LETTERA DELL'ISPETTORE

 
 

Carissimi Confratelli,

nei giorni 7 – 9 di febbraio abbiamo celebrato i dieci anni dell’inizio della presenza salesiana in Albania.
Per l’occasione, abbiamo invitato il Rettor Maggiore Don Pascual Chavez ad essere presente, ma soprattutto a volerci illuminare con il dono della sua parola e con il suo incoraggiamento di Padre.

I momenti salienti della Visita sono stati i seguenti.

• La conferenza a Tirana la sera del 7 alla presenza di alcuni Ministri e dell’Ambasciatore d’Italia e di numerosi amici e collaboratori dell’Opera Salesiana: ha parlato sul tema della globalizzazione e sulla necessità dell’educazione della gioventù.
• La mattina dell’8 a Scutari ha partecipato alla solenne concelebrazione, presieduta dall’Arcivescovo Mons. Massafra, per la consacrazione della Chiesa nuova dedicata a S. Giovanni Bosco. Ha tenuto l’omelia rivolgendosi principalmente ai giovani ed esortandoli ad essere protagonisti nel Terzo Millennio.
• Nello stesso pomeriggio, in una cornice più raccolta e familiare, ha accolto la promessa di sette nuovi cooperatori che vanno ad aggiungersi ai quattro degli anni scorsi e costituiranno il primo nucleo dell’associazione locale.
• La mattina della domenica a Tirana ha celebrato nel capannone che funge da Chiesa la Messa per i nostri parrocchiani e per i cattolici che da Breglumasi, quartiere periferico, sono venuti per l’occasione. Vi è stata anche la promessa di sette nuovi cooperatori, i primi di Tirana.

Altri momenti significativi sono stati quelli vissuti con i confratelli sia negli incontri comunitari sia in quelle informali: Don Chavez si è mostrato a tutti cordiale e attento e ha suscitato simpatia e corrispondenza, proprio nello stile di famiglia voluto da Don Bosco.

Il Rettor Maggiore è rimasto positivamente sorpreso di quanto è stato fatto in dieci anni non solo per le costruzioni, ma soprattutto per l’azione pastorale che ha creato simpatia e coinvolgimento da parte della popolazione.
Ha constatato come le autorità religiose e civili stanno apprezzando e stimando l’impegno per la promozione umana e cristiana dei giovani da parte dei figli di Don Bosco.
Un altro aspetto lo ha particolarmente reso felice: è la fecondità vocazionale. I 24 giovani aspiranti e i tre prenovizi sono un segno di benedizione del Signore e di sicura speranza per il consolidamento della nostra presenza e del nostro servizio.

Vorrei aggiungere una nota strettamente personale.
Ho potuto toccare con mano, oltre alla profonda cultura e competenza, la squisita umanità di Don Chavez che si è mostrata, sia negli impegni ufficiali sia in quelli più ordinari, in una amorevolezza concreta e attenta, pronta ad accoglierti e sensibile all’incontro.

Voglio con voi ringraziare il Signore per tutto il bene ottenuto e ringraziare anche tutti i confratelli e gli Ispettori precedenti, che con zelo costante e superando difficoltà, che sembravano insormontabili, hanno avuto piena fiducia nel Signore e hanno aperto quello terra alla presenza salesiana.

Napoli, 1 marzo 2003

L’Ispettore
Sac. Francesco Gallone

 

PASTORALE GIOVANILE

Incontro nazionale per il disagio e l’emarginazione
IL RETTOR MAGGIORE
E I PROBLEMI DELL’EMARGINAZIONE

Al centro la formazione del salesiano



Salesiani europei chiedono all’UE nuove politiche
CONVEGNO GIOVANI IMMIGRATI
Indicate scelte pastorali concrete


Linee emergenti dall’incontro europeo di Barcellona
IL LAVORO DEI SALESIANI


I weekend dell’Esperienza Ricerca
UN DONO DELLA TRINITÀ
Quasi un bilancio dopo quattro mesi


C onvocati dall’ansia missionaria
HARAMBÉE… INCONTRO
In attesa dell’appuntamento ispettoriale


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Incontro nazionale per il disagio e l’emarginazione
IL RETTOR MAGGIORE
E I PROBLEMI DELL’EMARGINAZIONE

Al centro la formazione del salesiano


Il 14 gennaio scorso si è tenuta a Roma la riunione periodica degli Incaricati ispettoriali per il disagio e l’emarginazione. Ci si incontra periodicamente per studiare problemi e iniziative del Settore. Siamo sempre di tutte le età: dai padri storici in questo campo (per noi c’è don Michele De Paolis) ai giovani confratelli, dai SDB alle FMA, ai Laici. Questa volta la riunione ha avuto una particolare risonanza perché ha voluto essere presente il Rettor Maggiore per più di due ore a parlare con noi. L’intervento è molto ricco e interessante, e riassumerlo, evidentemente, è un po’ impoverirlo. Per desiderio anche dell’ispettore provo a sottolineare qualche aspetto, riportando le sue parole così come sono state registrate.

Il Rettor Maggiore ha iniziato il suo discorso, partendo da uno spunto biblico: “Se prendessi il testo di Marco di questa mattina (Mc 1,21-28), direi che il tempo è proprio per esorcizzare i demoni, perché oggi sentiremo la prima presentazione di Gesù, secondo il Vangelo di Marco: l'incontro con una persona posseduta, l'incontro per vincere il male personale e sociale con la forza del bene per renderlo visibile e leggibile (perché a volte facciamo fatica a rendere testimonianza e questa non sempre viene letta così). È importante non solo essere buoni, ma che anche quelli che ci vedono possano leggere quello che vogliamo fare, la presenza di Cristo. Occorre rendere visibile la forza del suo Vangelo, capace di lievitare qualsiasi cultura, anche l'odierna, la presenza del suo Spirito che fa nuove tutte le cose, capace, in questo mondo di innestare la terra nuova e i cieli nuovi. Cose che vengono suggerite dal testo di Marco di questa mattina”
È passato poi alla sua esperienza: come direttore di Studentato, prima, e poi come Ispettore, fa riferimento a quanto da lui realizzato. ”Se voi andate in Messico e guardate dove si trova il Teologato, lo troverete in un quartiere molto povero, popolare, con molte sfide sociali. Non vi sto a raccontare le lotte che abbiamo fatto già solo per rendere consapevole la gente del luogo, che di quel quartiere avevano fatto un luogo di prostituzione. Allora si trattava della redenzione della dignità delle donne, del fatto che erano state minacciate, schiavizzate…. Questa attenzione aiuta a non avere una formazione dissociata dalla realtà. Penso e sono convinto che non si favorisce una formazione matura se questa viene realizzata al margine o lontano dalle sfide sociali in cui la gente vive. Come direttore del Teologato abbiamo creato l'opera per i ragazzi della strada (Progetto "Mairos Don Bosco”) che continua ad essere operante. Tutti i giorni, non solo, anche durante la notte, si dovevano fare i turni per stare accanto ai ragazzi della strada.
Come Ispettore di Mexico-Guadalajara ho ideato, poi, un progetto organico, sapendo dove potevo orientare l'Ispettoria per evitare che fosse un'Ispettoria monotematica con una presenza altamente scolarizzata, per andare in "frontiera" e siamo andati alla frontiera geografica e sociale.
Potete trovare sulla frontiera tra Messico e Stati Uniti, lunga 3000 km, l'oratorio, vicino a S.Diego (CA), troverete ben quattro oratori. Significava, per un'ispettoria concentrata a Guadalajara al centro, andare in periferia, Sono oratori veri e propri, con tutte le attrezzature, per offrire ai ragazzi possibilità che li aiutino ad affrontare con successo la vita. E vi posso dire che i terreni che ci offrivano erano proprio per non restare, per andarcene. Abbiamo dovuto lottare, perché lì ci sono interessi di traffico di droga”.

Alla conclusione di questa parte il RM dice: “Sul campo della riflessione potrei dire che ho lavorato molto sulla formazione dei Salesiani, sull'inserimento, sul valore dell'inserimento nei quartieri popolari, l'opzione per i poveri, il carisma Salesiano per dare un volto umano alla globalizzazione, il sistema preventivo all'emarginazione.
La conclusione più interessante, dopo aver studiato lungamente la cultura, è l'importanza della cultura, se è vista nel senso veramente sociale del termine.
Mi sono convinto che il problema non è economico, ma che il problema della povertà e dell'emarginazione è un problema culturale. Il giorno che capiremo che esiste un altro modo di pensare la persona, un’altra maniera di organizzare il tessuto sociale, solo allora ci sarà un altro modo di impostare i rapporti interpersonali.
C’è anche il fatto che la scelta del campo dell’emarginazione, del campo del disagio, richiede non lo spostamento o la ricollocazione di tutta l’istituzione, anche se la realizzazione di alcune Opere lo richiede per evitare di cadere nella vuota retorica. Quello che importa è un cambio di ermeneutica, una maniera diversa di interpretare il lavoro che svolgo dove mi trovo, cosa pretendo dal lavoro che faccio, o cosa faccio in un quartiere popolare”.
Il RM, poi, è passato ad elencare alcune Opere significative presenti in Congregazione che fanno vedere come la creatività salesiana spazia sui campi più disparati: dai ciechi ai ragazzi di strada; dai programmi per dare acqua alle scuole di lingua in Ecuador e in Amazzonia; dalla cura di ragazzi vittime di abusi sessuali in Sri Lanka, ai rifugiati dell’Etiopia, del Sudan, del Congo, dell’Afganistan; dai Rom ai Centri per il lavoro del Venezuela…
In questo quadro il RM inserisce anche la tematica dell’ultimo Capitolo Generale che non si deve leggere come un discorso che fa la comunità nella linea “autoreferenziale”. E a questo riguardo il RM richiama anche il Messaggio dei capitolari ai Giovani e l’Appello per salvare i giovani del mondo: due segni che il Capitolo ha dato prima della sua chiusura.
Continua, poi, il RM: “Nel mio intervento il 27.11.2002 in Campidoglio a Roma, per fare memoria e dare prospettiva dell'Opera Ragazzi Don Bosco, ho preso come titolo: "Prima che sia troppo tardi, salviamo i ragazzi, il futuro del mondo", dove non ho fatto altro che sviluppare, in questo testo, le sfide dei ragazzi: i ragazzi di strada, le gang, i ragazzi soldato, i ragazzi violati, i ragazzi lavoratori schiavi, i ragazzi poveri ed emarginati…”.
Il RM rileva che in Congregazione oggi si è molto più sensibili che nel passato a questi problemi. “Non c'è dubbio che questa sensibilità è cresciuta, che le Opere in questo settore sono inserite in un progetto sempre più organico. Sono già molte le ispettorie che hanno assunto nella loro animazione un delegato per questo settore. Si lavora in rete anche a livello continentale, per esempio in America Latina, dove si fa un incontro all'anno, e nelle tre regioni d'Europa si sta cercando di lavorare insieme: infatti ci sarà un incontro a Barcellona prossimamente”.

