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| LETTERA
DELL'ISPETTORE
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Carissimi
Confratelli,
nei giorni 7 – 9 di febbraio abbiamo celebrato
i dieci anni dell’inizio della presenza salesiana
in Albania.
Per l’occasione, abbiamo invitato il Rettor
Maggiore Don Pascual Chavez ad essere presente, ma
soprattutto a volerci illuminare con il dono della
sua parola e con il suo incoraggiamento di Padre.
I
momenti salienti della Visita sono stati i seguenti.
• La conferenza a Tirana la sera del 7 alla
presenza di alcuni Ministri e dell’Ambasciatore
d’Italia e di numerosi amici e collaboratori
dell’Opera Salesiana: ha parlato sul tema
della globalizzazione e sulla necessità dell’educazione
della gioventù.
• La mattina dell’8 a Scutari ha partecipato
alla solenne concelebrazione, presieduta dall’Arcivescovo
Mons. Massafra, per la consacrazione della Chiesa
nuova dedicata a S. Giovanni Bosco. Ha tenuto l’omelia
rivolgendosi principalmente ai giovani ed esortandoli
ad essere protagonisti nel Terzo Millennio.
• Nello stesso pomeriggio, in una cornice
più raccolta e familiare, ha accolto la promessa
di sette nuovi cooperatori che vanno ad aggiungersi
ai quattro degli anni scorsi e costituiranno il
primo nucleo dell’associazione locale.
• La mattina della domenica a Tirana ha celebrato
nel capannone che funge da Chiesa la Messa per i
nostri parrocchiani e per i cattolici che da Breglumasi,
quartiere periferico, sono venuti per l’occasione.
Vi è stata anche la promessa di sette nuovi
cooperatori, i primi di Tirana.
Altri
momenti significativi sono stati quelli vissuti con
i confratelli sia negli incontri comunitari sia in
quelle informali: Don Chavez si è mostrato
a tutti cordiale e attento e ha suscitato simpatia
e corrispondenza, proprio nello stile di famiglia
voluto da Don Bosco.
Il
Rettor Maggiore è rimasto positivamente sorpreso
di quanto è stato fatto in dieci anni non solo
per le costruzioni, ma soprattutto per l’azione
pastorale che ha creato simpatia e coinvolgimento
da parte della popolazione.
Ha constatato come le autorità religiose e
civili stanno apprezzando e stimando l’impegno
per la promozione umana e cristiana dei giovani da
parte dei figli di Don Bosco.
Un altro aspetto lo ha particolarmente reso felice:
è la fecondità vocazionale. I 24 giovani
aspiranti e i tre prenovizi sono un segno di benedizione
del Signore e di sicura speranza per il consolidamento
della nostra presenza e del nostro servizio.
Vorrei
aggiungere una nota strettamente personale.
Ho potuto toccare con mano, oltre alla profonda cultura
e competenza, la squisita umanità di Don Chavez
che si è mostrata, sia negli impegni ufficiali
sia in quelli più ordinari, in una amorevolezza
concreta e attenta, pronta ad accoglierti e sensibile
all’incontro.
Voglio
con voi ringraziare il Signore per tutto il bene ottenuto
e ringraziare anche tutti i confratelli e gli Ispettori
precedenti, che con zelo costante e superando difficoltà,
che sembravano insormontabili, hanno avuto piena fiducia
nel Signore e hanno aperto quello terra alla presenza
salesiana.
Napoli,
1 marzo 2003
L’Ispettore
Sac. Francesco Gallone |
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| PASTORALE
GIOVANILE
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Incontro
nazionale per il disagio e l’emarginazione
IL RETTOR MAGGIORE
E I PROBLEMI DELL’EMARGINAZIONE
Al centro la formazione del salesiano
Salesiani europei chiedono all’UE nuove politiche
CONVEGNO GIOVANI IMMIGRATI
Indicate scelte pastorali concrete
Linee emergenti dall’incontro europeo di Barcellona
IL LAVORO DEI SALESIANI
I weekend dell’Esperienza Ricerca
UN DONO DELLA TRINITÀ
Quasi un bilancio dopo quattro mesi
C onvocati dall’ansia missionaria
HARAMBÉE…
INCONTRO
In attesa dell’appuntamento ispettoriale
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Incontro
nazionale per il disagio e l’emarginazione
IL RETTOR MAGGIORE
E I PROBLEMI DELL’EMARGINAZIONE
Al centro la formazione del salesiano
Il 14 gennaio scorso si è tenuta a Roma la
riunione periodica degli Incaricati ispettoriali per
il disagio e l’emarginazione. Ci si incontra
periodicamente per studiare problemi e iniziative
del Settore. Siamo sempre di tutte le età:
dai padri storici in questo campo (per noi c’è
don Michele De Paolis) ai giovani confratelli, dai
SDB alle FMA, ai Laici. Questa volta la riunione ha
avuto una particolare risonanza perché ha voluto
essere presente il Rettor Maggiore per più
di due ore a parlare con noi. L’intervento è
molto ricco e interessante, e riassumerlo, evidentemente,
è un po’ impoverirlo. Per desiderio anche
dell’ispettore provo a sottolineare qualche
aspetto, riportando le sue parole così come
sono state registrate.
Il
Rettor Maggiore ha iniziato il suo discorso, partendo
da uno spunto biblico: “Se prendessi il testo
di Marco di questa mattina (Mc 1,21-28), direi che
il tempo è proprio per esorcizzare i demoni,
perché oggi sentiremo la prima presentazione
di Gesù, secondo il Vangelo di Marco: l'incontro
con una persona posseduta, l'incontro per vincere
il male personale e sociale con la forza del bene
per renderlo visibile e leggibile (perché a
volte facciamo fatica a rendere testimonianza e questa
non sempre viene letta così). È importante
non solo essere buoni, ma che anche quelli che ci
vedono possano leggere quello che vogliamo fare, la
presenza di Cristo. Occorre rendere visibile la forza
del suo Vangelo, capace di lievitare qualsiasi cultura,
anche l'odierna, la presenza del suo Spirito che fa
nuove tutte le cose, capace, in questo mondo di innestare
la terra nuova e i cieli nuovi. Cose che vengono suggerite
dal testo di Marco di questa mattina”
È passato poi alla sua esperienza: come direttore
di Studentato, prima, e poi come Ispettore, fa riferimento
a quanto da lui realizzato. ”Se voi andate in
Messico e guardate dove si trova il Teologato, lo
troverete in un quartiere molto povero, popolare,
con molte sfide sociali. Non vi sto a raccontare le
lotte che abbiamo fatto già solo per rendere
consapevole la gente del luogo, che di quel quartiere
avevano fatto un luogo di prostituzione. Allora si
trattava della redenzione della dignità delle
donne, del fatto che erano state minacciate, schiavizzate….
