, esperienze di educazione interculturale
• Dare la possibilità ai salesiani di visitare altri progetti, per vedere e imparare

3. Presenza nell’Europa:

• Assumere una posizione politica chiara, favorendo i movimenti di opinioni a vantaggio dell’accoglienza
• mettersi d’accordo su criteri circa le politiche di sostegno allo sviluppo dei paesi di origine
• sviluppare il volontariato a livello europeo e internazionale,
• maturare un’azione e una strategia efficace per l’accoglienza e l’educazione dei minori immigrati.

4. Formazione alla mediazione culturale

• Creare una scuola per la mediazione culturale
• Individuare nella congregazione salesiana mediatori culturali che possano vivere anche temporalmente un progetto multietnico in un’altra ispettoria
• Scambio con educatori dei paesi di origine dell’immigrazione,
• formazione sul campo nei paesi di origine dell’immigrazione degli educatori europei
• Far venire confratelli, dove si può, dalle regioni da cui vengono gli immigrati.

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I weekend dell’Esperienza Ricerca
UN DONO DELLA TRINITÀ
Quasi un bilancio dopo quattro mesi

Siamo circa 12 giovani che hanno individuato nella vita quella luce particolare che sta illuminando il proprio cammino vocazionale, il quale sembra condurci verso un particolare stato di vita per servire il Signore.
Nel nostro primo incontro attraverso l’Evangelista Giovanni (1, 38-39), siamo stati introdotti “nel cuore” dell’esperienza vocazionale. Grazie all’aiuto spirituale di don Angelo, abbiamo preso coscienza della serietà e dell’impegno che stavamo intraprendendo.
Nel mese di gennaio, ci siamo incontrati nella Casa Salesiana di Castellammare: un weekend molto intenso per ciò che abbiamo vissuto: siamo stati accolti dalla simpatia di d. L’Arco, abbiamo accompagnato spiritualmente il cammino terreno di d. Gelmi; d. Pasquale Cristiani ci ha dato la possibilità di approfondire le proprie motivazioni che ci inducono a continuare nel discernimento personale, attraverso il libro dell’Esodo (4, 10-17), nel quale abbiamo trovato forti stimoli per interrogarci e verificarci, ancora una volta, sul desiderio che Dio Padre ha per noi, che d. Pasquale ha sintetizzato così: Dio non chiede troppo, chiede tutto.
Il terzo incontro l’abbiamo vissuto a Potenza: weekend vocazionale e missionario insieme. Nel primo momento dell’esperienza, abbiamo ascoltato la Parola di Dio (Gn. 15,1-7), aiutati nella meditazione dalla lectio tenuta da d. Guido Errico. Ci sono state proposte alcune domande riguardanti le nostre scelte di vita, alle quali ognuno ha dato risposta nel segreto della preghiera davanti al Signore. La nostra meditazione si è completata, nell’animazione della Giornata Missionaria Salesiana; perché ciò che il Signore ci ha trasmesso, ha preso coscienza in noi, attraverso il servizio che la nostra Ispettoria dona ai Paesi in via di sviluppo, motivandoci ulteriormente.
Ci auguriamo che la Grazia donataci nei weekend vocazionali, possa diventare la ragione della speranza, affinché la nostra vita sia la realizzazione del progetto del Padre su di noi.

i ragazzi dell’ER

 

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Convocati dall’ansia missionaria
HARAMBÉE… INCONTRO
In attesa dell’appuntamento ispettoriale