E il programma del sessennio del Consiglio Generale richiama molto l’aspetto della risignificazione della presenza salesiana: “Risignificazione può voler dire: ristrutturazione delle opere, ricollocazione dove si trovano i giovani più bisognosi, un tipo di presenza che susciti degli interrogativi; è importante che questa testimonianza sia leggibile agli occhi degli altri.
Questo tema è stato assunto tra le quattro aree da attualizzare nel sessennio. La terza è proprio quella della risignificazione della presenza.
La terza area dice così: "Portare la comunità ad accogliere e condividere la vita con i giovani, soprattutto i più poveri, come segno dell’identità carismatica, stimolando la conoscenza della realtà giovanile, religiosa, sociale del territorio” con interventi molto specifici: concentrarsi sulle nuove povertà dei giovani, creare nuovi spazi per i giovani nella comunità, ecc. La cosa più importante la si trova nel prospetto 3.1.4. dove si dice: “assumendo la prospettiva della marginalità in tutte le presenze”.
Nella parte più specifica, quella che riguarda la Pastorale Giovanile, la terza area è quella della promozione e si chiama appunto così: “Promozione della solidarietà e della giustizia”.
Negli obiettivi generali si parla di “Attenzione speciale e prioritaria alle situazioni di disagio giovanile. Nella elaborazione e realizzazione di ogni progetto educativo pastorale, assicurare un’attenzione speciale e prioritaria alle situazioni di povertà e disagio giovanile, in particolare: la preparazione e l’inserimento nel lavoro, l’immigrazione e le minoranze etniche, le diverse situazioni di sfruttamento infantile e giovanile”.
Il RM ha concluso invitando ad attivare processi: “Stimolando nelle comunità salesiane e nella C.E.P.: la conoscenza diretta e la vicinanza a situazioni che richiedono solidarietà; un’attenzione educativa integrale a tutti i giovani; la presenza di educatori identificati con il progetto educativo salesiano; una collaborazione attiva con le altre istituzioni ecclesiali e civili per rendersi presenti laddove si elaborano le politiche educative e sociali che interessano i giovani, soprattutto quelli a rischio”. (3.1.1.)
“Cosa dobbiamo fare ancora?
Dobbiamo lavorare tanto sulla formazione, per evitare di dare una formazione che rischierebbe di infantilizzare, perché con una formazione staccata dalla realtà, che invece di farti più solidale, ti fa più individualista, sarà molto difficile che, finito il processo formativo, si abbia una certa sensibilità, una certa coscienza. Sono dei valori che vanno imparati, vanno sviluppati, e per questo si deve cercare di curarli molto di più.
Non vedo con pessimismo questa situazione, sono consapevole che sono situazioni che devono cambiare, che devono adeguarsi sempre più al criterio di servire ai bisognosi, alla gente più emarginata, cercare di trovare opere che rispondano alle esigenze reali dei giovani.
Altrimenti opereremmo come un’agenzia di viaggio: io ho questo pacchetto, o lo prendi, o non lo prendi, problemi tuoi. Non può essere così: dobbiamo sempre avere in mente i bisogni cui dobbiamo rispondere”.

a cura di d. Gennaro Comite
Chi fosse interessato al testo integrale, può farne richiesta.

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Salesiani europei chiedono all’UE nuove politiche
CONVEGNO GIOVANI IMMIGRATI
Indicate scelte pastorali concrete


Circa 90 tra Salesiani e Laici, provenienti da 15 nazioni e rappresentanti d’Europa, si sono riuniti a Barcellona dal 20 al 23 febbraio, per discutere i problemi dell’immigrazione.
Dell’Ispettoria Meridionale hanno partecipato d. Matteo Di Fiore, economo ispettoriale, d. Pasquale Cristiani, delegato PG e d. Gennaro Comite, incaricato del Settore Emarginazione e disagio. Il Convegno si è concluso con un documento che chiede “politiche europee” in grado di assicurare il diritto di accoglienza, “valorizzando le diversità” perché “gli immigrati costituiscono una risorsa e non solo un problema”.
I partecipanti si sono impegnati a promuovere un cambiamento di mentalità, che giunga a “scelte pastorali coerenti con i principi e i valori fondanti della pedagogia salesiana” e affermano la necessità di rendersi “attivi e propositivi nel campo della politica, perché nei nostri paesi i diritti umani universali dei giovani e delle loro famiglie superino gli interessi nazionali”.
Il documento rileva inoltre l’esigenza di un coinvolgimento di risorse nuove (educatori, volontari, operatori di madre lingua), per un lavoro in rete con le istituzioni e altre organizzazioni, e soprattutto per una profonda esperienza di fede che ogni giorno nell’incontro con lo straniero sappia testimoniare l’incontro con Cristo. Tre le linee operative: la formazione dei Salesiani e dei collaboratori laici per il cambiamento di mentalità; una pastorale giovanile attenta al fenomeno immigrazione nelle opere e servizi salesiani per promuovere l’educazione ai valori della multiculturalità; il coordinamento e l’animazione per una presenza più efficace e significativa.
L’incontro si è concluso con l’invito di d. Domenech a riportare l’esperienza nelle ispettorie di provenienza, promuovendo spazi di riflessione sulla realtà dell’immigrazione in ogni contesto e facendo conoscere esperienze significative in questo campo, nella convinzione che questo è un impegno che la Congregazione oggi ripropone in maniera precisa e decisiva come aspetto caratteristico del carisma salesiano. Ripetutamente è stato ricordato nel Convegno come Don Bosco mandò i Salesiani in Argentina, proprio con questa attenzione al mondo dell’immigrazione.
Sicuramente in ispettoria prenderemo in considerazione questo fenomeno, dato anche l’impegno che abbiamo in Albania.

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Linee emergenti dall’incontro europeo di Barcellona
IL LAVORO DEI SALESIANI

I. Formazione dei salesiani e dei collaboratori laici
1. Promuovere l’approccio all’immigrazione nella formazione per un cambiamento di mentalità nei SDB, nelle CEP e nella gente attraverso:

• Piani di formazione all’intercultura, alla diversità come risorsa, e educazione sociale, come realtà trasversale presente in tutti gli ambiti del lavoro educativo e pastorale
• Formazione e sensibilizzazione per tutti: educare all’accoglienza e alla solidarietà, promuovere la conoscenza della cultura degli altri
• L’iniziazione per gli SDB con percorsi ed esperienze appropiate: esperienze di lavoro interculturale (tirocino in altro paese; lavoro in un’area fuori di un‘opera salesiana...; esperienze in altri contesti, gemellaggi),
• La formazione permanente degli educatori e animatori che già svolgono attività significative per i minori,
• La presenza di specialisti, anche retribuita, e la qualificazione per quelli che si dedicano direttamente a questo lavoro

2. Iniziative concrete da mettere in atto

• Incontri di sensibilizzazione e di riflessione
• Esperienze di lavoro interculturale e verifica attraverso la riflessione e il confronto tra le persone che vivono nell’ambiente (rilettura della prassi)
• Imparare le lingue come risorsa per comunicare
• Corsi di studio specializzati: formare alla mediazione e alla non violenza, studiare le questioni del razzismo e dei pregiudizi
• Lavorare con progetti elaborati e verificati in dialogo con organizzazioni di immigrati
• Creare comunità interculturali (internazionali)
• CEP rappresentative della realtà multiculturale; le persone immigrate come collaboratori

II. La Pastorale Giovanile salesiana
1. Il nostro lavoro con immigrati

• Non deve ridursi a opera di uno solo, ma deve coinvolgere tutta la CEP, sensibilizzando e coordinando il lavoro di tutta l’ispettoria,
• Accoglienza incondizionata, dando più importanza all’interno di tutte le opere, facendo attenzione alle diverse situazioni (regolari, non regolari...)
• Valorizzare tutte le strutture ed opere assumendo l’immigrazione come realtà delle nostre opere con tutte le conseguenze, inserendo nel progetto educativo pastorale dell’ispettoria l’attenzione all’immigrazione e promuovendo un lavoro di rete,
• Far conoscere chiaramente ciò che offriamo e ciò che chiediamo

2. La PG per gli immigrati

• Da destinatari a protagonisti, valorizzando quello che possono offrire,
• Impegno più sistematico non riducendosi ai bisogni e alle emergenze,
• Valorizzare, come educatori, immigrati che possono aiutare; favorendo la presenza di mediatori culturali che possano aiutare entrambi, capaci di lanciare laboratori interculturali
• Avviare offerte specializzate a livello di educazione informale: associazioni, gruppi, ecc.
• Promuovere l’educazione di strada per i giovani immigrati là dove sono

3. Lavorare in rete

• Con enti, associazioni e persone competenti,
• Con maggiore impegno a livello sociale e politico,
• Con collegamenti con i paesi di origine per favorire il ritorno di quanti possono divenire protagonisti di sviluppo
• Con una migliore conoscensa delle leggi e della realtà dei giovani per mettere in campo impegni più adeguati ed efficaci.

4. Promuovere l’educazione ai valori della multiculturalità

• Formare le coscienze a partire da una base etica condivisa
• Educare, come don Bosco, all’onestà e alla cittadinanza, perché tutti siano responsabili costruttori di nuova convivenza
• Attenzione al dialogo interrreligioso, facendo tesoro delle esperienze vissute dai salesiani in contesti islamici.

III. coordinamento e animazione a livello europeo
1. Coordinamento europeo che promuova un’azione di collaborazione nel settore dell’esclusione sociale e soprattutto dell’immigrazione giovanile

• Ufficio nel dicastero di PG come punto di riferimento per informazioni e monitoraggio, in contatto con Bruxelles
• Coordinamento dei segretariati tecnici delle varie ispettorie dediti alla ricerca di risorse a livello europeo, anche per favorire l’accesso a progetti europei e facilitare i partenariati;
• Lavoro in rete tra le opere salesiane dell’Europa e tra i paesi di origine e quelli che ricevono gli immigrati
• Valorizzazione del coordinamento europeo youth net già in atto, per estenderlo ad altri soggetti nazionali e a orizzonti nuovi.
2. Comunicazione:
• Favorire una comunicazione migliore verso l’esterno di tutte le azioni intraprese e una condivisione di espereinze nell’ambito europeo
• Sviluppare un sito che possa offrire informazioni, nomi di organizzazioni, esperienze di educazione interculturale
• Dare la possibilità ai salesiani di visitare altri progetti, per vedere e imparare

3. Presenza nell’Europa:

• Assumere una posizione politica chiara, favorendo i movimenti di opinioni a vantaggio dell’accoglienza
• mettersi d’accordo su criteri circa le politiche di sostegno allo sviluppo dei paesi di origine
• sviluppare il volontariato a livello europeo e internazionale,
• maturare un’azione e una strategia efficace per l’accoglienza e l’educazione dei minori immigrati.

4. Formazione alla mediazione culturale

• Creare una scuola per la mediazione culturale
• Individuare nella congregazione salesiana mediatori culturali che possano vivere anche temporalmente un progetto multietnico in un’altra ispettoria
• Scambio con educatori dei paesi di origine dell’immigrazione,
• formazione sul campo nei paesi di origine dell’immigrazione degli educatori europei
• Far venire confratelli, dove si può, dalle regioni da cui vengono gli immigrati.