Questa attenzione aiuta a non avere una formazione
dissociata dalla realtà. Penso e sono convinto
che non si favorisce una formazione matura se questa
viene realizzata al margine o lontano dalle sfide
sociali in cui la gente vive. Come direttore del Teologato
abbiamo creato l'opera per i ragazzi della strada
(Progetto "Mairos Don Bosco”) che continua
ad essere operante. Tutti i giorni, non solo, anche
durante la notte, si dovevano fare i turni per stare
accanto ai ragazzi della strada.
Come Ispettore di Mexico-Guadalajara ho ideato, poi,
un progetto organico, sapendo dove potevo orientare
l'Ispettoria per evitare che fosse un'Ispettoria monotematica
con una presenza altamente scolarizzata, per andare
in "frontiera" e siamo andati alla frontiera
geografica e sociale.
Potete trovare sulla frontiera tra Messico e Stati
Uniti, lunga 3000 km, l'oratorio, vicino a S.Diego
(CA), troverete ben quattro oratori. Significava,
per un'ispettoria concentrata a Guadalajara al centro,
andare in periferia, Sono oratori veri e propri, con
tutte le attrezzature, per offrire ai ragazzi possibilità
che li aiutino ad affrontare con successo la vita.
E vi posso dire che i terreni che ci offrivano erano
proprio per non restare, per andarcene. Abbiamo dovuto
lottare, perché lì ci sono interessi
di traffico di droga”.
Alla
conclusione di questa parte il RM dice: “Sul
campo della riflessione potrei dire che ho lavorato
molto sulla formazione dei Salesiani, sull'inserimento,
sul valore dell'inserimento nei quartieri popolari,
l'opzione per i poveri, il carisma Salesiano per dare
un volto umano alla globalizzazione, il sistema preventivo
all'emarginazione.
La conclusione più interessante, dopo aver
studiato lungamente la cultura, è l'importanza
della cultura, se è vista nel senso veramente
sociale del termine.
Mi sono convinto che il problema non è economico,
ma che il problema della povertà e dell'emarginazione
è un problema culturale. Il giorno che capiremo
che esiste un altro modo di pensare la persona, un’altra
maniera di organizzare il tessuto sociale, solo allora
ci sarà un altro modo di impostare i rapporti
interpersonali.
C’è anche il fatto che la scelta del
campo dell’emarginazione, del campo del disagio,
richiede non lo spostamento o la ricollocazione di
tutta l’istituzione, anche se la realizzazione
di alcune Opere lo richiede per evitare di cadere
nella vuota retorica. Quello che importa è
un cambio di ermeneutica, una maniera diversa di interpretare
il lavoro che svolgo dove mi trovo, cosa pretendo
dal lavoro che faccio, o cosa faccio in un quartiere
popolare”.
Il RM, poi, è passato ad elencare alcune Opere
significative presenti in Congregazione che fanno
vedere come la creatività salesiana spazia
sui campi più disparati: dai ciechi ai ragazzi
di strada; dai programmi per dare acqua alle scuole
di lingua in Ecuador e in Amazzonia; dalla cura di
ragazzi vittime di abusi sessuali in Sri Lanka, ai
rifugiati dell’Etiopia, del Sudan, del Congo,
dell’Afganistan; dai Rom ai Centri per il lavoro
del Venezuela…
In questo quadro il RM inserisce anche la tematica
dell’ultimo Capitolo Generale che non si deve
leggere come un discorso che fa la comunità
nella linea “autoreferenziale”. E a questo
riguardo il RM richiama anche il Messaggio dei capitolari
ai Giovani e l’Appello per salvare i giovani
del mondo: due segni che il Capitolo ha dato prima
della sua chiusura.
Continua, poi, il RM: “Nel mio intervento il
27.11.2002 in Campidoglio a Roma, per fare memoria
e dare prospettiva dell'Opera Ragazzi Don Bosco, ho
preso come titolo: "Prima che sia troppo tardi,
salviamo i ragazzi, il futuro del mondo", dove
non ho fatto altro che sviluppare, in questo testo,
le sfide dei ragazzi: i ragazzi di strada, le gang,
i ragazzi soldato, i ragazzi violati, i ragazzi lavoratori
schiavi, i ragazzi poveri ed emarginati…”.
Il RM rileva che in Congregazione oggi si è
molto più sensibili che nel passato a questi
problemi. “Non c'è dubbio che questa
sensibilità è cresciuta, che le Opere
in questo settore sono inserite in un progetto sempre
più organico. Sono già molte le ispettorie
che hanno assunto nella loro animazione un delegato
per questo settore. Si lavora in rete anche a livello
continentale, per esempio in America Latina, dove
si fa un incontro all'anno, e nelle tre regioni d'Europa
si sta cercando di lavorare insieme: infatti ci sarà
un incontro a Barcellona prossimamente”.
E
il programma del sessennio del Consiglio Generale
richiama molto l’aspetto della risignificazione
della presenza salesiana: “Risignificazione
può voler dire: ristrutturazione delle opere,
ricollocazione dove si trovano i giovani più
bisognosi, un tipo di presenza che susciti degli interrogativi;
è importante che questa testimonianza sia leggibile
agli occhi degli altri.
Questo tema è stato assunto tra le quattro
aree da attualizzare nel sessennio. La terza è
proprio quella della risignificazione della presenza.
La terza area dice così: "Portare la comunità
ad accogliere e condividere la vita con i giovani,
soprattutto i più poveri, come segno dell’identità
carismatica, stimolando la conoscenza della realtà
giovanile, religiosa, sociale del territorio”
con interventi molto specifici: concentrarsi sulle
nuove povertà dei giovani, creare nuovi spazi
per i giovani nella comunità, ecc. La cosa
più importante la si trova nel prospetto 3.1.4.
dove si dice: “assumendo la prospettiva della
marginalità in tutte le presenze”.
Nella parte più specifica, quella che riguarda
la Pastorale Giovanile, la terza area è quella
della promozione e si chiama appunto così:
“Promozione della solidarietà e della
giustizia”.