Ogni anno a Valdocco, il Rettor Maggiore , ricordando la prima spedizione missionaria fatta da don Bosco nel 1815, consegna il crocifisso a tutti quei salesiani, Figlie di Maria Ausiliatrice e volontari che partono in missione. In quella occasione si incontrano anche tutti quei giovani che nel periodo estivo hanno fatto esperienza nei paesi in via di sviluppo e condividono insieme quanto li ha arricchiti nella crescita della dimensione missionaria.
Questo incontro viene chiamato Harambée. È una parola swahili che significa incontro, raduno festoso, comunità che si riunisce.
Quest’anno il VIS nazionale ha incoraggiato tutte le ispettorie ad organizzare un proprio harambée, che non vuole sostituirsi a quello tradizionale di Valdocco, bensì, vuole essere una ulteriore opportunità per una maggiore sensibilizzazione della dimensione missionaria ispettoriale e per una più sentita partecipazione all’evento nazionale.
La nostra Ispettoria Meridionale ha accolto prontamente questo invito dando il via al suo 1° Harambée IME. I protagonisti e i destinatari sono tutti quei giovani dell’ Ispettoria, dai 17 anni in su, che vogliono alimentare la dimensione missionaria nel loro essere cristiani.
L’obiettivo dell’incontro è condividere in un clima di fede e di famiglia, tipico di don Bosco, quanto alcuni giovani delle nostre comunità hanno vissuto nei mesi estivi in Albania – Kossovo – Madagascar e per riflettere su temi di animazione missionaria aperti a tutti coloro che vogliono vivere nel carisma salesiano la missionarietà verso i ragazzi più poveri.
Tutto verrà organizzato nella Casa Salesiana di Potenza nel week-end del 17 - 18 maggio 2003.
È una occasione da non perdere da parte di ciascuna casa dell’ispettoria! È un momento di grande Festa Salesiana; è un momento di cultura missionaria; è un momento di forte spiritualità della comunione; è un momento importante per poter risvegliare la dimensione missionaria in tutta l’ispettoria.
I giovani che sentono propria la vocazione alla missionarietà, avranno la possibilità di comunicare la loro gioia a don Francis Alencherry Consigliere Generale per le Missioni Salesiane, che con la sua presenza certamente, trasmetterà quei giusti e necessari “input” per far comprendere che nell’azione si vive la contemplazione dell’Amore.
Vi aspettiamo numerosi e da tutta l’ispettoria! A presto!

 

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FORMAZIONE

Comunità salesiana e opera
UN RAPPORTO NUOVO
PER RESPIRARE LO SPIRITO

Riflessione di d. Adriano Bregolin

Psicologia e vita religiosa
ALLE SOGLIE DEL MISTERO
Spunti per afferrare
il senso essenziale dell’ascolto

Temi di approfondimento vocazionale
ACCOMPAGNAMENTO
L’educatore e la relazione di accompagnamento

Roma S. Tarcisio
VIVERE, LAVORARE E…
“TIROCINARE” INSIEME

Cronaca dell’incontro dei tirocinanti


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Comunità salesiana e opera
UN RAPPORTO NUOVO
PER RESPIRARE LO SPIRITO

Riflessione di d. Adriano Bregolin

Il profondo cambiamento strutturale delle nostre comunità

Nell’affrontare il tema di questa relazione è doveroso fare almeno un breve cenno do riferimento alla situazione nuova che si è creata nelle nostre Comunità negli ultimi decenni.
Storicamente si è passati, infatti, da una Comunità nella quale la convivenza totale con i giovani (per tante opere: l’esperienza dell’internato) rappresentava quasi un fatto strutturale, ad una Comunità che, via via, si è trovata, almeno formalmente, “disgiunta” dall’opera nella quale si trovava inserita. Anzi, in molte occasioni (fatto nuovo per noi Salesiani) essa veniva ad avere degli spazi e tempi propri da gestire, con piena autonomia.
Si è passati inoltre da una Comunità che viveva e conduceva in maniera del tutto autonoma i propri ambiti apostolici ed educativi, ad una Comunità che era chiamata a vivere un rapporto di collaborazione e condivisione (prima di tutto dettato dalla necessità concreta di mancanza di personale) con numerosi collaboratori laici.
Nel procedere di questa esperienza e nel graduale aumento della complessità di queste situazioni, il dialogo e la collaborazione con gli stessi laici non sono stati sempre facili sia per una formazione (degli sdb e dei laici) che non è stata sempre adeguata ai mutamenti che si verificavano, sia talora per la mancanza di chiarificazione di quelli che potevano essere i criteri di una collaborazione fattiva e corresponsabilizzante, sia per il crearsi di situazioni di difficoltà legate anche all’ambito economico, sia infine perché alcuni tra gli stessi Salesiani non volevano e, tuttora non hanno, accettato apertamente questo allargamento del fronte degli operatori nel settore educativo ed apostolico delle comunità salesiane.
La realtà dunque, oggi, ci presenta spesso comunità ridotte di numero, forse anche un po’ stanche, affaticate, che trovano sempre più difficile gestire la complessità sociale e culturale in cui vivono e che esprimono un forte bisogno di relazione personale e di attenzione alle diverse soggettività (Animare la Comunità Educativa e Pastorale – Atti della visita d’insieme CISI – Rapporto finale dell’indagine, pag. 191, Roma 2000).
In relazione a simile situazione, noi stessi siamo portati a porci alcune domande:


• “Come incide, sul vissuto della Comunità, il fatto che siano sempre meno i confratelli impegnati attivamente nella vita delle opere? E’ un fatto che incide solo negativamente o un fatto che può aprire a nuove modalità di essere comunità fraterna e di operare per una missione specifica?
• Che riflesso ha, sulle Comunità, il complessificarsi delle opere?
• In che misura e perché la crisi delle opere (o di certe opere) rischia di essere vissuta come crisi della comunità religiosa?
• La distinzione, per certi aspetti obbligata è già in atto. Tra opera e Comunità religiosa come viene ad incidere sull’identità di comunità che hanno sempre visto consacrazione e missione come elementi intimamente uniti e costitutivi della propria identità?
• Quando sia privata di una funzione diretta – come comunità – in riferimento all’opera, la comunità salesiana ha ancora senso?” (Ibidem)

Prima di tentare una risposta agli interrogativi accennati è opportuno anche ricordare che spesso tali difficoltà fanno riferimento diretto o indiretto ad un modello culturale di comunità che per tanti anni è stato “patrimonio esperienziale” per gran parte dei nostri confratelli. Dunque sullo sfondo delle nostre problematiche stanno altri interrogativi che, a livello di dibattito e formazione permanente, bisognerebbe affrontare con coraggio. A titolo di esempio:


• Quali sono le credenze, i significati condivisi, i valori, le convinzioni e le opzioni di fondo, date per scontate, che orientano il vedere e l’agire delle comunità salesiane?
• Quale idea di Chiesa, di vita consacrata, di carisma, di missione, di educazione, di laico… emerge dal sentire dei confratelli delle nostre comunità?

Il Capitolo Generale 25 riprende tutta questa tematica delineando le situazioni problematiche nelle sue diverse tipologie e ne dà un elenco secondo quanto segue. Ci sono:


• “Comunità con un numero ridotto di confratelli ed impegnate ad animare una pluralità di opere e presenze, sia in terra di missione, sia in realtà con carenza di personale;
• Comunità inserite in opere complesse, con sproporzione tra lavoro e risorse e conseguente frammentazione dei ritmi comunitari.
• Comunità inserite pienamente nel tessuto sociale, fino alla condivisione dello stile di vita del popolo, che lavorano in stretta collaborazione con la Chiesa locale, che collaborano con membri di altre religioni.
• Comunità con presenze di laici e di giovani all’interno della vita comunitaria”. (CG25 71d pag. 68)

Come aspetti che influenzano negativamente la significatività del nostro vivere e lavorare insieme vengono elencati:


• Elementi strutturali che influenzano i rapporti comunitari, quali la prevalenza delle relazioni funzionali su quelle fraterne; la poca valorizzazione del progetto comune e dei momenti destinati all’incontro fraterno; la mancanza di organizzazione del lavoro e la sua settorializzazione;
• Orari, abitudini, schemi che rendono la comunità assuefatta a modalità d’azione pastorale, a risposte tradizionali che sono molto distanti dalla realtà e dalla cultura dei giovani d’oggi;
• Presenza che non sollecitano alcun interrogativo, che non attivano comunione e collaborazione con quanti condividono lo spirito della stessa missione salesiana. (CG25 69, pag. 68)

Con queste premesse, l’interrogativo-sfida posto dal CG25, centrale rispetto al nostro tema, viene ad essere dunque questo: Come dobbiamo ripensare il rapporto tra le opere e la comunità salesiana, al fine di assicurare a questa il ruolo di garanzia del carisma, di animazione e di coinvolgimento di quanti condividono lo spirito di Don Bosco?
E tutto questo avendo ben chiaro che il processo verso una comunità di salesiani con il compito di animazione all’interno di una realtà più ampia – la Comunità Educativa Pastorale – è irreversibile. (Relazione del Vicario del Rettore Maggiore al CG25 321)
La risposta è scontata, anche se non facilmente attuabile in tutte le situazioni. La comunità Salesiana deve ritrovare in pieno il suo ruolo di “nucleo animatore”. Questa posizione infatti la radica profondamente nella sua identità carismatica e praticamente la colloca in una continua tensione di crescita nel suo collegarsi alla missione dell’opera e nell’essere soggetto animatore nei confronti di tutti coloro che partecipano alla stessa missione.