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I weekend dell’Esperienza Ricerca
UN DONO DELLA TRINITÀ
Quasi un bilancio dopo quattro mesi

Siamo circa 12 giovani che hanno individuato nella vita quella luce particolare che sta illuminando il proprio cammino vocazionale, il quale sembra condurci verso un particolare stato di vita per servire il Signore.
Nel nostro primo incontro attraverso l’Evangelista Giovanni (1, 38-39), siamo stati introdotti “nel cuore” dell’esperienza vocazionale. Grazie all’aiuto spirituale di don Angelo, abbiamo preso coscienza della serietà e dell’impegno che stavamo intraprendendo.
Nel mese di gennaio, ci siamo incontrati nella Casa Salesiana di Castellammare: un weekend molto intenso per ciò che abbiamo vissuto: siamo stati accolti dalla simpatia di d. L’Arco, abbiamo accompagnato spiritualmente il cammino terreno di d. Gelmi; d. Pasquale Cristiani ci ha dato la possibilità di approfondire le proprie motivazioni che ci inducono a continuare nel discernimento personale, attraverso il libro dell’Esodo (4, 10-17), nel quale abbiamo trovato forti stimoli per interrogarci e verificarci, ancora una volta, sul desiderio che Dio Padre ha per noi, che d. Pasquale ha sintetizzato così: Dio non chiede troppo, chiede tutto.
Il terzo incontro l’abbiamo vissuto a Potenza: weekend vocazionale e missionario insieme. Nel primo momento dell’esperienza, abbiamo ascoltato la Parola di Dio (Gn. 15,1-7), aiutati nella meditazione dalla lectio tenuta da d. Guido Errico. Ci sono state proposte alcune domande riguardanti le nostre scelte di vita, alle quali ognuno ha dato risposta nel segreto della preghiera davanti al Signore. La nostra meditazione si è completata, nell’animazione della Giornata Missionaria Salesiana; perché ciò che il Signore ci ha trasmesso, ha preso coscienza in noi, attraverso il servizio che la nostra Ispettoria dona ai Paesi in via di sviluppo, motivandoci ulteriormente.
Ci auguriamo che la Grazia donataci nei weekend vocazionali, possa diventare la ragione della speranza, affinché la nostra vita sia la realizzazione del progetto del Padre su di noi.

i ragazzi dell’ER

 

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Convocati dall’ansia missionaria
HARAMBÉE… INCONTRO
In attesa dell’appuntamento ispettoriale


Ogni anno a Valdocco, il Rettor Maggiore , ricordando la prima spedizione missionaria fatta da don Bosco nel 1815, consegna il crocifisso a tutti quei salesiani, Figlie di Maria Ausiliatrice e volontari che partono in missione. In quella occasione si incontrano anche tutti quei giovani che nel periodo estivo hanno fatto esperienza nei paesi in via di sviluppo e condividono insieme quanto li ha arricchiti nella crescita della dimensione missionaria.
Questo incontro viene chiamato Harambée. È una parola swahili che significa incontro, raduno festoso, comunità che si riunisce.
Quest’anno il VIS nazionale ha incoraggiato tutte le ispettorie ad organizzare un proprio harambée, che non vuole sostituirsi a quello tradizionale di Valdocco, bensì, vuole essere una ulteriore opportunità per una maggiore sensibilizzazione della dimensione missionaria ispettoriale e per una più sentita partecipazione all’evento nazionale.
La nostra Ispettoria Meridionale ha accolto prontamente questo invito dando il via al suo 1° Harambée IME. I protagonisti e i destinatari sono tutti quei giovani dell’ Ispettoria, dai 17 anni in su, che vogliono alimentare la dimensione missionaria nel loro essere cristiani.
L’obiettivo dell’incontro è condividere in un clima di fede e di famiglia, tipico di don Bosco, quanto alcuni giovani delle nostre comunità hanno vissuto nei mesi estivi in Albania – Kossovo – Madagascar e per riflettere su temi di animazione missionaria aperti a tutti coloro che vogliono vivere nel carisma salesiano la missionarietà verso i ragazzi più poveri.
Tutto verrà organizzato nella Casa Salesiana di Potenza nel week-end del 17 - 18 maggio 2003.
È una occasione da non perdere da parte di ciascuna casa dell’ispettoria! È un momento di grande Festa Salesiana; è un momento di cultura missionaria; è un momento di forte spiritualità della comunione; è un momento importante per poter risvegliare la dimensione missionaria in tutta l’ispettoria.
I giovani che sentono propria la vocazione alla missionarietà, avranno la possibilità di comunicare la loro gioia a don Francis Alencherry Consigliere Generale per le Missioni Salesiane, che con la sua presenza certamente, trasmetterà quei giusti e necessari “input” per far comprendere che nell’azione si vive la contemplazione dell’Amore.
Vi aspettiamo numerosi e da tutta l’ispettoria! A presto!

 

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FORMAZIONE

Comunità salesiana e opera
UN RAPPORTO NUOVO
PER RESPIRARE LO SPIRITO

Riflessione di d. Adriano Bregolin

Psicologia e vita religiosa
ALLE SOGLIE DEL MISTERO
Spunti per afferrare
il senso essenziale dell’ascolto

Temi di approfondimento vocazionale
ACCOMPAGNAMENTO
L’educatore e la relazione di accompagnamento

Roma S. Tarcisio
VIVERE, LAVORARE E…
“TIROCINARE” INSIEME

Cronaca dell’incontro dei tirocinanti


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Comunità salesiana e opera
UN RAPPORTO NUOVO
PER RESPIRARE LO SPIRITO

Riflessione di d. Adriano Bregolin

Il profondo cambiamento strutturale delle nostre comunità

Nell’affrontare il tema di questa relazione è doveroso fare almeno un breve cenno do riferimento alla situazione nuova che si è creata nelle nostre Comunità negli ultimi decenni.
Storicamente si è passati, infatti, da una Comunità nella quale la convivenza totale con i giovani (per tante opere: l’esperienza dell’internato) rappresentava quasi un fatto strutturale, ad una Comunità che, via via, si è trovata, almeno formalmente, “disgiunta” dall’opera nella quale si trovava inserita. Anzi, in molte occasioni (fatto nuovo per noi Salesiani) essa veniva ad avere degli spazi e tempi propri da gestire, con piena autonomia.
Si è passati inoltre da una Comunità che viveva e conduceva in maniera del tutto autonoma i propri ambiti apostolici ed educativi, ad una Comunità che era chiamata a vivere un rapporto di collaborazione e condivisione (prima di tutto dettato dalla necessità concreta di mancanza di personale) con numerosi collaboratori laici.
Nel procedere di questa esperienza e nel graduale aumento della complessità di queste situazioni, il dialogo e la collaborazione con gli stessi laici non sono stati sempre facili sia per una formazione (degli sdb e dei laici) che non è stata sempre adeguata ai mutamenti che si verificavano, sia talora per la mancanza di chiarificazione di quelli che potevano essere i criteri di una collaborazione fattiva e corresponsabilizzante, sia per il crearsi di situazioni di difficoltà legate anche all’ambito economico, sia infine perché alcuni tra gli stessi Salesiani non volevano e, tuttora non hanno, accettato apertamente questo allargamento del fronte degli operatori nel settore educativo ed apostolico delle comunità salesiane.
La realtà dunque, oggi, ci presenta spesso comunità ridotte di numero, forse anche un po’ stanche, affaticate, che trovano sempre più difficile gestire la complessità sociale e culturale in cui vivono e che esprimono un forte bisogno di relazione personale e di attenzione alle diverse soggettività (Animare la Comunità Educativa e Pastorale – Atti della visita d’insieme CISI – Rapporto finale dell’indagine, pag. 191, Roma 2000).
In relazione a simile situazione, noi stessi siamo portati a porci alcune domande:


• “Come incide, sul vissuto della Comunità, il fatto che siano sempre meno i confratelli impegnati attivamente nella vita delle opere? E’ un fatto che incide solo negativamente o un fatto che può aprire a nuove modalità di essere comunità fraterna e di operare per una missione specifica?
• Che riflesso ha, sulle Comunità, il complessificarsi delle opere?
• In che misura e perché la crisi delle opere (o di certe opere) rischia di essere vissuta come crisi della comunità religiosa?
• La distinzione, per certi aspetti obbligata è già in atto. Tra opera e Comunità religiosa come viene ad incidere sull’identità di comunità che hanno sempre visto consacrazione e missione come elementi intimamente uniti e costitutivi della propria identità?
• Quando sia privata di una funzione diretta – come comunità – in riferimento all’opera, la comunità salesiana ha ancora senso?” (Ibidem)

Prima di tentare una risposta agli interrogativi accennati è opportuno anche ricordare che spesso tali difficoltà fanno riferimento diretto o indiretto ad un modello culturale di comunità che per tanti anni è stato “patrimonio esperienziale” per gran parte dei nostri confratelli. Dunque sullo sfondo delle nostre problematiche stanno altri interrogativi che, a livello di dibattito e formazione permanente, bisognerebbe affrontare con coraggio. A titolo di esempio:


• Quali sono le credenze, i significati condivisi, i valori, le convinzioni e le opzioni di fondo, date per scontate, che orientano il vedere e l’agire delle comunità salesiane?
• Quale idea di Chiesa, di vita consacrata, di carisma, di missione, di educazione, di laico… emerge dal sentire dei confratelli delle nostre comunità?

Il Capitolo Generale 25 riprende tutta questa tematica delineando le situazioni problematiche nelle sue diverse tipologie e ne dà un elenco secondo quanto segue. Ci sono:


• “Comunità con un numero ridotto di confratelli ed impegnate ad animare una pluralità di opere e presenze, sia in terra di missione, sia in realtà con carenza di personale;
• Comunità inserite in opere complesse, con sproporzione tra lavoro e risorse e conseguente frammentazione dei ritmi comunitari.
• Comunità inserite pienamente nel tessuto sociale, fino alla condivisione dello stile di vita del popolo, che lavorano in stretta collaborazione con la Chiesa locale, che collaborano con membri di altre religioni.
• Comunità con presenze di laici e di giovani all’interno della vita comunitaria”. (CG25 71d pag. 68)

Come aspetti che influenzano negativamente la significatività del nostro vivere e lavorare insieme vengono elencati:


• Elementi strutturali che influenzano i rapporti comunitari, quali la prevalenza delle relazioni funzionali su quelle fraterne; la poca valorizzazione del progetto comune e dei momenti destinati all’incontro fraterno; la mancanza di organizzazione del lavoro e la sua settorializzazione;
• Orari, abitudini, schemi che rendono la comunità assuefatta a modalità d’azione pastorale, a risposte tradizionali che sono molto distanti dalla realtà e dalla cultura dei giovani d’oggi;
• Presenza che non sollecitano alcun interrogativo, che non attivano comunione e collaborazione con quanti condividono lo spirito della stessa missione salesiana. (CG25 69, pag. 68)

Con queste premesse, l’interrogativo-sfida posto dal CG25, centrale rispetto al nostro tema, viene ad essere dunque questo: Come dobbiamo ripensare il rapporto tra le opere e la comunità salesiana, al fine di assicurare a questa il ruolo di garanzia del carisma, di animazione e di coinvolgimento di quanti condividono lo spirito di Don Bosco?
E tutto questo avendo ben chiaro che il processo verso una comunità di salesiani con il compito di animazione all’interno di una realtà più ampia – la Comunità Educativa Pastorale – è irreversibile. (Relazione del Vicario del Rettore Maggiore al CG25 321)
La risposta è scontata, anche se non facilmente attuabile in tutte le situazioni. La comunità Salesiana deve ritrovare in pieno il suo ruolo di “nucleo animatore”. Questa posizione infatti la radica profondamente nella sua identità carismatica e praticamente la colloca in una continua tensione di crescita nel suo collegarsi alla missione dell’opera e nell’essere soggetto animatore nei confronti di tutti coloro che partecipano alla stessa missione.