Negli obiettivi generali si parla di “Attenzione
speciale e prioritaria alle situazioni di disagio
giovanile. Nella elaborazione e realizzazione di ogni
progetto educativo pastorale, assicurare un’attenzione
speciale e prioritaria alle situazioni di povertà
e disagio giovanile, in particolare: la preparazione
e l’inserimento nel lavoro, l’immigrazione
e le minoranze etniche, le diverse situazioni di sfruttamento
infantile e giovanile”.
Il RM ha concluso invitando ad attivare processi:
“Stimolando nelle comunità salesiane
e nella C.E.P.: la conoscenza diretta e la vicinanza
a situazioni che richiedono solidarietà; un’attenzione
educativa integrale a tutti i giovani; la presenza
di educatori identificati con il progetto educativo
salesiano; una collaborazione attiva con le altre
istituzioni ecclesiali e civili per rendersi presenti
laddove si elaborano le politiche educative e sociali
che interessano i giovani, soprattutto quelli a rischio”.
(3.1.1.)
“Cosa dobbiamo fare ancora?
Dobbiamo lavorare tanto sulla formazione, per evitare
di dare una formazione che rischierebbe di infantilizzare,
perché con una formazione staccata dalla realtà,
che invece di farti più solidale, ti fa più
individualista, sarà molto difficile che, finito
il processo formativo, si abbia una certa sensibilità,
una certa coscienza. Sono dei valori che vanno imparati,
vanno sviluppati, e per questo si deve cercare di
curarli molto di più.
Non vedo con pessimismo questa situazione, sono consapevole
che sono situazioni che devono cambiare, che devono
adeguarsi sempre più al criterio di servire
ai bisognosi, alla gente più emarginata, cercare
di trovare opere che rispondano alle esigenze reali
dei giovani.
Altrimenti opereremmo come un’agenzia di viaggio:
io ho questo pacchetto, o lo prendi, o non lo prendi,
problemi tuoi. Non può essere così:
dobbiamo sempre avere in mente i bisogni cui dobbiamo
rispondere”.
a
cura di d. Gennaro Comite
Chi fosse interessato al testo integrale, può
farne richiesta.
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Salesiani
europei chiedono all’UE nuove politiche
CONVEGNO GIOVANI IMMIGRATI
Indicate scelte pastorali concrete
Circa 90 tra Salesiani e Laici, provenienti da 15
nazioni e rappresentanti d’Europa, si sono riuniti
a Barcellona dal 20 al 23 febbraio, per discutere
i problemi dell’immigrazione.
Dell’Ispettoria Meridionale hanno partecipato
d. Matteo Di Fiore, economo ispettoriale, d. Pasquale
Cristiani, delegato PG e d. Gennaro Comite, incaricato
del Settore Emarginazione e disagio. Il Convegno si
è concluso con un documento che chiede “politiche
europee” in grado di assicurare il diritto di
accoglienza, “valorizzando le diversità”
perché “gli immigrati costituiscono una
risorsa e non solo un problema”.
I partecipanti si sono impegnati a promuovere un cambiamento
di mentalità, che giunga a “scelte pastorali
coerenti con i principi e i valori fondanti della
pedagogia salesiana” e affermano la necessità
di rendersi “attivi e propositivi nel campo
della politica, perché nei nostri paesi i diritti
umani universali dei giovani e delle loro famiglie
superino gli interessi nazionali”.
Il documento rileva inoltre l’esigenza di un
coinvolgimento di risorse nuove (educatori, volontari,
operatori di madre lingua), per un lavoro in rete
con le istituzioni e altre organizzazioni, e soprattutto
per una profonda esperienza di fede che ogni giorno
nell’incontro con lo straniero sappia testimoniare
l’incontro con Cristo. Tre le linee operative:
la formazione dei Salesiani e dei collaboratori laici
per il cambiamento di mentalità; una pastorale
giovanile attenta al fenomeno immigrazione nelle opere
e servizi salesiani per promuovere l’educazione
ai valori della multiculturalità; il coordinamento
e l’animazione per una presenza più efficace
e significativa.
L’incontro si è concluso con l’invito
di d. Domenech a riportare l’esperienza nelle
ispettorie di provenienza, promuovendo spazi di riflessione
sulla realtà dell’immigrazione in ogni
contesto e facendo conoscere esperienze significative
in questo campo, nella convinzione che questo è
un impegno che la Congregazione oggi ripropone in
maniera precisa e decisiva come aspetto caratteristico
del carisma salesiano. Ripetutamente è stato
ricordato nel Convegno come Don Bosco mandò
i Salesiani in Argentina, proprio con questa attenzione
al mondo dell’immigrazione.
Sicuramente in ispettoria prenderemo in considerazione
questo fenomeno, dato anche l’impegno che abbiamo
in Albania.
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Linee
emergenti dall’incontro europeo di Barcellona
IL LAVORO DEI SALESIANI
I. Formazione dei salesiani e dei collaboratori laici
1. Promuovere l’approccio all’immigrazione
nella formazione per un cambiamento di mentalità
nei SDB, nelle CEP e nella gente attraverso:
• Piani di formazione all’intercultura,
alla diversità come risorsa, e educazione
sociale, come realtà trasversale presente
in tutti gli ambiti del lavoro educativo e pastorale
• Formazione e sensibilizzazione per tutti:
educare all’accoglienza e alla solidarietà,
promuovere la conoscenza della cultura degli altri
• L’iniziazione per gli SDB con percorsi
ed esperienze appropiate: esperienze di lavoro interculturale
(tirocino in altro paese; lavoro in un’area
fuori di un‘opera salesiana...; esperienze
in altri contesti, gemellaggi),
• La formazione permanente degli educatori
e animatori che già svolgono attività
significative per i minori,
• La presenza di specialisti, anche retribuita,
e la qualificazione per quelli che si dedicano direttamente
a questo lavoro
2.
Iniziative concrete da mettere in atto
• Incontri di sensibilizzazione e di riflessione
• Esperienze di lavoro interculturale e verifica
attraverso la riflessione e il confronto tra le
persone che vivono nell’ambiente (rilettura
della prassi)
• Imparare le lingue come risorsa per comunicare
• Corsi di studio specializzati: formare alla
mediazione e alla non violenza, studiare le questioni
del razzismo e dei pregiudizi
• Lavorare con progetti elaborati e verificati
in dialogo con organizzazioni di immigrati
• Creare comunità interculturali (internazionali)
• CEP rappresentative della realtà
multiculturale; le persone immigrate come collaboratori
II.