CG24
Sarà bene qui fare memoria, innanzi tutto, di quello che è stato colto dal CG24. Già il precedente Capitolo, infatti, ci proponeva la “vocazione” della Comunità Salesiana ad essere il “nucleo animatore” della Comunità Educativa e quindi dell’opera intesa nel suo insieme di operatori, salesiani e laici, e destinatari. Il dialogo avvenuto con i laici, nell’occasione del Capitolo del 1996, evidenzia, da parte loro, alcune esigenze:


• “Conviene esprimere con chiarezza in primo luogo i diversi livelli di animazione: quello dell’organizzazione, del coordinamento quotidiano dell’accompagnamento metodologico, poi l’orientamento educativo (per quanto riguarda contenuti e obiettivi), poi la formazione spirituale e cristiana e, al vertice, c’è l’assicurare l’identità salesiana del tutto. (Atti CG24, Allegato 12 – Una settimana con i laici – 278)
• “in secondo luogo, interessa, che gli SDB, ovunque siano presenti, siano sempre nucleo animatore; che ogni SDB sia capace di animare, si dedichi all’animazione, che il gruppo assuma primariamente questa funzione e la svolga com’unitariamente. (Ibidem)
• sugli stessi contenuti, proprio come testo Capitolare possiamo rivisitare il numero 39 ed il numero 40 degli stessi atti del CG24, dove si ribadisce che quello dei Salesiani nella realtà di nucleo animatore è il modello operativo riconosciuto come valido e l’unico praticabile nelle condizioni attuali.
Come tutti notiamo, sono espressioni esigenti nella loro proposta e mentre ci apprestiamo a vivere la proposta del CG25, prendiamo atto di dover rivisitare le istanze di questo stesso Capitolo Generale sul tema dei Laici che, con noi, condividono spiritualità e missione.


Una lettera di don Vecchi sul tema della CEP
Sempre su questo tema il nostro compianto don Vecchi era intervenuto anche in una lettera degli Atti del Consiglio Generale, specificando ancora una volta il significato di nucleo animatore: “Che cosa intendiamo per “nucleo animatore”? E’ un gruppo di persone che si identifica con la missione, il sistema educativo e la spiritualità salesiana e assume solidamente il compito di convocare, motivare, coinvolgere tutti coloro che si interessano di un’opera, per formare con essi la comunità educativa e realizzare un progetto di evangelizzazione ed educazione dei giovani. Il punto di riferimento per questo gruppo è la comunità salesiana. Ciò vuol dire che i salesiani, tutti e sempre, sono parte del nucleo animatore. Ciascuno, anziano o giovane, direttamente impegnato in funzioni operative o in riposo, dà il contributo che la sua preparazione o situazione consentono. […] Vuol dire persino, che il nucleo locale può essere formato principalmente dei laici, avendo sempre alle spalle un supporto sufficiente, sul posto o nell’Ispettoria, da parte dei Salesiani. (Don J. E. Vecchi, in ACG 363, pag 8-9)
Da notare uno spirito di continuità di proposta, che tale citazione è stata ripresa, in nota degli stessi Atti del CG25 al n. 79.


L’esplicitazione della Comunità “nucleo animatore” nel QdRF
“La Comunità salesiana deve essere consapevole di questo nuovo modello operativo ed assumere le proprie e specifiche responsabilità come nucleo animatore della CEP.
Questo suppone di ripensare la situazione e la funzione della comunità religiosa all’interno della CEP e del processo educativo-pastorale.
Questa consapevolezza si esprime in alcuni atteggiamenti e comportamenti specifici importanti come:


• Una gioiosa testimonianza della propria vita religiosa e comunitaria nella missione educativo-pastorale;
• L’impegno di tutti ed ognuno per vivere gli elementi fondamentali dell’identità salesiana, come la presenza vicina e significativa tra i giovani, la disponibilità al contatto personale, la cura dell’integrità del PEPS in ogni attività, la visione d’insieme di tutta la presenza salesiana promovendo l’interrelazione e collaborazione tra le diverse opere che lo compongono, etc;
• La collaborazione leale con i diversi organi di partecipazione esistenti;
• La partecipazione attiva nei processi di formazione in atto nella CEP;
• La preoccupazione per lo sviluppo della vocazione salesiana nei giovani e collaboratori