CG24
Sarà bene qui fare memoria, innanzi tutto, di quello che è stato colto dal CG24. Già il precedente Capitolo, infatti, ci proponeva la “vocazione” della Comunità Salesiana ad essere il “nucleo animatore” della Comunità Educativa e quindi dell’opera intesa nel suo insieme di operatori, salesiani e laici, e destinatari. Il dialogo avvenuto con i laici, nell’occasione del Capitolo del 1996, evidenzia, da parte loro, alcune esigenze:


• “Conviene esprimere con chiarezza in primo luogo i diversi livelli di animazione: quello dell’organizzazione, del coordinamento quotidiano dell’accompagnamento metodologico, poi l’orientamento educativo (per quanto riguarda contenuti e obiettivi), poi la formazione spirituale e cristiana e, al vertice, c’è l’assicurare l’identità salesiana del tutto. (Atti CG24, Allegato 12 – Una settimana con i laici – 278)
• “in secondo luogo, interessa, che gli SDB, ovunque siano presenti, siano sempre nucleo animatore; che ogni SDB sia capace di animare, si dedichi all’animazione, che il gruppo assuma primariamente questa funzione e la svolga com’unitariamente. (Ibidem)
• sugli stessi contenuti, proprio come testo Capitolare possiamo rivisitare il numero 39 ed il numero 40 degli stessi atti del CG24, dove si ribadisce che quello dei Salesiani nella realtà di nucleo animatore è il modello operativo riconosciuto come valido e l’unico praticabile nelle condizioni attuali.
Come tutti notiamo, sono espressioni esigenti nella loro proposta e mentre ci apprestiamo a vivere la proposta del CG25, prendiamo atto di dover rivisitare le istanze di questo stesso Capitolo Generale sul tema dei Laici che, con noi, condividono spiritualità e missione.


Una lettera di don Vecchi sul tema della CEP
Sempre su questo tema il nostro compianto don Vecchi era intervenuto anche in una lettera degli Atti del Consiglio Generale, specificando ancora una volta il significato di nucleo animatore: “Che cosa intendiamo per “nucleo animatore”? E’ un gruppo di persone che si identifica con la missione, il sistema educativo e la spiritualità salesiana e assume solidamente il compito di convocare, motivare, coinvolgere tutti coloro che si interessano di un’opera, per formare con essi la comunità educativa e realizzare un progetto di evangelizzazione ed educazione dei giovani. Il punto di riferimento per questo gruppo è la comunità salesiana. Ciò vuol dire che i salesiani, tutti e sempre, sono parte del nucleo animatore. Ciascuno, anziano o giovane, direttamente impegnato in funzioni operative o in riposo, dà il contributo che la sua preparazione o situazione consentono. […] Vuol dire persino, che il nucleo locale può essere formato principalmente dei laici, avendo sempre alle spalle un supporto sufficiente, sul posto o nell’Ispettoria, da parte dei Salesiani. (Don J. E. Vecchi, in ACG 363, pag 8-9)
Da notare uno spirito di continuità di proposta, che tale citazione è stata ripresa, in nota degli stessi Atti del CG25 al n. 79.


L’esplicitazione della Comunità “nucleo animatore” nel QdRF
“La Comunità salesiana deve essere consapevole di questo nuovo modello operativo ed assumere le proprie e specifiche responsabilità come nucleo animatore della CEP.
Questo suppone di ripensare la situazione e la funzione della comunità religiosa all’interno della CEP e del processo educativo-pastorale.
Questa consapevolezza si esprime in alcuni atteggiamenti e comportamenti specifici importanti come:


• Una gioiosa testimonianza della propria vita religiosa e comunitaria nella missione educativo-pastorale;
• L’impegno di tutti ed ognuno per vivere gli elementi fondamentali dell’identità salesiana, come la presenza vicina e significativa tra i giovani, la disponibilità al contatto personale, la cura dell’integrità del PEPS in ogni attività, la visione d’insieme di tutta la presenza salesiana promovendo l’interrelazione e collaborazione tra le diverse opere che lo compongono, etc;
• La collaborazione leale con i diversi organi di partecipazione esistenti;
• La partecipazione attiva nei processi di formazione in atto nella CEP;
• La preoccupazione per lo sviluppo della vocazione salesiana nei giovani e collaboratori

A questo proposito è utile aggiungere ciò che afferma il Rettore Maggiore nella lettera sopra citata: questa animazione “comporta di dare vita ad una presenza che sollevi interrogativi, dia ragioni di speranza, convochi persone, susciti collaborazione, attivi una comunione sempre più feconda per realizzare insieme un progetto di vita e di azione secondo il Vangelo” (ACG 363,21).
Il Direttore SdB come primo responsabile della CEP:


• Anima gli animatori ed è al servizio dell’unità globale dell’opera;
• Cura l’identità carismatica del PEPS, in dialogo con l’Ispettore e in sintonia con il Progetto Ispettoriale;
• Promuove i processi formativi e di relazione;
• Attua i criteri di convocazione e formazione dei laici, individuati nell’Ispettoria;
• Mantiene il collegamento tra la comunità salesiana e la CEP (CG24, 172).
Il Consiglio della comunità assiste e collabora con il Direttore SdB nelle sue funzioni di primo responsabile della CEP.
Nel precisare il necessario collegamento tra il Consiglio della Comunità e gli altri organismi di partecipazione della CEP conviene tenere conto di alcuni criteri:
• Favorire la partecipazione come membri del Consiglio della CEP, collaborando direttamente e attivamente nei processi di riflessione e decisione;
• Assumere le decisioni negli affari che coinvolgono direttamente l’identità salesiana, la formazione e la convocazione dei laici;
• Favorire sempre un’adeguata informazione tra comunità e organismo della CEP, vie agili di dialogo e rispetto delle responsabilità dei diversi membri.” (Dicastero per la Pastorale Giovanile, “La Pastorale Giovanile Salesiana” – Quadro di riferimento fondamentale, ed. SdB, Roma 2000, seconda edizione, pagg. 56-57).


La proposta del CG25: un obiettivo ed alcuni percorsi indicati
Venendo agli atti del CG25, innanzi tutto proponiamo l’indicazione che viene data ai salesiani come criterio di verifica per il proprio lavoro apostolico e per una presenza della Comunità come forza di animazione carismatica all’interno dell’opera:
“Il rapporto tra Comunità ed Opera deve permettere alla Comunità salesiana di vivere e lavorare insieme ed essere punto di riferimento carismatico nel nucleo animatore della CEP. Il che suppone che il progresso comunitario sia in linea con il Progetto Ispettoriale e con quello di ogni CEP.” (CG25 78, pag. 73)
L’obiettivo proposto è dunque molto chiaro. La Comunità Salesiana, per sua natura vive di una consacrazione e di un’esperienza comunitaria, che è strettamente connessa ed ordinata alla sua missione. Ci devono essere quindi le condizioni necessarie perché questo si possa verificare serenamente ed efficacemente. Dice il Rettore Maggiore nel suo discorso conclusivo al CG25: “la qualità della vita di comunione e l’azione educativa e pastorale richiedono una consistenza quantitativa e qualitativa della comunità salesiana. Tutte le proposte per rendere formativo il quotidiano e migliorare la qualità della metodologia, dei contenuti e delle attività si scontrano con le possibilità reali della comunità. Per noi la vita fraterna in comunità è un elemento della nostra consacrazione apostolica e quindi della professione religiosa (Cost. 3 e 24), insieme alla sequela di Cristo obbediente, povero e casto e alla missione. Essa è anche l’ambito in cui siamo chiamati a vivere l’esperienza spirituale, la missione e i consigli evangelici. Non possiamo perciò continuare con la pretesa di voler risolvere tutti i problemi, a scapito del carisma e della vita della comunità.” (CG25, Allegato 7, Discorso di chiusura del Rettore Maggiore, n.192, pag. 159)
Questa citazione ci dà ragione del riferimento che viene fatto al Progetto Comunitario e alle condizioni di fedeltà in riferimento al Progetto Organico Ispettoriale. Da una parte dunque la Comunità Ispettoriale deve fare delle scelte per ricondurre le comunità, attraverso un processo di ridimensionamento, a delle condizioni di qualità e di quantità tali da permettere la possibilità di una significatività effettiva nel contesto di ogni opera. E, d’altro canto, le condizioni vanno verificate anche dall’interno della comunità con il riferimento continuo al progetto della stessa Comunità Educativa e Pastorale.
Il testo capitolare poi specifica degli itinerari di crescita, corrispondente ad alcune convinzioni che si devono concretizzare nella vita reale delle comunità:
“La Comunità salesiana realizza il suo compito di animazione della CEP maturando nella convinzione:


• Che tutti i salesiani secondo le loro possibilità, sono membri del nucleo animatore, nella consapevolezza che esso non si riduce alla comunità SdB. In linea interpretativa con l’art. 5 dei Regolamenti Generali e nello spirito del CG24 e degli orientamenti successivi, va maggiormente incentivata la coscienza che la responsabilità dell’animazione della CEP è da condividere con i laici, superando resistenze ed entrando nella prospettiva della corresponsabilità pastorale e carismatica.

• Che tutta la comunità, anche quando è rappresentata da un solo confratello, si sente partecipe del nucleo animatore dell’opera.
• Che il vivere e lavorare insieme della comunità trova una prospettiva più ampia, a livello di rapporti e di corresponsabilità, nel contesto della CEP.
Che il rapporto tra le strutture di governo della comunità religiosa e le strutture di governo dell’opera deve essere armonizzato, evitando sovrapposizioni.” (CG25 79, pagg. 73-74)
E ancora: “La comunità salesiana vive la sua vocazione ad essere punto di riferimento per l’identità carismatica del nucleo animatore della CEP assumendo il modello operativo descritto dalla CG24. A tal fine la comunità salesiana cresce:
• Formando i giovani ed i laici al carisma salesiano;
• Condividendo con i laici la propria missione;
• Vivendo lo spirito di famiglia;
• Promovendo una vera corresponsabilità nell’animazione e nel governo;
• Garantendo fedeltà all’intenzionalità pastorale di tutti glia spetti della vita comunitaria;
• divenendo promotrice di pace e di giustizia e capace di risposte concrete ai bisogni dei poveri.”


Possibili scelte concrete
Concludendo penso che si possano ritrovare alcune istanze di fondo cui fare riferimento nel nostro cammino di rinnovamento per abilitare le nostre comunità a vivere profondamente la loro vocazione comunitaria e al tempo stesso essere vero “nucleo” animatore dell’opera che è a loro affidata.

1. Innanzi tutto tenere presente con spirito di concretezza la nuova situazione delle nostre comunità:


• La loro composizione attuale che presenta un numero esiguo di confratelli, diversità generazionali, preponderante presenza di anziani.
• Il nuovo rapporto che effettivamente si è creato tra comunità ed opera apostolica con una responsabilità che non è più esclusiva degli SdB, con un diverso coinvolgimento degli stessi SdB, la sproporzione spesso tra il personale religioso e le dimensioni dell’opera.
• La necessità di trovare un nuovo equilibrio tra esigenza di lavoro apostolico, vita comune e fraternità.

2. L’analisi del quadro reale delle situazioni sarà uno degli elementi di partenza più importanti per la nuova determinazione dei POI che deve ridare, al livello ispettoriale la possibilità e le condizioni essenziali per una vita comunitaria significativa dal punto di vista fraterno e apostolico.

3. Condizioni per essere nucleo animatore:
Ripensare alla nostra collocazione e la nostra funzione all’interno della CEP, privilegiando i compiti di animazione, proponendoci come comunicatori di spiritualità, facendo della comunità salesiana, una famiglia capace di suscitare comunione attorno alla missione, ispirando l’azione al dinamismo missionario di Don Bosco espresso nel “Da mihi animas”, coltivando la formazione permanente nel quotidiano.