La Pastorale Giovanile salesiana
1. Il nostro lavoro con immigrati
• Non deve ridursi a opera di uno solo, ma
deve coinvolgere tutta la CEP, sensibilizzando e
coordinando il lavoro di tutta l’ispettoria,
• Accoglienza incondizionata, dando più
importanza all’interno di tutte le opere,
facendo attenzione alle diverse situazioni (regolari,
non regolari...)
• Valorizzare tutte le strutture ed opere
assumendo l’immigrazione come realtà
delle nostre opere con tutte le conseguenze, inserendo
nel progetto educativo pastorale dell’ispettoria
l’attenzione all’immigrazione e promuovendo
un lavoro di rete,
• Far conoscere chiaramente ciò che
offriamo e ciò che chiediamo
2.
La PG per gli immigrati
•
Da destinatari a protagonisti, valorizzando quello
che possono offrire,
• Impegno più sistematico non riducendosi
ai bisogni e alle emergenze,
• Valorizzare, come educatori, immigrati che
possono aiutare; favorendo la presenza di mediatori
culturali che possano aiutare entrambi, capaci di
lanciare laboratori interculturali
• Avviare offerte specializzate a livello
di educazione informale: associazioni, gruppi, ecc.
• Promuovere l’educazione di strada
per i giovani immigrati là dove sono
3.
Lavorare in rete
• Con enti, associazioni e persone competenti,
• Con maggiore impegno a livello sociale e
politico,
• Con collegamenti con i paesi di origine
per favorire il ritorno di quanti possono divenire
protagonisti di sviluppo
• Con una migliore conoscensa delle leggi
e della realtà dei giovani per mettere in
campo impegni più adeguati ed efficaci.
4.
Promuovere l’educazione ai valori della multiculturalità
• Formare le coscienze a partire da una base
etica condivisa
• Educare, come don Bosco, all’onestà
e alla cittadinanza, perché tutti siano responsabili
costruttori di nuova convivenza
• Attenzione al dialogo interrreligioso, facendo
tesoro delle esperienze vissute dai salesiani in
contesti islamici.
III.
coordinamento e animazione a livello europeo
1. Coordinamento europeo che promuova un’azione
di collaborazione nel settore dell’esclusione
sociale e soprattutto dell’immigrazione giovanile
• Ufficio nel dicastero di PG come punto di
riferimento per informazioni e monitoraggio, in
contatto con Bruxelles
• Coordinamento dei segretariati tecnici delle
varie ispettorie dediti alla ricerca di risorse
a livello europeo, anche per favorire l’accesso
a progetti europei e facilitare i partenariati;
• Lavoro in rete tra le opere salesiane dell’Europa
e tra i paesi di origine e quelli che ricevono gli
immigrati
• Valorizzazione del coordinamento europeo
youth net già in atto, per estenderlo ad
altri soggetti nazionali e a orizzonti nuovi.
2. Comunicazione:
• Favorire una comunicazione migliore verso
l’esterno di tutte le azioni intraprese e
una condivisione di espereinze nell’ambito
europeo
• Sviluppare un sito che possa offrire informazioni,
nomi di organizzazioni, esperienze di educazione
interculturale
• Dare la possibilità ai salesiani
di visitare altri progetti, per vedere e imparare
3.
Presenza nell’Europa:
• Assumere una posizione politica chiara,
favorendo i movimenti di opinioni a vantaggio dell’accoglienza
• mettersi d’accordo su criteri circa
le politiche di sostegno allo sviluppo dei paesi
di origine
• sviluppare il volontariato a livello europeo
e internazionale,
• maturare un’azione e una strategia
efficace per l’accoglienza e l’educazione
dei minori immigrati.
4.
Formazione alla mediazione culturale
• Creare una scuola per la mediazione culturale
• Individuare nella congregazione salesiana
mediatori culturali che possano vivere anche temporalmente
un progetto multietnico in un’altra ispettoria
• Scambio con educatori dei paesi di origine
dell’immigrazione,
• formazione sul campo nei paesi di origine
dell’immigrazione degli educatori europei
• Far venire confratelli, dove si può,
dalle regioni da cui vengono gli immigrati.
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I
weekend dell’Esperienza Ricerca
UN DONO DELLA TRINITÀ
Quasi un bilancio dopo quattro mesi
Siamo
circa 12 giovani che hanno individuato nella vita
quella luce particolare che sta illuminando il proprio
cammino vocazionale, il quale sembra condurci verso
un particolare stato di vita per servire il Signore.
Nel nostro primo incontro attraverso l’Evangelista
Giovanni (1, 38-39), siamo stati introdotti “nel
cuore” dell’esperienza vocazionale. Grazie
all’aiuto spirituale di don Angelo, abbiamo
preso coscienza della serietà e dell’impegno
che stavamo intraprendendo.
Nel mese di gennaio, ci siamo incontrati nella Casa
Salesiana di Castellammare: un weekend molto intenso
per ciò che abbiamo vissuto: siamo stati accolti
dalla simpatia di d. L’Arco, abbiamo accompagnato
spiritualmente il cammino terreno di d. Gelmi; d.
Pasquale Cristiani ci ha dato la possibilità
di approfondire le proprie motivazioni che ci inducono
a continuare nel discernimento personale, attraverso
il libro dell’Esodo (4, 10-17), nel quale abbiamo
trovato forti stimoli per interrogarci e verificarci,
ancora una volta, sul desiderio che Dio Padre ha per
noi, che d. Pasquale ha sintetizzato così:
Dio non chiede troppo, chiede tutto.
Il terzo incontro l’abbiamo vissuto a Potenza:
weekend vocazionale e missionario insieme. Nel primo
momento dell’esperienza, abbiamo ascoltato la
Parola di Dio (Gn. 15,1-7), aiutati nella meditazione
dalla lectio tenuta da d. Guido Errico. Ci sono state
proposte alcune domande riguardanti le nostre scelte
di vita, alle quali ognuno ha dato risposta nel segreto
della preghiera davanti al Signore. La nostra meditazione
si è completata, nell’animazione della
Giornata Missionaria Salesiana; perché ciò
che il Signore ci ha trasmesso, ha preso coscienza
in noi, attraverso il servizio che la nostra Ispettoria
dona ai Paesi in via di sviluppo, motivandoci ulteriormente.