A questo proposito è utile aggiungere ciò che afferma il Rettore Maggiore nella lettera sopra citata: questa animazione “comporta di dare vita ad una presenza che sollevi interrogativi, dia ragioni di speranza, convochi persone, susciti collaborazione, attivi una comunione sempre più feconda per realizzare insieme un progetto di vita e di azione secondo il Vangelo” (ACG 363,21).
Il Direttore SdB come primo responsabile della CEP:


• Anima gli animatori ed è al servizio dell’unità globale dell’opera;
• Cura l’identità carismatica del PEPS, in dialogo con l’Ispettore e in sintonia con il Progetto Ispettoriale;
• Promuove i processi formativi e di relazione;
• Attua i criteri di convocazione e formazione dei laici, individuati nell’Ispettoria;
• Mantiene il collegamento tra la comunità salesiana e la CEP (CG24, 172).
Il Consiglio della comunità assiste e collabora con il Direttore SdB nelle sue funzioni di primo responsabile della CEP.
Nel precisare il necessario collegamento tra il Consiglio della Comunità e gli altri organismi di partecipazione della CEP conviene tenere conto di alcuni criteri:
• Favorire la partecipazione come membri del Consiglio della CEP, collaborando direttamente e attivamente nei processi di riflessione e decisione;
• Assumere le decisioni negli affari che coinvolgono direttamente l’identità salesiana, la formazione e la convocazione dei laici;
• Favorire sempre un’adeguata informazione tra comunità e organismo della CEP, vie agili di dialogo e rispetto delle responsabilità dei diversi membri.” (Dicastero per la Pastorale Giovanile, “La Pastorale Giovanile Salesiana” – Quadro di riferimento fondamentale, ed. SdB, Roma 2000, seconda edizione, pagg. 56-57).


La proposta del CG25: un obiettivo ed alcuni percorsi indicati
Venendo agli atti del CG25, innanzi tutto proponiamo l’indicazione che viene data ai salesiani come criterio di verifica per il proprio lavoro apostolico e per una presenza della Comunità come forza di animazione carismatica all’interno dell’opera:
“Il rapporto tra Comunità ed Opera deve permettere alla Comunità salesiana di vivere e lavorare insieme ed essere punto di riferimento carismatico nel nucleo animatore della CEP. Il che suppone che il progresso comunitario sia in linea con il Progetto Ispettoriale e con quello di ogni CEP.” (CG25 78, pag. 73)
L’obiettivo proposto è dunque molto chiaro. La Comunità Salesiana, per sua natura vive di una consacrazione e di un’esperienza comunitaria, che è strettamente connessa ed ordinata alla sua missione. Ci devono essere quindi le condizioni necessarie perché questo si possa verificare serenamente ed efficacemente. Dice il Rettore Maggiore nel suo discorso conclusivo al CG25: “la qualità della vita di comunione e l’azione educativa e pastorale richiedono una consistenza quantitativa e qualitativa della comunità salesiana. Tutte le proposte per rendere formativo il quotidiano e migliorare la qualità della metodologia, dei contenuti e delle attività si scontrano con le possibilità reali della comunità. Per noi la vita fraterna in comunità è un elemento della nostra consacrazione apostolica e quindi della professione religiosa (Cost. 3 e 24), insieme alla sequela di Cristo obbediente, povero e casto e alla missione. Essa è anche l’ambito in cui siamo chiamati a vivere l’esperienza spirituale, la missione e i consigli evangelici. Non possiamo perciò continuare con la pretesa di voler risolvere tutti i problemi, a scapito del carisma e della vita della comunità.” (CG25, Allegato 7, Discorso di chiusura del Rettore Maggiore, n.192, pag. 159)
Questa citazione ci dà ragione del riferimento che viene fatto al Progetto Comunitario e alle condizioni di fedeltà in riferimento al Progetto Organico Ispettoriale. Da una parte dunque la Comunità Ispettoriale deve fare delle scelte per ricondurre le comunità, attraverso un processo di ridimensionamento, a delle condizioni di qualità e di quantità tali da permettere la possibilità di una significatività effettiva nel contesto di ogni opera. E, d’altro canto, le condizioni vanno verificate anche dall’interno della comunità con il riferimento continuo al progetto della stessa Comunità Educativa e Pastorale.
Il testo capitolare poi specifica degli itinerari di crescita, corrispondente ad alcune convinzioni che si devono concretizzare nella vita reale delle comunità:
“La Comunità salesiana realizza il suo compito di animazione della CEP maturando nella convinzione:


• Che tutti i salesiani secondo le loro possibilità, sono membri del nucleo animatore, nella consapevolezza che esso non si riduce alla comunità SdB. In linea interpretativa con l’art. 5 dei Regolamenti Generali e nello spirito del CG24 e degli orientamenti successivi, va maggiormente incentivata la coscienza che la responsabilità dell’animazione della CEP è da condividere con i laici, superando resistenze ed entrando nella prospettiva della corresponsabilità pastorale e carismatica.