4. Promuovere e sviluppare alcuni elementi importanti:


• Coltivare sempre con molta attenzione e in tutti i suoi aspetti l’identità salesiana dell’opera.
• Curare soprattutto l’animazione spirituale dell’opera. Siamo chiamati ad essere testimoni e promotori della spiritualità e pedagogia del sistema.
• Curare l’aspetto organizzativo. Il funzionamento del consiglio della CEP e la definizione dei ruoli, la funzione animatrice del Direttore.
• Impostare la formazione-qualificazione di SdB e laici per l’animazione. Il cambio della mentalità, il cambio del modo di lavorare e di organizzarsi (visione del proprio ruolo e del ruolo degli altri, consapevolezza e priorità del proprio contributo specifico) comportano il superamento di resistenze, di mentalità e di atteggiamenti, che risulta impossibile se non si dà priorità ad un processo sistematico di formazione di SdB, dei laici e di entrambi i gruppi insieme. Questo processo trova il suo luogo naturale nella CEP e lo strumento più adeguato nel PEPS. Tale processo sistematico di formazione implica i seguenti passi:
? Partire dall’esperienza e condivisione dello spirito salesiano nella vita quotidiana della CEP, vivendo e sperimentandolo nella quotidianità;
? Approfondire il vissuto mediante una sistematica riflessione e conoscenza di Don Bosco e della tradizione salesiana;
? Personalizzare tutto il processo attraverso un accompagnamento educativo mirato e sistematico.

• Proponendo “uno stile nuovo” in cui sia chiara:


- La scelta della centralità di persone, al di sopra delle strutture e del loro funzionamento; tutto ciò richiede un attenzione speciale alla promozione delle relazioni personali, alla promozione del coinvolgimento personale in un progetto educativo condiviso, a porre gli elementi strutturali e di lavoro al servizio delle persone.
- Una nuova maniera di essere presenti tra i giovani, non tanto come organizzatori e dirigenti delle varie attività ed opere, ma promovendo il protagonismo dei giovani e dei collaboratori, partecipando nelle loro iniziative, cercando di motivare, di suscitare la collaborazione di tutti, cercando di testimoniare concretamente i valori del sistema preventivo.
- Un ritmo di vita che favorisca la qualità salesiana dell’esperienza. È indispensabile garantire ad ogni comunità e ad ogni confratello il tempo necessario per curare e sviluppare la sua vita spirituale e fraterna. Darsi dunque un ritmo che favorisca il recupero delle forze e il sostegno della qualità della vita. È necessario, infatti, fare delle scelte, stabilire delle priorità, affrontare con visione di futuro la tensione tra le urgenze e le esigenze della missione, tra la generosità e la qualità del servizio (ACG 161, pag. 23).


Problemi allo studio
Restano da evidenziare e studiare tutte le complicanze di carattere giuridico che coinvolgono i vari soggetti decisionali. A titolo di esempio pensiamo alle opere che hanno a loro interno un soggetto giuridici di per se stesso indipendente, come un CFP, un’associazione civile o altro. I problemi che si vengono a porre sono piuttosto delicati e vanno affrontati a livello di studio e approfondimento da parte degli organismi competenti nel campo giuridico, in dialogo con il settore della Pastorale, trovando le giuste forme di intervento e animazione.

d. Adriano Bregolin
Consigliere generale per l’Italia e il Medio Oriente


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Psicologia e vita religiosa
ALLE SOGLIE DEL MISTERO
Spunti per afferrare
il senso essenziale dell’ascolto

Non si dà ascolto senza relazione
Oggi la psicoterapia, anche se non ovunque o da parte di tutti, sta mettendo sempre più al centro la persona e al sua storia. anche in campo psicologico si fa pressante l’esigenza di un ascolto qualitativamente più attento e rispettoso dell’individualità dell’altro e del suo mistero.
Questo ascolto consente di penetrare dentro l’animo umano per vie sempre nuove conducendo l’altro davvero alle soglie del mistero del suo io e dunque consentendo di conoscerlo meglio… ma la cosa inedita è la scoperta che tale ascolto di conoscere meglio se stessi: per quanto questa conoscenza può essere favorita provocata e arricchita dal confronto con l’altro e da quanto emerge in questa relazione, è un ascolto attraverso il quale l’altro ci istruisce.
Vediamo allora le condizioni di questo processo di ascolto.
Anzitutto va precisata la visione antropologica entro cui nasce e ha valore la disposizione dell’ascolto.
L’ascolto fa parte di una precisa visione antropologica in cui l’uomo è soprattutto relazione e può esser compreso entro una rete di relazioni, mentre la relazione stessa è vista, da un profilo psicologico il luogo non solo della manifestazione ma della crescita dell’io e del tu. L’uomo, in questa prospettiva ha bisogno di qualcuno/Qualcuno che stia con lui e parli con lui. La sua celebrata ragione è sempre e solo una ragione che risponde ad un appello nel silenzio relazionale l’uomo rischia di sfiorire come pianta senza luce, mentre nella relazione e attraverso essa accede alle soglie del mistero. L’ascolto di una parola, in tale concezione relazionale, viene a svolgere una funzione di mediazione, di contatto tra l’io e il tu che può giungere a una più o meno intensa comunione interpersonale.
Se relazione e concezione relazionale rappresentano la condizione di base dell’ascolto, la riflessione psicologica ci consente di intravedere altre conseguenti condizioni che lo rendono possibile. Le raggruppiamo sotto quella che potremmo considerare la caratteristica fondamentale di chi vive l’ascolto nella relazione: l’homo ob-audiens.
Ob-audiens è l’uomo che ha smarrito la strada e porta una mano all’orecchio per captare le miriadi di onde sonore una voce un rumore un cenno di vita che potrebbero indicargli la direzione giusta.
È colui che vive l’ascolto intendendolo come la condizione per orientarsi correttamente nell’esistenza lungo la via della relazione.
Ecco alcune peculiarità di questo atteggiamento:


• è libero e capace d’ascolto ob-audiens solo chi ha imparato a entrare in rapporto con la diversità, con l’altro da sé, resistendo alla tentazione, particolarmente evidente oggi, di omologare l’altro a sé, di entrare in rapporto solo con chi gli è simile o accetta di diventarlo. E con questa diversità è in grado di stabilire un rapporto fecondo, con tutto il carico di sfida e fatica che questo comporta;
• sa di non conoscere il mistero dell’altro, ma sa soprattutto che in ogni caso sarà qualcosa di inedito per lui., qualcosa che lui non ha e che lo potrà arricchire. In una parola stima l’altro con la sua diversità, un a stima che è davvero conditio sine qua non per l’ascolto effettivo. Stima come apprezzamento dell’amabilità oggettiva dell’altro (a prescindere dai suoi comportamenti), come dono e carità dello spirito verso il tu; non si ascolta colui verso il quale non si ha stima, in cui non si riconosce il mistero d’una identità che in ogni caso è unica-singola-irripetibile e dunque meritevole comunque di attenzione;
• e se di mistero si tratta chi vuol davvero ascoltare sa di non sapere, è libero da pregiudizi, non pretende imporre all’altro schemi preconcetti che finiscono per annullare la singolarità indicibile del tu, e dunque carica d’importazione la situazione dialogica, e si porrà con estrema attenzione e delicatezza ad ascoltare tutto dell’altro, non solo la parola, e ogni altro, non solo quelli del suo giro;
• chi fa così è davvero ob-audiens, poiché l’ascolto è sempre orientato verso l’obbedienza conseguente, se non vuole rischiare insignificanza e finzione. L’ascolto autentico nasce dalla serietà con cui si prende la parola altrui; la mano all’orecchio dell’homo ob-audiens esprime l’attenzione a non perder una parola per lui significativa e, al tempo stesso, dice la disponibilità obbedienziale, il dovere e la necessità dell’ascolto. In costui l’ascolto è atteggiamento costante, non operazione estemporanea. Esprime una certa priorità attribuita all’altro nei propri confronti, o quella dignità che lo rende d’essere ascoltato per quello che l’altro è, e non per i propri interessi, ovvero l’ascolto vero è gratuito ed esprime un salutare decentramento;
• in qualche modo addirittura chi ascolta si sente responsabile dell’altro, sa che quell’irriducibile mistero è ora consegnato a lui, al suo fragile ascolto, o quantomeno agisce e ascolta come se in quel momento l’altro gli fosse affidato e il tu potesse emergere e affiorare nelle sue potenzialità solo grazie alla sua capacità di ascolto e accoglienza, e magari al di là di eventuali debolezze e rigidità. Ma al tempo stesso si sente anche bisognoso dell’altro, della sua presenza e parola, del suo esserci come quell’essere particolare, risorsa che l’arricchisce ma pure sfida che lo provoca e domanda che interpella, e in ogni caso passaggio inevitabile, perché oggettivo, per la sua realizzazione, mediazione preziosa, sul piano umano e tanto più su quello credente, per una autentica maturazione, al di là di illusioni soggettive e narcisismi autoreferenziali.

Queste condizioni, tornando alla visione antropologica di fondo ( e alla concezione di filosofi come Buber, Lèvinas…), consentendo davvero alla relazione di divenire il luogo ove il tu chiama l’io lo provoca e lo fa maturare, lo riconosce e lo fa crescere e viceversa.
Alla luce di queste condizioni potremmo dire che l’ascolto è lo spazio dell’io abitabile dall’altro; ascoltare è offrirsi (mettendo a disposizione tempo, energie, cuore, comprensione…) come spazio in cui l’altro possa muoversi con libertà, sentirsi riconosciuto e accolto nella sua verità.

Dalla sincerità alla verità
Il chiarimento di queste condizioni mi sembra che collochi l’altro tra le operazioni più significative dell’essere umano rendendolo al tempo stesso tappa importante e punto di arrivo del processo maturativi del singolo e della specie. O ciò che lo rende Homo-sentiens, nel senso profondo del termine non in quello banale e superficiale oggi di moda, che sta conducendo l’uomo verso un’inquietante fenomeno di analfabetismo emotivo e sordomutismo intrapsichico.
Ormai consumato a tutte le esperienze, l’uomo d’oggi trangugia emozioni con una avidità che rasenta la bulimia, inseguendole per ogni via di fuga (nel pensiero magico e irrazionale della new-age, nell’occultismo e nella magia, nel paranormale come nel culto esagerato del corpo e dell’immagine, nelle vibrazioni hard degli sport estremi…), nutrendo una sorta di culto dell’eccitazione, meglio se in gruppo, e no s’accorge in tal modo di diventare sempre più insensibile, o di essere condotto verso una povertà generalizzata di sentimenti addirittura all’anestesia della sensibilità. Come fosse “in uno stato di permanente eccitazione. Si emoziona molto, ma non sa più sentire. E allo stesso tempo sovraeccitato e insensibile” (M. Lacroix, Il culto dell’emozione). E dunque sempre più incapace di riconoscere i suoi sentimenti, e ignorando le sue emozioni ignora “la porta di ingresso nella profondità dell’io”(M. Lacroix), è sordomuto nei confronti di se stesso, o primitivo, analfabeta che s’accontenta di essere sincero, ovvero si ferma a livello del semplice riconoscimento dei suoi stati d’animo, li rileva e registra, magari li subisce e li gratifica, avvolte addirittura li esibisce imponendoli agli altri (“oggi sono nervoso, non rompetemi…”, “quella persona mi è antipatica dunque la evito”). Tanto meno questo essere primitivo può entrare in rapporto con i sentimenti altrui, con il mondo interiore dell’altro: chi usa la clava non può entrare in empatia, non conosce le sfumature, non è attento o sensibile ai toni bassi, ai significati appena accennati, non ha il pudore dell’attesa e del rispetto, del silenzio e della discrezione, né il gusto della novità o la libertà di lasciare che l’altro sia libero di essere secondo la sua propria originalità, né l’intelligenza di capire che l’ascolto dell’altro può aprire la porta del proprio io, può consentire l’accesso al mistero del proprio io!
L’homo sentiens osserva l’analisi psicologica, è anzitutto colui che ascolta se stesso, le sue emozioni, che ha recuperato la sua sensibilità mantenendola attenta e viva, capace di accogliere ciò che è vero-bello-buono in sé e attorno a sé, e dunque anche capace di ascolto dell’altro. Più in particolare ciò significa:


• allenarsi al pellegrinaggio dalla sincerità e alla verità: l’homo sentiens non s’accontenta di riconoscere ed esprimere i suoi sentimenti, non si ferma alla sincerità, ma cerca di giungere alla verità di sé, e intraprende allora ogni giorno quel percorso interiore che gli consente di scoprire cosa c’è dietro quel sentimento, o quella valutazione morale, o quella reazione dinnanzi all’altro, da dove viene, cosa sta a dire di lui… Viaggio non facile e da fare sempre, dinnanzi ad ogni reazione emotiva;
• conoscere le proprie distorsioni percettive: frutto di questo viaggio dovrebbe essere una migliore conoscenza di se stessi, con la scoperta il più possibile precisa di quel che c’è nel cuore, delle proprie inconsistenze, resistenze, difese, rigidità, precomprensioni, ben ricordando che nulla come la relazione con l’altro-da-sé favorisce la presa di coscienza dell’io, o nulla come la reazione dell’altro (anche se non controlla è nascosta dentro di sé) svela aspetti inediti e a volta sgraditi dell’io;
• praticare l’ascesa della sensibilità: ognuno ha la sensibilità che si merita. La sensibilità tipica e degna dell’uomo è quella che rende attenti e capaci di commozione dinnanzi alla verità-bellezza-bontà presenti in ogni essere umano, in ogni parola, in ogni domanda, in ogni fatica e sofferenza senza pretendere di leggerla solo nella perfezione o nell’assenza di limiti o nella piena visione e manifestazione. Tutto ciò comporta una certa ascesi dei sensi, esterni e interni, e anche il coraggio di una certa selettività nel nutrimento dei sensi stessi: chi pretende vedere tutto, sentire tutto, sperimentare tutto, navigare dappertutto… farà solo una grande confusione interna e non essere sensibile alla bellezza;
• imparare la leggerezza:fa parte di questa ascesi l’esercizio a sentire in profondità l’altro, la morale dell’attenzione, quella “ filosofia della dolcezza” (Lacroix) che consente di “ lasciare essere l’essere “, di rispettare persone e cose, di rendere leggera la nostra presenza, non invadente e supponente, cattedratica e moraleggiante, per consentire all’altro di essere e dirsi, di sfogarsi e svelarsi, di benedire e maledire;
• rallentare i ritmi: è nella calma che si compie quel pellegrinaggio verso la verità, è nella lentezza che si elaborano le emozioni, quelle che penetrano nell’anima e la fanno espandere e ritrovare se stesso, è dare tempo all’altro che si esprime concretamente rispetto e considerazione per lui, è nella pazienza dell’ascolto che questi si sente libero di esprimersi;
• congedarsi dagli scopi utilitaristici: l’ascolto è attività o atteggiamento gratuito, dunque è necessario per ascoltare e capire l’altro entrare nella sfera del disinteresse e della libertà da scopi soggettivi, da atteggiamenti strumentale dell’altro o difensivi nei suoi confronti. È proprio questa libertà che consente il ripristino della contemplazione come normale modalità relazionale, esprimente il massimo grado di libertà nel rapporto interpersonale;
• rinunciare alla potenza e al possesso per adottare, invece, un atteggiamento di disponibilità, soprattutto rinunciare alla pretesa del possesso della verità, perché chi ha questa pretesa non ascolterà più niente e nessuno, perché semplicemente non ne ha bisogno, e dimentica che non siamo noi a possedere la verità, ma se mai il contrario, e proprio in questo lasciarsi possedere c’è spazio per l’ascolto libero e liberante, ricco e arricchente dell’altro.

Amedeo Cencini
Testimoni, gennaio 2003


 

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Temi di approfondimento vocazionale
ACCOMPAGNAMENTO
L’educatore e
la relazione di accompagnamento



La relazione di accompagnamento fa emergere attraverso il colloquio spirituale e la reciproca confidenza il cammino da percorrere per ascoltare la Parola di Dio, leggere se stessi e interpretare la storia. Sono molti gli argomenti da affrontare per aiutare i giovani a conoscersi, ad amare la Chiesa, a esercitare un giudizio critico e costruttivo sul mondo. Le proposte della cultura contemporanea esigono di mettere a tema i modi e i linguaggi più comuni con cui ci si rapporta alla realtà. Pensiamo al valore e al limite delle sensazioni come strade per arrivare alle decisioni di vita e alla loro durata.
Pensiamo a un affidabile esercizio del ragionamento e alla capacità di considerare lo spessore veritario dei principi primi e il senso ultimo delle realtà. Pensiamo alla questione della razionalizzazione di se stessi, alla ricerca generale del benessere in rapporto con esiti materialistici della vita, pensiamo al fascino delle comodità e del piacere. Tutte queste prospettive di pensieri e di comportamento vanno misurate con la tradizione spirituale cristiana nei loro aspetti positivi e nelle devianze.
La relazione di accompangamento vigilerà sulla progettualità e sull’assestamento vocazionale. L’educatore nel suo confidente rapporto con i giovani metterà in luce da quale storia proviene l’ipotesi di una particolare vocazione. Penso all’importanza che può avere nella configurazione della personalità di un giovane la sua famiglia, gli studi fatti, le compagnie frequentate, le esperienze affettive precedenti, le inevitabili ferite e tutto ciò che ha condotto il giovane a interrogarsi seriamente circa il mistero di Dio nella sua vita.
L’educatore si interroga davanti al suo interlocutore; si chiede che cosa cerca innanzitutto questo ragazzo o questa ragazza. Progressivamente si preoccupa di introdurlo alla preghiera, ordinata, precisa, obiettiva, fedele. Propone dei passaggi di crescita, dei libri da leggere, degli obiettivi particolari da raggiungere; illustra e avvia esperienze perchè sappia cogliere il rapporto tra la preghiera pubblica e quella individuale, tra il sentire liturgico e quello spontaneo, tra l’orazione e il lavoro.
Nell’accompagnamento si introduce poi il giovane a qualche esperienza di carità. Viene valorizzata in lui la carità quotidiana, nei luoghi e con le persone più comuni. Accanto all’esercizio pratico della carità si dedica tempo e intelligenza spirituale per cogliere e contemplare le sorgenti cristiane della carità, così come emergono dal cuore di Dio e dai sentimenti di Gesù, motivazioni profonde che vanno ben oltre a un generico impegno per gli altri. Verrà verificata l’obiettiva condizione di libertà interiore del giovane che intraprende un discernimento vocazionale. A lui sarà fatta qualche proposta che lo possa mettere alla prova circa la sua capacità di fedeltà, di iniziativa, di sacrificio, di perseveranza. Possano venire alla luce quelli che sono i suoi modelli, le sue preferenze, le sue durezze, le sue ingenuità.
La relazione di accompagnamento avrà modo di verificare il riferimento alla volontà di Dio prima che al progetto personale; la consistenza di un rapporto intelligente e affettivo con Gesù; la perseveranza della preghiera al di là degli stati emotivi; un’ordinata capacità di lavoro e raggiungimento degli obiettivi prefissati; la disposizione al coraggio e le strutture della decisione; la disposizione all’umiltà che libera dal narcisismo e dall’immagine di sè; un senso di iniziativa nel partecipare a esperienze di chiarificazione personale; la gestione dei distacchi affettivi, la gestione dei rapporti nuovi e delle relazioni più faticose.
Così si costruisce una relazione spirituale. Scienze umane e teologia spirituale in essa si incontrano e trovano la loro espressione più adeguata nell’unità dell’atto pedagogico in cui si esprime questa relazione. Le scienze umane forniranno tutta la competenza analitica e la teologia spirituale farà sintesi della totalità del vissuto cristiano, affidando essa stessa alla Chiesa il riconoscimento della vocazione.
Questa forma di relazione spirituale può avere un’importanza relativamente diversa a seconda delle età della vita. La direzione spirituale di un giovane è qualitativamente diversa da quella di un adulto; essa si trasforma e in genere passa da una relazione, che si configura ad alte tinte psicologiche, a un rapporto più propriamente spirituale, più libero, più obiettivo. E’ una relazione che parte molto spesso come rapporto di paternità e più si cresce nell’esperienza di fede più diventa simile a una sincera fraternità spirituale, perché uno solo è il Padre e il Maestro.
Una relazione spirituale deve essere estremamente precisa. Questo impegna molto gli interlocutori, sia il direttore spirituale come il giovane. Il colloquio chiede a entrambi preghiera, studio, preparazione, comprensione dei problemi. L’improvvisazione conduce alla banalità, alla perdita di tempo, a colloqui lunghi e spesso insignificanti. Se invece il colloquio è molto preciso, allora richiama i problemi, li mette in ordine, li legge, conduce a delle decisioni, anche quando ci vuole molto coraggio e molta umiltà. Solo così riesce a essere una relazione rasserenante nella fede, senza false consolazioni: un vero aiuto per continuare a convertirsi.

a cura di d. Angelo Santorsola

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Roma S. Tarcisio
VIVERE, LAVORARE E…
“TIROCINARE” INSIEME

Cronaca dell’incontro dei tirocinanti

Si è svolto a Roma, presso la casa di formazione di S.Tarcisio, il secondo incontro di formazione per i tirocinanti.
Questa volta, oltre ai tirocinanti della nostra ispettoria, erano presenti anche tutti i tirocinanti che fino all’anno scorso erano a S.Tarcisio per frequentare il secondo anno di studi filosofici all’UPS.
Le giornate sono state scandite da ritmi intensi ma fraterni.
L’arrivo a Roma è stato per i Vespri di venerdì 28 febbraio.
Dopo i saluti di rito e la cena, la serata di vita fraterna è stata rallegrata da canti, giochi di prestigio ed aneddoti vari che hanno contribuito a rafforzare il clima di familiarità.
Al sabato mattino si è avuto il ritiro presso le “Piccole sorelle di Charles de Focauld” presso le “tre fontane” –luogo del martirio di S.Paolo- sempre in Roma. Dopo il silenzio personale è venuto il momento del confronto, della condivisione. Bello ed arricchente, dove ognuno ha apportato il proprio significativo contributo.
Nel pomeriggio dello stesso sabato si è fatto ritorno sui luoghi dell’apostolato dell’anno precedente.
Anche qui la gioia è stata immensa ed ha fatto capire che sì, l’amore speso e donato per i giovani alla fine riserva sempre belle sorprese, da sempre i suoi frutti.
La serata del sabato è stata trascorsa nel centro di Roma, turisticamente a passeggio tra Fontana di Trevi e qualcuna delle famose gelateria-pasticceria del centro storico.
Al mattino della domenica vi è stato il momento del confronto tra postnovizi e tirocinanti, impostato sulla falsariga di un talkshow dove ognuno, raccontando la propria esperienza, veniva poi scherzosamente coinvolto in una scenetta che rappresentava una situazione-tipo… simpaticamente esagerata, si capisce.
E i tirocinanti se la sono cavata proprio bene nel risolvere i problemi educativi-pastorali presentatigli dai postnovizi.
Poi la Santa Messa dove la fraternità trovava il suo culmine proprio davanti a quel pane di Gesù donato e spezzato per tutti.
Al pomeriggio dopo il pranzo la partenza.
Beh, la commozione era evidente.
E’ stato bello abbracciarsi e salutarsi così, contenti nello scoprirsi sempre più fratelli e figli dello stesso papà don Bosco.
L’incontro svoltosi a Roma è stato quindi una bella occasione di affetto e reciproco confronto.
Tra i tirocinanti, innanzitutto.
Guidati a capire sempre di più come incontrare il Signore proprio nell’amore ai giovani, coniugando così azione e contemplazione.
Ma anche testimonianza a favore dei “filosofi” di S.Tarcisio, tutti desiderosi di capire com’è che si potesse fare per passare felicemente dalla tante teorie filosofiche…alla vera pratica, quella della vita spesa e vissuta tutta per i giovani.
Un’occasione d’incontro sicuramente da conservare nella memoria del proprio cuore e da riproporre per gli anni futuri.