Ci auguriamo che la Grazia donataci nei weekend vocazionali,
possa diventare la ragione della speranza, affinché
la nostra vita sia la realizzazione del progetto del
Padre su di noi.
i
ragazzi dell’ER
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Convocati
dall’ansia missionaria
HARAMBÉE… INCONTRO
In attesa dell’appuntamento ispettoriale
Ogni anno a Valdocco, il Rettor Maggiore , ricordando
la prima spedizione missionaria fatta da don Bosco
nel 1815, consegna il crocifisso a tutti quei salesiani,
Figlie di Maria Ausiliatrice e volontari che partono
in missione. In quella occasione si incontrano anche
tutti quei giovani che nel periodo estivo hanno fatto
esperienza nei paesi in via di sviluppo e condividono
insieme quanto li ha arricchiti nella crescita della
dimensione missionaria.
Questo incontro viene chiamato Harambée. È
una parola swahili che significa incontro, raduno
festoso, comunità che si riunisce.
Quest’anno il VIS nazionale ha incoraggiato
tutte le ispettorie ad organizzare un proprio harambée,
che non vuole sostituirsi a quello tradizionale di
Valdocco, bensì, vuole essere una ulteriore
opportunità per una maggiore sensibilizzazione
della dimensione missionaria ispettoriale e per una
più sentita partecipazione all’evento
nazionale.
La nostra Ispettoria Meridionale ha accolto prontamente
questo invito dando il via al suo 1° Harambée
IME. I protagonisti e i destinatari sono tutti quei
giovani dell’ Ispettoria, dai 17 anni in su,
che vogliono alimentare la dimensione missionaria
nel loro essere cristiani.
L’obiettivo dell’incontro è condividere
in un clima di fede e di famiglia, tipico di don Bosco,
quanto alcuni giovani delle nostre comunità
hanno vissuto nei mesi estivi in Albania – Kossovo
– Madagascar e per riflettere su temi di animazione
missionaria aperti a tutti coloro che vogliono vivere
nel carisma salesiano la missionarietà verso
i ragazzi più poveri.
Tutto verrà organizzato nella Casa Salesiana
di Potenza nel week-end del 17 - 18 maggio 2003.
È una occasione da non perdere da parte di
ciascuna casa dell’ispettoria! È un momento
di grande Festa Salesiana; è un momento di
cultura missionaria; è un momento di forte
spiritualità della comunione; è un momento
importante per poter risvegliare la dimensione missionaria
in tutta l’ispettoria.
I giovani che sentono propria la vocazione alla missionarietà,
avranno la possibilità di comunicare la loro
gioia a don Francis Alencherry Consigliere Generale
per le Missioni Salesiane, che con la sua presenza
certamente, trasmetterà quei giusti e necessari
“input” per far comprendere che nell’azione
si vive la contemplazione dell’Amore.
Vi aspettiamo numerosi e da tutta l’ispettoria!
A presto!
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| FORMAZIONE |
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Comunità salesiana e
opera
UN RAPPORTO NUOVO
PER RESPIRARE LO SPIRITO
Riflessione di d. Adriano Bregolin
Psicologia e vita religiosa
ALLE SOGLIE DEL MISTERO
Spunti per afferrare
il senso essenziale dell’ascolto
Temi di approfondimento
vocazionale
ACCOMPAGNAMENTO
L’educatore e la relazione di accompagnamento
Roma
S. Tarcisio
VIVERE, LAVORARE E…
“TIROCINARE” INSIEME
Cronaca dell’incontro dei tirocinanti
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| |
Comunità
salesiana e opera
UN RAPPORTO NUOVO
PER RESPIRARE LO SPIRITO
Riflessione di d. Adriano Bregolin
Il
profondo cambiamento strutturale delle nostre comunità
Nell’affrontare il tema di questa relazione
è doveroso fare almeno un breve cenno do riferimento
alla situazione nuova che si è creata nelle
nostre Comunità negli ultimi decenni.
Storicamente si è passati, infatti, da una
Comunità nella quale la convivenza totale con
i giovani (per tante opere: l’esperienza dell’internato)
rappresentava quasi un fatto strutturale, ad una Comunità
che, via via, si è trovata, almeno formalmente,
“disgiunta” dall’opera nella quale
si trovava inserita. Anzi, in molte occasioni (fatto
nuovo per noi Salesiani) essa veniva ad avere degli
spazi e tempi propri da gestire, con piena autonomia.
Si è passati inoltre da una Comunità
che viveva e conduceva in maniera del tutto autonoma
i propri ambiti apostolici ed educativi, ad una Comunità
che era chiamata a vivere un rapporto di collaborazione
e condivisione (prima di tutto dettato dalla necessità
concreta di mancanza di personale) con numerosi collaboratori
laici.
Nel procedere di questa esperienza e nel graduale
aumento della complessità di queste situazioni,
il dialogo e la collaborazione con gli stessi laici
non sono stati sempre facili sia per una formazione
(degli sdb e dei laici) che non è stata sempre
adeguata ai mutamenti che si verificavano, sia talora
per la mancanza di chiarificazione di quelli che potevano
essere i criteri di una collaborazione fattiva e corresponsabilizzante,
sia per il crearsi di situazioni di difficoltà
legate anche all’ambito economico, sia infine
perché alcuni tra gli stessi Salesiani non
volevano e, tuttora non hanno, accettato apertamente
questo allargamento del fronte degli operatori nel
settore educativo ed apostolico delle comunità
salesiane.
La realtà dunque, oggi, ci presenta spesso
comunità ridotte di numero, forse anche un
po’ stanche, affaticate, che trovano sempre
più difficile gestire la complessità
sociale e culturale in cui vivono e che esprimono
un forte bisogno di relazione personale e di attenzione
alle diverse soggettività (Animare la Comunità
Educativa e Pastorale – Atti della visita d’insieme
CISI – Rapporto finale dell’indagine,
pag. 191, Roma 2000).
In relazione a simile situazione, noi stessi siamo
portati a porci alcune domande:
• “Come incide, sul vissuto della Comunità,
il fatto che siano sempre meno i confratelli impegnati
attivamente nella vita delle opere? E’ un
fatto che incide solo negativamente o un fatto che
può aprire a nuove modalità di essere
comunità fraterna e di operare per una missione
specifica?
• Che riflesso ha, sulle Comunità,
il complessificarsi delle opere?
• In che misura e perché la crisi delle
opere (o di certe opere) rischia di essere vissuta
come crisi della comunità religiosa?