• Che tutta la comunità, anche quando è rappresentata da un solo confratello, si sente partecipe del nucleo animatore dell’opera.
• Che il vivere e lavorare insieme della comunità trova una prospettiva più ampia, a livello di rapporti e di corresponsabilità, nel contesto della CEP.
Che il rapporto tra le strutture di governo della comunità religiosa e le strutture di governo dell’opera deve essere armonizzato, evitando sovrapposizioni.” (CG25 79, pagg. 73-74)
E ancora: “La comunità salesiana vive la sua vocazione ad essere punto di riferimento per l’identità carismatica del nucleo animatore della CEP assumendo il modello operativo descritto dalla CG24. A tal fine la comunità salesiana cresce:
• Formando i giovani ed i laici al carisma salesiano;
• Condividendo con i laici la propria missione;
• Vivendo lo spirito di famiglia;
• Promovendo una vera corresponsabilità nell’animazione e nel governo;
• Garantendo fedeltà all’intenzionalità pastorale di tutti glia spetti della vita comunitaria;
• divenendo promotrice di pace e di giustizia e capace di risposte concrete ai bisogni dei poveri.”


Possibili scelte concrete
Concludendo penso che si possano ritrovare alcune istanze di fondo cui fare riferimento nel nostro cammino di rinnovamento per abilitare le nostre comunità a vivere profondamente la loro vocazione comunitaria e al tempo stesso essere vero “nucleo” animatore dell’opera che è a loro affidata.

1. Innanzi tutto tenere presente con spirito di concretezza la nuova situazione delle nostre comunità:


• La loro composizione attuale che presenta un numero esiguo di confratelli, diversità generazionali, preponderante presenza di anziani.
• Il nuovo rapporto che effettivamente si è creato tra comunità ed opera apostolica con una responsabilità che non è più esclusiva degli SdB, con un diverso coinvolgimento degli stessi SdB, la sproporzione spesso tra il personale religioso e le dimensioni dell’opera.
• La necessità di trovare un nuovo equilibrio tra esigenza di lavoro apostolico, vita comune e fraternità.

2. L’analisi del quadro reale delle situazioni sarà uno degli elementi di partenza più importanti per la nuova determinazione dei POI che deve ridare, al livello ispettoriale la possibilità e le condizioni essenziali per una vita comunitaria significativa dal punto di vista fraterno e apostolico.

3. Condizioni per essere nucleo animatore:
Ripensare alla nostra collocazione e la nostra funzione all’interno della CEP, privilegiando i compiti di animazione, proponendoci come comunicatori di spiritualità, facendo della comunità salesiana, una famiglia capace di suscitare comunione attorno alla missione, ispirando l’azione al dinamismo missionario di Don Bosco espresso nel “Da mihi animas”, coltivando la formazione permanente nel quotidiano.

4. Promuovere e sviluppare alcuni elementi importanti:


• Coltivare sempre con molta attenzione e in tutti i suoi aspetti l’identità salesiana dell’opera.
• Curare soprattutto l’animazione spirituale dell’opera. Siamo chiamati ad essere testimoni e promotori della spiritualità e pedagogia del sistema.
• Curare l’aspetto organizzativo. Il funzionamento del consiglio della CEP e la definizione dei ruoli, la funzione animatrice del Direttore.
• Impostare la formazione-qualificazione di SdB e laici per l’animazione. Il cambio della mentalità, il cambio del modo di lavorare e di organizzarsi (visione del proprio ruolo e del ruolo degli altri, consapevolezza e priorità del proprio contributo specifico) comportano il superamento di resistenze, di mentalità e di atteggiamenti, che risulta impossibile se non si dà priorità ad un processo sistematico di formazione di SdB, dei laici e di entrambi i gruppi insieme. Questo processo trova il suo luogo naturale nella CEP e lo strumento più adeguato nel PEPS. Tale processo sistematico di formazione implica i seguenti passi:
? Partire dall’esperienza e condivisione dello spirito salesiano nella vita quotidiana della CEP, vivendo e sperimentandolo nella quotidianità;
? Approfondire il vissuto mediante una sistematica riflessione e conoscenza di Don Bosco e della tradizione salesiana;
? Personalizzare tutto il processo attraverso un accompagnamento educativo mirato e sistematico.