Marcello Scarpa
tirocinante a Soverato


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ALBANIA

10 anni di presenza salesiana in Albania
TAPPE DI UNA STORIA

Tavola rotonda con il Rettor Maggiore
LE SFIDE EDUCATIVE DEI GIOVANI IN UN MONDO GLOBALIZZATO
Riflessione sulla necessità di un progetto di vita personale

Cronaca di una intensa giornata
UNA CHIESA
DEDICATA A DON BOSCO

Inaugurazione della chiesa a Scutari

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10 anni di presenza salesiana in Albania
TAPPE DI UNA STORIA

luglio 1991: Tre salesiani su invito del Rettor Maggiore d. Viganò visitano l'Albania per rendersi conto della situazione dopo la caduta del comunismo. Trovano masse di ragazzi ed estrema povertà materiale e spirituale.

agosto 1991: Prima estate ragazzi a Scutari con un gruppo di volontari VIS dell'Ispettoria Meridionale.

novembre 1991: Visita degli Ispettori d. Testa (Ispettoria IME) e d. Hocevar (Ispettoria slovena) per definire i luoghi dove aprire delle opere.

24 settembre 1992: Arrivo dei Salesiani in Albania in due sedi: Scutari e Tirana. Le finalità ricevute dalla Santa Sede sono il settore catechistico per tutta l’Albania e il settore della formazione professionale e dell’Oratorio Centro Giovanile. C’è il bisogno di recuperare decenni di atesismo obbligato che ha causato un mancato aggiornamento teologico e catechistico-pastorale e di impostazione istituzionale di Chiesa. Così le due opere si configurano come Centro Catechistico e Oratorio Centro Giovanile (Scutari) e Scuola Professionale e Oratorio Centro Giovanile (Tirana). In seguito verranno affidate ai salesiani una parrocchia in un villaggio di Scutari e una, dedicata a Maria Ausiliatrice, a Tirana. Le due presenze, fino al 1998, sono state condivise con le FMA e il VIS. Dopo, le FMA hanno aperto loro presenze autonome e oggi si opera distintamente.

1° novembre 1992: Decreto del Nunzio per il Centro catechistico

30 gennaio 1993: Posa della prima pietra a Tirana.

31 gennaio 1993: Inaugurazione dell'Opera di Scutari, configurata anche come aspirantato.

10 ottobre 1994: Erezione canonica della Casa di Scutari con il titolo "Beata Vergine del Buon Consiglio".

5 novembre 1996: Il Rettor Maggiore con il suo Consiglio erige canonicamente la Casa salesiana di Tirana con il titolo “San Giovanni Bosco” e nomina il primo direttore.

23 febbraio 1997: Inaugurazione della Casa nuova da parte del Rettor Maggiore Don Juan Vecchi.

1 aprile 1997: Erezione del Noviziato a Scutari e nomina del Maestro.

24 maggio 1997: Accettazione della Parrocchia di Berdica.

6 settembre 1998: Professione religiosa dei primi giovani salesiani albanesi nelle mani del R.M. Don Juan Vecchi.

8 gennaio 1999: Il Rettor Maggiore nomina il Delegato dell’Ispettore IME per la Delegazione Ispettoriale dell’Albania.

La guerra del Kossovo, nella primavera del 1999, ha visto i Salesiani generosamente coinvolti ad accogliere e ad aiutare i profughi kossovari. Partendo da questa esperienza, nell’ottobre dello stesso anno, il Rettor Maggiore d. Vecchi dava il via alla costruzione della nuova opera a Prishtina: un CFP e Oratorio, che si aggiungono all’unica chiesa parrocchiale cattolica a noi affidata.

31 gennaio 2002: a Tirana il Vescovo Mons. Mirdita erige e affida alla Congregazione la Parrocchia “Maria Ausiliatrice”, che occupa tutto il territorio di Tirana NORD, e presenta il primo parroco salesiano.

 

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Tavola rotonda con il Rettor Maggiore
LE SFIDE EDUCATIVE DEI GIOVANI IN UN MONDO GLOBALIZZATO
Riflessione sulla necessità di un progetto di vita personale

Al suo arrivo in Albania, venerdì 7 febbraio u.s., Il Rettor Maggiore ha presieduto una tavola rotonda all’Hotel Rogner di Tirana sul tema: “Le sfide educative dei giovani in un mondo globalizzato”. Tra i presenti c’erano il Ministro del Lavoro e degli Affari Sociali, il Direttore Nazionale della Formazione Professionale, il Direttore Nazionale delle Politiche Giovanili, l’Ambasciatore Italiano, rappresentati di vari Organismi impegnati sul fronte giovanile, i direttori della Scuole di Tirana, religiosi e religiose. L’incontro è stato aperto da una riflessione del dott. Antonio Raimondo, presidente VIS, sul fenomeno della globalizzazione nella sua accessione più vasta, mentre il Rettor Maggiore ne coglieva le sfide educative alla luce del Sistema Preventivo.
Ecco quanto ha colto della riflessione Valeria, una volontaria del VIS, che opera al Don Bosko di Tirana.

Albania, un paese tutto da scoprire…
Albania un paese che vuole scoprire…
Due aspetti di uno stesso processo, un punto da cui si dipanano due diversi flussi di comunicazione che coinvolgono l’Albania da quando, all’indomani della caduta del regime Comunista, improvvisamente si sono aperte le porte verso un “nuovo”.
Oggi, in un tempo in cui la parola globalizzazione sembra essere al centro di forti spaccature e controversie, non solo a livello di posizione concettuale, ma soprattutto politica, è forse necessario interrogarsi sul vero significato di un termine così dibattuto. Ma soprattutto qui, in questo “paese in cammino”, chiediamoci, per un giovane albanese ha senso parlare di globalizzazione? E in che termini?
Globalizzazione, ovvero globo, mondo, uno spazio aperto in cui idee, individui, cultura, divengono liberi atomi che si incontrano e si scontrano, si mescolano e danno vita a nuove e significative sinergie.
Ma quando questo incontro avviene in un modo troppo repentino e inaspettato, trova gli individui, e in particolare i giovani, impreparati, non supportati da un sistema di mediazione, esposti a stimoli di diversa natura e di diversa portata.
Scoprire nuove realtà umane e sociali, ma soprattutto e purtroppo nuove realtà mediatiche che sottostanno a logiche di mercato ristrette in una concezione economicistica dello sviluppo umano, senza gli strumenti di codifica necessari per non essere travolti da tutto ciò, comporta delle rotture nel mondo di un giovane che si sta formando, sta gradualmente avviandosi verso la fase adulta.
E allora questo cammino viene improvvisamente e bruscamente modificato, accelerato per alcuni versi, rallentato e fatto indietreggiare per altri portando alla frattura, incrinando quel sistema di valori che fino a quel momento avevano costituito dei saldi punti di riferimento per la vita, valori e tradizioni, modi di vita e modi di pensare.
Da dove partire, come raccogliere questa sfida educativa orientata a porre il giovane protagonista della sua crescita, come fornirgli quegli strumenti necessari secondo quello che Don Bosco chiamava sistema preventivo e che costituisce la base dell’approccio educativo della scuola che da lui nasce?
Nel corso della tavola rotonda che si è svolta il 7 febbraio il Rettor Maggiore, d. Pascual Chavez, successore di Don Bosco, ha cercato di dare una risposta a questo interrogativo rilanciando la questione in termini propositivi per gli educatori e i giovani.
I giovani costituiscono la forza trainante non solo per la società albanese, ma per ogni realtà. È dunque importante dare loro nuove risposte, fornire loro nuovi punti di riferimento, di riflessione, nuovi strumenti per orientarsi ma soprattutto per costruirsi e costruire il mondo di domani, facendo si’ che l’Albania sia un paese nuovo ma non di imitazione e di disorientamento, di valori offuscati, di sentimenti indeboliti dalla rincorsa verso falsi miti e modelli di vita conosciuti solamente nei suoi aspetti più deleteri.
Gli adulti devono chiedersi in che misura possono essere veri strumenti di sostegno per i giovani. I giovani, invece, è necessario che diano risposte a domande come: quali le incertezze, quali le paure lungo il cammino? Quali gli obiettivi della vita? Come, incontrandosi e scontrandosi con gli adulti, porre domande e dubbi, costruire questa nuova realtà che sta già nascendo ma che rischia di divenire un qualcosa di estraneo e di oppressivo?
Il nuovo mondo cui andiamo incontro non deve caderci addosso, lo dobbiamo costruire, creare, sentire nostro; questo lo possiamo fare solo se giovani e adulti si pongono di fronte al nuovo che arriva in modo critico ma nello stesso tempo costruttivo e propositivo, in cui ognuno fornisce il suo contributo e ognuno ritrova e fonda nuovi valori ispirati a quel senso di fratellanza, di amore, ma soprattutto riscoprendo il giusto valore della vita umana.


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Cronaca di una intensa giornata
UNA CHIESA
DEDICATA A DON BOSCO

Inaugurazione della chiesa a Scutari


Sabato 8 febbraio 2003, ore 9.30, il Rettor Maggiore, proveniente da Tirana, è accolto con affetto filiale dai confratelli, suore FMA, cooperatori/trici, giovani dell’oratorio e amici dell’opera salesiana di Scutari. Per tutti d. Pascual Chavez ha attenzione paterna, esprime con sorrisi e domande di interessamento la sua gioia per l’incontro e infonde, col suo modo di rapportarsi, fiducia e simpatia. Si attiva un clima e un ambiente di casa salesiana, dove il 9° successore di Don Bosco è Don Bosco oggi tra noi.
Alle 10.00, presieduta dall’arc. di Scutari, Mons. Angelo Massafra, ha inizio la Santa Messa con il rito di consacrazione della nuova chiesa ‘Ttempio di Don Bosco’. L’assemblea tutta è unita attorno al Rettor Maggiore, che nell’omelia offre il suo magistero salesiano e ringrazia il Signore per dieci anni di presenza salesiana in Albania. Sorprendendo qualche salesiano dell’Est europeo e con il compiacimento di tutti, in primis, dell’arcivescovo, Don Pascual parla ai giovani, dice dell’importanza dell’educativo, dei valori civili, del valore della propria terra, dell’impegno per la costruzione della nuova Albania, secondo i valori della solidarietà, della pace, del bene comune, della legalità: tutte strade per una società dove devono crescere ‘onesti cittadini e buoni cristiani’. Insomma l’incontro col Cristo e l’annuncio del vangelo passano per le strade della promozione e dello sviluppo integrale del’uomo, di ogni persona al di là della diversità delle religioni e delle etnie. Dopo la messa c’è stato un momento familiare a mansa con qualche portata di stile ‘albanese’.
Nel primo pomeriggio Il Rettor Maggiore ha incontrato i salesiani, dichiarando di volersi prendere per essi tutto il tempo possibile. In questo momento si è toccata con mano la paternità del nostro padre Don Pascual. Poi c’è stato un breve momento con gli aspiranti.
Alle 16.30, nel nuovo tempio dedicato a Don Bosco, c’è stata la celebrazione della ‘promessa’ di sette nuovi cooperatori di Scutari che si aggiungono ai quattro già esistenti. È stato un momento di preghiera ma anche di festa, con balletti e canti albanesi, con tante fotografie con il 9° successore di Don Bosco, il tutto ben animato dai salesiani, dagli animatori e giovani dell’oratorio e del collegio delle suore FMA.
In serata il Rettor maggiore è rientrato a Tirana dove, il giorno dopo, ha visitato l’Opera del centro Sociale Don Bosco. Alle ore dieci ha celebrato l’Eucarestia di ringraziamento al Signore per i 10 anni di presenza in Albania, con le promesse dei primi cooperatori/trici di Tirana nel prefabbricato –chiesa della parrocchia di Maria Ausiliatrice, affidata a noi salesiani. Dopo aver pranzato con i confratelli don Chavez, il suo segretario d. Bartolomè, l’Ispettore d. Franco Gallone e d. Matteo Di Fiore sono ripartiti per Roma.