• La distinzione, per certi aspetti obbligata
è già in atto. Tra opera e Comunità
religiosa come viene ad incidere sull’identità
di comunità che hanno sempre visto consacrazione
e missione come elementi intimamente uniti e costitutivi
della propria identità?
• Quando sia privata di una funzione diretta
– come comunità – in riferimento
all’opera, la comunità salesiana ha
ancora senso?” (Ibidem)
Prima
di tentare una risposta agli interrogativi accennati
è opportuno anche ricordare che spesso tali
difficoltà fanno riferimento diretto o indiretto
ad un modello culturale di comunità che per
tanti anni è stato “patrimonio esperienziale”
per gran parte dei nostri confratelli. Dunque sullo
sfondo delle nostre problematiche stanno altri interrogativi
che, a livello di dibattito e formazione permanente,
bisognerebbe affrontare con coraggio. A titolo di
esempio:
• Quali sono le credenze, i significati condivisi,
i valori, le convinzioni e le opzioni di fondo,
date per scontate, che orientano il vedere e l’agire
delle comunità salesiane?
• Quale idea di Chiesa, di vita consacrata,
di carisma, di missione, di educazione, di laico…
emerge dal sentire dei confratelli delle nostre
comunità?
Il
Capitolo Generale 25 riprende tutta questa tematica
delineando le situazioni problematiche nelle sue diverse
tipologie e ne dà un elenco secondo quanto
segue. Ci sono:
• “Comunità con un numero ridotto
di confratelli ed impegnate ad animare una pluralità
di opere e presenze, sia in terra di missione, sia
in realtà con carenza di personale;
• Comunità inserite in opere complesse,
con sproporzione tra lavoro e risorse e conseguente
frammentazione dei ritmi comunitari.
• Comunità inserite pienamente nel
tessuto sociale, fino alla condivisione dello stile
di vita del popolo, che lavorano in stretta collaborazione
con la Chiesa locale, che collaborano con membri
di altre religioni.
• Comunità con presenze di laici e
di giovani all’interno della vita comunitaria”.
(CG25 71d pag. 68)
Come
aspetti che influenzano negativamente la significatività
del nostro vivere e lavorare insieme vengono elencati:
• Elementi strutturali che influenzano i rapporti
comunitari, quali la prevalenza delle relazioni
funzionali su quelle fraterne; la poca valorizzazione
del progetto comune e dei momenti destinati all’incontro
fraterno; la mancanza di organizzazione del lavoro
e la sua settorializzazione;
• Orari, abitudini, schemi che rendono la
comunità assuefatta a modalità d’azione
pastorale, a risposte tradizionali che sono molto
distanti dalla realtà e dalla cultura dei
giovani d’oggi;
• Presenza che non sollecitano alcun interrogativo,
che non attivano comunione e collaborazione con
quanti condividono lo spirito della stessa missione
salesiana. (CG25 69, pag. 68)
Con
queste premesse, l’interrogativo-sfida posto
dal CG25, centrale rispetto al nostro tema, viene
ad essere dunque questo: Come dobbiamo ripensare il
rapporto tra le opere e la comunità salesiana,
al fine di assicurare a questa il ruolo di garanzia
del carisma, di animazione e di coinvolgimento di
quanti condividono lo spirito di Don Bosco?
E tutto questo avendo ben chiaro che il processo verso
una comunità di salesiani con il compito di
animazione all’interno di una realtà
più ampia – la Comunità Educativa
Pastorale – è irreversibile. (Relazione
del Vicario del Rettore Maggiore al CG25 321)
La risposta è scontata, anche se non facilmente
attuabile in tutte le situazioni. La comunità
Salesiana deve ritrovare in pieno il suo ruolo di
“nucleo animatore”. Questa posizione infatti
la radica profondamente nella sua identità
carismatica e praticamente la colloca in una continua
tensione di crescita nel suo collegarsi alla missione
dell’opera e nell’essere soggetto animatore
nei confronti di tutti coloro che partecipano alla
stessa missione.
CG24
Sarà bene qui fare memoria, innanzi tutto,
di quello che è stato colto dal CG24. Già
il precedente Capitolo, infatti, ci proponeva la “vocazione”
della Comunità Salesiana ad essere il “nucleo
animatore” della Comunità Educativa e
quindi dell’opera intesa nel suo insieme di
operatori, salesiani e laici, e destinatari. Il dialogo
avvenuto con i laici, nell’occasione del Capitolo
del 1996, evidenzia, da parte loro, alcune esigenze:
• “Conviene esprimere con chiarezza
in primo luogo i diversi livelli di animazione:
quello dell’organizzazione, del coordinamento
quotidiano dell’accompagnamento metodologico,
poi l’orientamento educativo (per quanto riguarda
contenuti e obiettivi), poi la formazione spirituale
e cristiana e, al vertice, c’è l’assicurare
l’identità salesiana del tutto. (Atti
CG24, Allegato 12 – Una settimana con i laici
– 278)
• “in secondo luogo, interessa, che
gli SDB, ovunque siano presenti, siano sempre nucleo
animatore; che ogni SDB sia capace di animare, si
dedichi all’animazione, che il gruppo assuma
primariamente questa funzione e la svolga com’unitariamente.
(Ibidem)
• sugli stessi contenuti, proprio come testo
Capitolare possiamo rivisitare il numero 39 ed il
numero 40 degli stessi atti del CG24, dove si ribadisce
che quello dei Salesiani nella realtà di
nucleo animatore è il modello operativo riconosciuto
come valido e l’unico praticabile nelle condizioni
attuali.
Come tutti notiamo, sono espressioni esigenti nella
loro proposta e mentre ci apprestiamo a vivere la
proposta del CG25, prendiamo atto di dover rivisitare
le istanze di questo stesso Capitolo Generale sul
tema dei Laici che, con noi, condividono spiritualità
e missione.
Una lettera di don Vecchi sul tema della CEP
Sempre su questo tema il nostro compianto don Vecchi
era intervenuto anche in una lettera degli Atti del
Consiglio Generale, specificando ancora una volta
il significato di nucleo animatore: “Che cosa
intendiamo per “nucleo animatore”? E’
un gruppo di persone che si identifica con la missione,
il sistema educativo e la spiritualità salesiana
e assume solidamente il compito di convocare, motivare,
coinvolgere tutti coloro che si interessano di un’opera,
per formare con essi la comunità educativa
e realizzare un progetto di evangelizzazione ed educazione
dei giovani. Il punto di riferimento per questo gruppo
è la comunità salesiana. Ciò
vuol dire che i salesiani, tutti e sempre, sono parte
del nucleo animatore. Ciascuno, anziano o giovane,
direttamente impegnato in funzioni operative o in
riposo, dà il contributo che la sua preparazione
o situazione consentono. […] Vuol dire persino,
che il nucleo locale può essere formato principalmente
dei laici, avendo sempre alle spalle un supporto sufficiente,
sul posto o nell’Ispettoria, da parte dei Salesiani.