• Proponendo “uno stile nuovo” in cui sia chiara:


- La scelta della centralità di persone, al di sopra delle strutture e del loro funzionamento; tutto ciò richiede un attenzione speciale alla promozione delle relazioni personali, alla promozione del coinvolgimento personale in un progetto educativo condiviso, a porre gli elementi strutturali e di lavoro al servizio delle persone.
- Una nuova maniera di essere presenti tra i giovani, non tanto come organizzatori e dirigenti delle varie attività ed opere, ma promovendo il protagonismo dei giovani e dei collaboratori, partecipando nelle loro iniziative, cercando di motivare, di suscitare la collaborazione di tutti, cercando di testimoniare concretamente i valori del sistema preventivo.
- Un ritmo di vita che favorisca la qualità salesiana dell’esperienza. È indispensabile garantire ad ogni comunità e ad ogni confratello il tempo necessario per curare e sviluppare la sua vita spirituale e fraterna. Darsi dunque un ritmo che favorisca il recupero delle forze e il sostegno della qualità della vita. È necessario, infatti, fare delle scelte, stabilire delle priorità, affrontare con visione di futuro la tensione tra le urgenze e le esigenze della missione, tra la generosità e la qualità del servizio (ACG 161, pag. 23).


Problemi allo studio
Restano da evidenziare e studiare tutte le complicanze di carattere giuridico che coinvolgono i vari soggetti decisionali. A titolo di esempio pensiamo alle opere che hanno a loro interno un soggetto giuridici di per se stesso indipendente, come un CFP, un’associazione civile o altro. I problemi che si vengono a porre sono piuttosto delicati e vanno affrontati a livello di studio e approfondimento da parte degli organismi competenti nel campo giuridico, in dialogo con il settore della Pastorale, trovando le giuste forme di intervento e animazione.

d. Adriano Bregolin
Consigliere generale per l’Italia e il Medio Oriente


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Psicologia e vita religiosa
ALLE SOGLIE DEL MISTERO
Spunti per afferrare
il senso essenziale dell’ascolto

Non si dà ascolto senza relazione
Oggi la psicoterapia, anche se non ovunque o da parte di tutti, sta mettendo sempre più al centro la persona e al sua storia. anche in campo psicologico si fa pressante l’esigenza di un ascolto qualitativamente più attento e rispettoso dell’individualità dell’altro e del suo mistero.
Questo ascolto consente di penetrare dentro l’animo umano per vie sempre nuove conducendo l’altro davvero alle soglie del mistero del suo io e dunque consentendo di conoscerlo meglio… ma la cosa inedita è la scoperta che tale ascolto di conoscere meglio se stessi: per quanto questa conoscenza può essere favorita provocata e arricchita dal confronto con l’altro e da quanto emerge in questa relazione, è un ascolto attraverso il quale l’altro ci istruisce.
Vediamo allora le condizioni di questo processo di ascolto.
Anzitutto va precisata la visione antropologica entro cui nasce e ha valore la disposizione dell’ascolto.
L’ascolto fa parte di una precisa visione antropologica in cui l’uomo è soprattutto relazione e può esser compreso entro una rete di relazioni, mentre la relazione stessa è vista, da un profilo psicologico il luogo non solo della manifestazione ma della crescita dell’io e del tu. L’uomo, in questa prospettiva ha bisogno di qualcuno/Qualcuno che stia con lui e parli con lui. La sua celebrata ragione è sempre e solo una ragione che risponde ad un appello nel silenzio relazionale l’uomo rischia di sfiorire come pianta senza luce, mentre nella relazione e attraverso essa accede alle soglie del mistero. L’ascolto di una parola, in tale concezione relazionale, viene a svolgere una funzione di mediazione, di contatto tra l’io e il tu che può giungere a una più o meno intensa comunione interpersonale.
Se relazione e concezione relazionale rappresentano la condizione di base dell’ascolto, la riflessione psicologica ci consente di intravedere altre conseguenti condizioni che lo rendono possibile. Le raggruppiamo sotto quella che potremmo considerare la caratteristica fondamentale di chi vive l’ascolto nella relazione: l’homo ob-audiens.
Ob-audiens è l’uomo che ha smarrito la strada e porta una mano all’orecchio per captare le miriadi di onde sonore una voce un rumore un cenno di vita che potrebbero indicargli la direzione giusta.
È colui che vive l’ascolto intendendolo come la condizione per orientarsi correttamente nell’esistenza lungo la via della relazione.
Ecco alcune peculiarità di questo atteggiamento:


• è libero e capace d’ascolto ob-audiens solo chi ha imparato a entrare in rapporto con la diversità, con l’altro da sé, resistendo alla tentazione, particolarmente evidente oggi, di omologare l’altro a sé, di entrare in rapporto solo con chi gli è simile o accetta di diventarlo. E con questa diversità è in grado di stabilire un rapporto fecondo, con tutto il carico di sfida e fatica che questo comporta;
• sa di non conoscere il mistero dell’altro, ma sa soprattutto che in ogni caso sarà qualcosa di inedito per lui., qualcosa che lui non ha e che lo potrà arricchire. In una parola stima l’altro con la sua diversità, un a stima che è davvero conditio sine qua non per l’ascolto effettivo. Stima come apprezzamento dell’amabilità oggettiva dell’altro (a prescindere dai suoi comportamenti), come dono e carità dello spirito verso il tu; non si ascolta colui verso il quale non si ha stima, in cui non si riconosce il mistero d’una identità che in ogni caso è unica-singola-irripetibile e dunque meritevole comunque di attenzione;
• e se di mistero si tratta chi vuol davvero ascoltare sa di non sapere, è libero da pregiudizi, non pretende imporre all’altro schemi preconcetti che finiscono per annullare la singolarità indicibile del tu, e dunque carica d’importazione la situazione dialogica, e si porrà con estrema attenzione e delicatezza ad ascoltare tutto dell’altro, non solo la parola, e ogni altro, non solo quelli del suo giro;
• chi fa così è davvero ob-audiens, poiché l’ascolto è sempre orientato verso l’obbedienza conseguente, se non vuole rischiare insignificanza e finzione. L’ascolto autentico nasce dalla serietà con cui si prende la parola altrui; la mano all’orecchio dell’homo ob-audiens esprime l’attenzione a non perder una parola per lui significativa e, al tempo stesso, dice la disponibilità obbedienziale, il dovere e la necessità dell’ascolto. In costui l’ascolto è atteggiamento costante, non operazione estemporanea. Esprime una certa priorità attribuita all’altro nei propri confronti, o quella dignità che lo rende d’essere ascoltato per quello che l’altro è, e non per i propri interessi, ovvero l’ascolto vero è gratuito ed esprime un salutare decentramento;
• in qualche modo addirittura chi ascolta si sente responsabile dell’altro, sa che quell’irriducibile mistero è ora consegnato a lui, al suo fragile ascolto, o quantomeno agisce e ascolta come se in quel momento l’altro gli fosse affidato e il tu potesse emergere e affiorare nelle sue potenzialità solo grazie alla sua capacità di ascolto e accoglienza, e magari al di là di eventuali debolezze e rigidità. Ma al tempo stesso si sente anche bisognoso dell’altro, della sua presenza e parola, del suo esserci come quell’essere particolare, risorsa che l’arricchisce ma pure sfida che lo provoca e domanda che interpella, e in ogni caso passaggio inevitabile, perché oggettivo, per la sua realizzazione, mediazione preziosa, sul piano umano e tanto più su quello credente, per una autentica maturazione, al di là di illusioni soggettive e narcisismi autoreferenziali.

Queste condizioni, tornando alla visione antropologica di fondo ( e alla concezione di filosofi come Buber, Lèvinas…), consentendo davvero alla relazione di divenire il luogo ove il tu chiama l’io lo provoca e lo fa maturare, lo riconosce e lo fa crescere e viceversa.
Alla luce di queste condizioni potremmo dire che l’ascolto è lo spazio dell’io abitabile dall’altro; ascoltare è offrirsi (mettendo a disposizione tempo, energie, cuore, comprensione…) come spazio in cui l’altro possa muoversi con libertà, sentirsi riconosciuto e accolto nella sua verità.

Dalla sincerità alla verità
Il chiarimento di queste condizioni mi sembra che collochi l’altro tra le operazioni più significative dell’essere umano rendendolo al