a conclusione del viaggio
RIFLESSIONI DI DON CHAVEZ


• Meraviglia per la crescita della presenza e del carisma salesiano in Albania in solo 10 anni. D. Chavez è rimasto molto ben impressionato dell’opera di Tirana: per la qualità e il gran numero di allievi del Centro di Formazione Professionale, per l’Oraotorio, per la Parrocchia, per il centro diurno con 110 bambini ‘rom’, e per tante altre attività di carattere educativo-sociale che si fanno.
• Gioia per quanto hanno detto le autorità civili circa la significatività del carisma salesiano, così come viene attualizzato oggi in Albania. I salesiani di d. Bosco sono considerati i testimoni e i refernti per tutto quanto è nell’educativo, culturale, impegno per i giovani, e tra questi i più poveri. Appare visibile come i salesiani di Don Bosco e i giovani albanesi siano fatti gli uni per gli altri.
• L’impegno, suo e della Congregazione, a far crescere le Opere salesiane nella Delegazione dell’Ispettoria meridionale. Per questo si è prenotato per settembre quando, in occasione dell’inaugurazione della nuova Opera salesiana di Pristina si aggiungeranno alla parrocchia affidata a noi, che è l’unica chiesa cattolica della città, il Centro di Formazione Professionale e l’Oratorio.




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STORIA

Viaggio lungo le strade della nostra storia
UN CENTENARIO
CHE NON VERRÀ CELEBRATO

La casa di San Severo
Parte III



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Viaggio lungo le strade della nostra storia
UN CENTENARIO
CHE NON VERRÀ CELEBRATO

La casa di San Severo
Parte III

Eccoci ora, come già previsto, a seguire e tratteggiare, dopo le svariate vicende della “preistoria” e della “protostoria” della Casa di San Severo, quelle della sua vivace “storia”.
Pur col sottofondo del rammarico perché, dopo solo poco più dei dodici lustri, essa sia stata quasi bruscamente interrotta.
Intanto, conviene brevemente riepilogare come, iniziati nel 1897 i primi approcci presso Don Rua, nel 1902 si avesse un “via libera” affinché i Cooperatori del posto cominciassero ad agire e come nel 1905 giungessero i primi due Salesiani.
Poi come nel 1906 – poco più di sei mesi dopo quel primo arrivo – sorretta da un’ampiamente confortatrice visita di Don Rua stesso, l’Opera prendesse la rincorsa verso il suo graduale sviluppo ed affermazione.
Mentre è da notare che donna Assunta Fraccacreta vedova Maselli – principale benefattrice – sognava un’Opera che in varie articolazioni costituisse per San Severo la casa dei giovani, si può dire che, nelle pur succedentisi svariate circostanze, la Casa si sia dimostrata tale nell’insieme della sua storia. Anche con buona incidenza ambientale e forse lasciando pure qualche indiretta eredità morale.
A meno di un anno dalla benefica benedicente visita di Don Rua, una serenamente ottimistica relazione dell’Ispettore d. Scappini fa il punto della situazione e dà consolanti notizie.
Informa, infatti, che il pensionato è “di 20 giovani alunni delle Scuole Tecniche (le post-elementari di allora, equivalenti all’attuale Scuola Media, n.d.r.), altri di ginnasio e tre delle scuole elementari […] i parenti si mostrano soddisfatti”. Non nasconde, tuttavia, le difficoltà organizzative provenienti dagli orari scolastici diversi.
Per l’Oratorio rileva la notevole frequenza di giovani e l’impegno di d. Caramaschi, “efficacemente coadiuvato dal nostro d. Tancredi e da un ottimo Sacerdote Diocesano, che mi si dimostra per la cura dei ragazzi più che Salesiano, si sacrifica addirittura”.
A parte d. Tancredi, di cui già sappiamo, chi conosce appena un poco uomini e cose, ha difficoltà a leggere in filigrana, il nome carissimo e santo di d. Felice Canelli.
L’Oratorio, intanto, da festivo era diventato quotidiano, con il plauso unanime e con l’entusiasmo dei numerosi giovani frequentanti.
Ma questo fervore di opere all’insegna religiosa infastidiva la Setta, per cui il seguente anno 1907, nel quadro di un’offensiva montata in tutt’Italia, offre un particolare episodio, indice sia dei contrasti che si potevano incontrare e sia, ancor più, della forza di radicamento dell’Opera ed in particolare dell’apprezzamento e fedeltà dei giovani.
Lo racconta d. Stile, abitualmente ben informato sulle cose.
L’episodio nasce da una chiassata messa su perché un ragazzo che lo frequentava si era fratturato un braccio, ma fuori dell’Oratorio. Di qui l’accusa di incuria da parte dei Salesiani. E si andava preparando una spedizione punitiva di facinorosi prezzolati per devastare la Casa. Ma i giovani, messi sull’avviso, fecero un’abbondante provvista di sassi, pronti a lanciarli contro chiunque avesse tentato di forzare l’ingresso; alla maniera della futura “intifada”. Questa tempestiva e ferma reazione spontanea, che non ebbe bisogno di essere tradotta nei fatti, arginò e fece sbollire la malevole trama. Non solo, ma fece sì che, nell’intreccio delle cose, i benefattori, commossi, si affezionassero maggiormente all’Opera e moltiplicassero le loro offerte. Tanto da poter programmare e poi realizzare un’ampia e decorosa Cappella ed un bel teatrino.
Un interessante ed autorevole punto di riferimento per valutare la situazione posteriore è la “Visita Straordinaria” – adempimento periodico – svolta, per incarico del Rettore Maggiore, nel 1908 da d. Francesco Piccolo.
Egli era stato illuminato Ispettore in Sicilia e, come tale, valido artefice perché Don Bosco mettesse provvide e salde radici in Calabria. Terminato il servizio siciliano, era stato destinato, insieme a d. Molinari, a sostenere l’ormai autonoma promettente residenza di Soverato. Ma vi rimase brevissimo tempo, perché, esperto ormai del Meridione, fu chiamato a svolgere il delicato compito di “Visitatore” nell’Ispettoria Napoletana. Però poi dovette interromperlo perché fastidiosa malattia lo bloccò a Roma, dove finì i suoi giorni.
Svolse il mandato affidatogli con estrema esattezza e serena competenza, lasciando trasparire pure un sentimento di simpatia per la giovanile vivacità delle Opere salesiane meridionali. Vale la pena scorrere la sua relazione riguardante San Severo, e cogliere i dati salienti.
In riferimento alla struttura, essa viene definita buona, anche se si osserva che al Nord-Ovest ha fondazioni troppo deboli, che fanno rilevare qualche dato allarmante; pure la mancanza di recinzioni provoca inconvenienti. L’acqua è di cisterna, non sufficiente per la pulizia degli ambienti e non sempre di sicura potabilità. L’illuminazione è ad acetilene. La Cappella è povera ma decorosa.
Per il personale si rileva che vi sono “appena due soci”, mentre per l’Oratorio ci vorrebbe ancora un prete. Dimorano nell’Istituto due famiglie.
Il pensionato occupa tutto il locale ed ospita 14 ragazzi; 6 del Ginnasio (il quale conta 50 alunni) ed 8 delle Tecniche (che hanno 110 alunni). È ordinato e ben curato anche dal punto di vista religioso.
Elogi incondizionati vanno all’Oratorio, sia per la frequenza che per la cura che gli si riserva, come per le attività religiose e ricreative che vi si svolgono, comprese le Compagnie, il teatrino e lo sport. Esso viene ritenuto esemplare nell’Ispettoria e l’opinione generale è che debba essere considerato la prima attività della Casa.
L’economia è misurata ma equilibrata, sostenuta dalle rette del pensionato e dalla, sia pur modesta, costante beneficenza cittadina. L’Ispettore interviene con qualche sussidio. Un notevole apporto viene arrecato da donna Assunta, la quale gestisce, incrementa ed ospita le provviste all’ingrosso.
Nell’anno 1910-1911, mentre d. Caramaschi – che negli ultimi tempi era stato facilmente indisposto in salute – veniva concesso un anno di riposo, l’Ispettoria Napoletana – pur incrementatasi nel numero di Case – fu assorbita dalla Romana, dove era Ispettore d. Arturo Monelli.
Fu Direttore per quell’anno d. Pietro Paolo Valle, affiancato da d. Umberto Vinelli e dal ch. Nunziato Bonifacio; ma surrogare d. Caramaschi era molto difficile! …
Nella sua prima “visita”, l’Ispettore d. Monelli – abitualmente austero nelle valutazioni – mentre fa alcune riserve sull’andamento del Pensionato – peraltro al numero di 25 alunni – si esprime positivamente per l’Oratorio. È frequentato da circa 200 giovani, è animato anche da “due giovani preti della Città di ottimo spirito, d. Canelli e d. Stella”; doveva restare l’attività principale lasciando in secondo piano il Pensionato.
In successivi resoconti, l’Ispettore rileva sia il rientro di d. Caramaschi, rimessosi in salute e che “gode della fiducia di tutti i Sanseveresi”, e sia il continuare della beneficenza locale, per cui si può fare qualche miglioramento ed ampliamento edilizio, come pure incrementare le attività. Si intuiscono, partendo dalla terza, le classi elementari interne.
Ma poi si fecero sentire i problemi causati dalla prima guerra mondiale ed anche dall’epidemia della “spagnola”.
La seconda costrinse ad una temporanea breve sospensione delle attività, in via precauzionale.
Riguardo alla prima, è sempre il nostro solerte d. Stile a metterci al corrente di ammirevole circostanza.
“Vennero gli anni difficili della guerra europea e il Direttore rimase solo, perché i confratelli erano stati richiamati alle armi. Non si scoraggiò, ma chiese aiuto ai sacerdoti locali, che risposero all’appello con zelo encomiabile, e l’opera andò innanzi egualmente” (“I primi venticinque anni dell’Ispettoria Napoletana”, pag. 29).
Per una valutazione globale circa il significato della Casa è molto interessante una considerazione fatta da d. Monelli e che merita di essere riportata.
“È una delle pochissime Case che, come venne fondata unicamente dalla beneficenza collettiva cittadina, così da questa, solamente e continuamente da essa, trae i mezzi per successivi ampliamenti e sistemazioni e per il mantenimento delle opere che in essa si svolgono”.
Terminata la guerra e tornatosi gradualmente alla normalità, l’Opera proseguiva nella sua ammirevole attività.
Ma intanto due avvenimenti fanno da marcatempo, con una propria notevole influenza sulla vita dell’Opera.
Il 28 Agosto 1921, nel cordoglio unanime, morì l’insigne benefattrice donna Assunta Fraccacreta, la cui memoria fu degnamente onorata.
Nel 1922 veniva ricostituita l’Ispettoria Napoletana con giurisdizione su tutta l’Italia Meridionale. Essa entrò nella piena funzionalità il successivo anno 1923 ed il nuovo Ispettore fu d. Arnaldo Persiani, mentre d. Caramaschi fu chiamato a Portici come primo Maestro dei Novizi, lasciando definitivamente San Severo dopo 18 anni del suo primo arrivo.

(continua)

d. Pio del Pezzo

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