(Don J. E. Vecchi, in ACG 363, pag 8-9)
Da notare uno spirito di continuità di proposta,
che tale citazione è stata ripresa, in nota
degli stessi Atti del CG25 al n. 79.
L’esplicitazione della Comunità “nucleo
animatore” nel QdRF
“La Comunità salesiana deve essere consapevole
di questo nuovo modello operativo ed assumere le proprie
e specifiche responsabilità come nucleo animatore
della CEP.
Questo suppone di ripensare la situazione e la funzione
della comunità religiosa all’interno
della CEP e del processo educativo-pastorale.
Questa consapevolezza si esprime in alcuni atteggiamenti
e comportamenti specifici importanti come:
• Una gioiosa testimonianza della propria
vita religiosa e comunitaria nella missione educativo-pastorale;
• L’impegno di tutti ed ognuno per vivere
gli elementi fondamentali dell’identità
salesiana, come la presenza vicina e significativa
tra i giovani, la disponibilità al contatto
personale, la cura dell’integrità del
PEPS in ogni attività, la visione d’insieme
di tutta la presenza salesiana promovendo l’interrelazione
e collaborazione tra le diverse opere che lo compongono,
etc;
• La collaborazione leale con i diversi organi
di partecipazione esistenti;
• La partecipazione attiva nei processi di
formazione in atto nella CEP;
• La preoccupazione per lo sviluppo della
vocazione salesiana nei giovani e collaboratori
A
questo proposito è utile aggiungere ciò
che afferma il Rettore Maggiore nella lettera sopra
citata: questa animazione “comporta di dare
vita ad una presenza che sollevi interrogativi, dia
ragioni di speranza, convochi persone, susciti collaborazione,
attivi una comunione sempre più feconda per
realizzare insieme un progetto di vita e di azione
secondo il Vangelo” (ACG 363,21).
Il Direttore SdB come primo responsabile della CEP:
• Anima gli animatori ed è al servizio
dell’unità globale dell’opera;
• Cura l’identità carismatica
del PEPS, in dialogo con l’Ispettore e in
sintonia con il Progetto Ispettoriale;
• Promuove i processi formativi e di relazione;
• Attua i criteri di convocazione e formazione
dei laici, individuati nell’Ispettoria;
• Mantiene il collegamento tra la comunità
salesiana e la CEP (CG24, 172).
Il Consiglio della comunità assiste e collabora
con il Direttore SdB nelle sue funzioni di primo
responsabile della CEP.
Nel precisare il necessario collegamento tra il
Consiglio della Comunità e gli altri organismi
di partecipazione della CEP conviene tenere conto
di alcuni criteri:
• Favorire la partecipazione come membri del
Consiglio della CEP, collaborando direttamente e
attivamente nei processi di riflessione e decisione;
• Assumere le decisioni negli affari che coinvolgono
direttamente l’identità salesiana,
la formazione e la convocazione dei laici;
• Favorire sempre un’adeguata informazione
tra comunità e organismo della CEP, vie agili
di dialogo e rispetto delle responsabilità
dei diversi membri.” (Dicastero per la Pastorale
Giovanile, “La Pastorale Giovanile Salesiana”
– Quadro di riferimento fondamentale, ed.
SdB, Roma 2000, seconda edizione, pagg. 56-57).
La proposta del CG25: un obiettivo ed alcuni percorsi
indicati
Venendo agli atti del CG25, innanzi tutto proponiamo
l’indicazione che viene data ai salesiani come
criterio di verifica per il proprio lavoro apostolico
e per una presenza della Comunità come forza
di animazione carismatica all’interno dell’opera:
“Il rapporto tra Comunità ed Opera deve
permettere alla Comunità salesiana di vivere
e lavorare insieme ed essere punto di riferimento
carismatico nel nucleo animatore della CEP. Il che
suppone che il progresso comunitario sia in linea
con il Progetto Ispettoriale e con quello di ogni
CEP.” (CG25 78, pag. 73)
L’obiettivo proposto è dunque molto chiaro.
La Comunità Salesiana, per sua natura vive
di una consacrazione e di un’esperienza comunitaria,
che è strettamente connessa ed ordinata alla
sua missione. Ci devono essere quindi le condizioni
necessarie perché questo si possa verificare
serenamente ed efficacemente. Dice il Rettore Maggiore
nel suo discorso conclusivo al CG25: “la qualità
della vita di comunione e l’azione educativa
e pastorale richiedono una consistenza quantitativa
e qualitativa della comunità salesiana. Tutte
le proposte per rendere formativo il quotidiano e
migliorare la qualità della metodologia, dei
contenuti e delle attività si scontrano con
le possibilità reali della comunità.
Per noi la vita fraterna in comunità è
un elemento della nostra consacrazione apostolica
e quindi della professione religiosa (Cost. 3 e 24),
insieme alla sequela di Cristo obbediente, povero
e casto e alla missione. Essa è anche l’ambito
in cui siamo chiamati a vivere l’esperienza
spirituale, la missione e i consigli evangelici. Non
possiamo perciò continuare con la pretesa di
voler risolvere tutti i problemi, a scapito del carisma
e della vita della comunità.” (CG25,
Allegato 7, Discorso di chiusura del Rettore Maggiore,
n.192, pag. 159)
Questa citazione ci dà ragione del riferimento
che viene fatto al Progetto Comunitario e alle condizioni
di fedeltà in riferimento al Progetto Organico
Ispettoriale. Da una parte dunque la Comunità
Ispettoriale deve fare delle scelte per ricondurre
le comunità, attraverso un processo di ridimensionamento,
a delle condizioni di qualità e di quantità
tali da permettere la possibilità di una significatività
effettiva nel contesto di ogni opera. E, d’altro
canto, le condizioni vanno verificate anche dall’interno
della comunità con il riferimento continuo
al progetto della stessa Comunità Educativa
e Pastorale.
Il testo capitolare poi specifica degli itinerari
di crescita, corrispondente ad alcune convinzioni
che si devono concretizzare nella vita reale delle
comunità:
“La Comunità salesiana realizza il suo
compito di animazione della CEP maturando nella convinzione:
• Che tutti i salesiani secondo le loro possibilità,
sono membri del nucleo animatore, nella consapevolezza
che esso non si riduce alla comunità SdB.
In linea interpretativa con l’art. 5 dei Regolamenti
Generali e nello spirito del CG24 e degli orientamenti
successivi, va maggiormente incentivata la coscienza
che la responsabilità dell’animazione
della CEP è da condividere con i laici, superando
resistenze ed entrando nella prospettiva della corresponsabilità
pastorale e carismatica.
• Che tutta la comunità, anche quando
è rappresentata da un solo confratello, si
sente partecipe del nucleo animatore dell’opera.
• Che il vivere e lavorare insieme della comunità
trova una prospettiva più ampia, a livello
di rapporti e di corresponsabilità, nel contesto
della CEP.
Che il rapporto tra le strutture di governo della
comunità religiosa e le strutture di governo
dell’opera deve essere armonizzato, evitando
sovrapposizioni.” (CG25 79, pagg. 73-74)
E ancora: “La comunità salesiana vive
la sua vocazione ad essere punto di riferimento
per l’identità carismatica del nucleo
animatore della CEP assumendo il modello operativo
descritto dalla CG24. A tal fine la comunità
salesiana cresce:
• Formando i giovani ed i laici al carisma
salesiano;
• Condividendo con i laici la propria missione;
• Vivendo lo spirito di famiglia;
• Promovendo una vera corresponsabilità
nell’animazione e nel governo;
• Garantendo fedeltà all’intenzionalità
pastorale di tutti glia spetti della vita comunitaria;
• divenendo promotrice di pace e di giustizia
e capace di risposte concrete ai bisogni dei poveri.”
Possibili scelte concrete
Concludendo penso che si possano ritrovare alcune
istanze di fondo cui fare riferimento nel nostro cammino
di rinnovamento per abilitare le nostre comunità
a vivere profondamente la loro vocazione comunitaria
e al tempo stesso essere vero “nucleo”
animatore dell’opera che è a loro affidata.
1.
Innanzi tutto tenere presente con spirito di concretezza
la nuova situazione delle nostre comunità:
• La loro composizione attuale che presenta
un numero esiguo di confratelli, diversità
generazionali, preponderante presenza di anziani.
• Il nuovo rapporto che effettivamente si
è creato tra comunità ed opera apostolica
con una responsabilità che non è più
esclusiva degli SdB, con un diverso coinvolgimento
degli stessi SdB, la sproporzione spesso tra il
personale religioso e le dimensioni dell’opera.
• La necessità di trovare un nuovo
equilibrio tra esigenza di lavoro apostolico, vita
comune e fraternità.
2.
L’analisi del quadro reale delle situazioni
sarà uno degli elementi di partenza più
importanti per la nuova determinazione dei POI che
deve ridare, al livello ispettoriale la possibilità
e le condizioni essenziali per una vita comunitaria
significativa dal punto di vista fraterno e apostolico.
3.
Condizioni per essere nucleo animatore:
Ripensare alla nostra collocazione e la nostra funzione
all’interno della CEP, privilegiando i compiti
di animazione, proponendoci come comunicatori di spiritualità,
facendo della comunità salesiana, una famiglia
capace di suscitare comunione attorno alla missione,
ispirando l’azione al dinamismo missionario
di Don Bosco espresso nel “Da mihi animas”,
coltivando la formazione permanente nel quotidiano.
4.
Promuovere e sviluppare alcuni elementi importanti:
• Coltivare sempre con molta attenzione e
in tutti i suoi aspetti l’identità
salesiana dell’opera.
• Curare soprattutto l’animazione spirituale
dell’opera. Siamo chiamati ad essere testimoni
e promotori della spiritualità e pedagogia
del sistema.
• Curare l’aspetto organizzativo. Il
funzionamento del consiglio della CEP e la definizione
dei ruoli, la funzione animatrice del Direttore.
• Impostare la formazione-qualificazione di
SdB e laici per l’animazione. Il cambio della
mentalità, il cambio del modo di lavorare
e di organizzarsi (visione del proprio ruolo e del
ruolo degli altri, consapevolezza e priorità
del proprio contributo specifico) comportano il
superamento di resistenze, di mentalità e
di atteggiamenti, che risulta impossibile se non
si dà priorità ad un processo sistematico
di formazione di SdB, dei laici e di entrambi i
gruppi insieme. Questo processo trova il suo luogo
naturale nella CEP e lo strumento più adeguato
nel PEPS. Tale processo sistematico di formazione
implica i seguenti passi:
? Partire dall’esperienza e condivisione dello
spirito salesiano nella vita quotidiana della CEP,
vivendo e sperimentandolo nella quotidianità;
? Approfondire il vissuto mediante una sistematica
riflessione e conoscenza di Don Bosco e della tradizione
salesiana;
? Personalizzare tutto il processo attraverso un
accompagnamento educativo mirato e sistematico.
•
Proponendo “uno stile nuovo” in cui
sia chiara:
- La scelta della centralità di persone,
al di sopra delle strutture e del loro funzionamento;
tutto ciò richiede un attenzione speciale
alla promozione delle relazioni personali, alla
promozione del coinvolgimento personale in un
progetto educativo condiviso, a porre gli elementi
strutturali e di lavoro al servizio delle persone.
- Una nuova maniera di essere presenti tra i giovani,
non tanto come organizzatori e dirigenti delle
varie attività ed opere, ma promovendo
il protagonismo dei giovani e dei collaboratori,
partecipando nelle loro iniziative, cercando di
motivare, di suscitare la collaborazione di tutti,
cercando di testimoniare concretamente i valori
del sistema preventivo.
- Un ritmo di vita che favorisca la qualità
salesiana dell’esperienza. È indispensabile
garantire ad ogni comunità e ad ogni confratello
il tempo necessario per curare e sviluppare la
sua vita spirituale e fraterna. Darsi dunque un
ritmo che favorisca il recupero delle forze e
il sostegno della qualità della vita. È
necessario, infatti, fare delle scelte, stabilire
delle priorità, affrontare con visione
di futuro la tensione tra le urgenze e le esigenze
della missione, tra la generosità e la
qualità del servizio (ACG 161, pag. 23).
Problemi allo studio
Restano da evidenziare e studiare tutte le complicanze
di carattere giuridico che coinvolgono i vari soggetti
decisionali. A titolo di esempio pensiamo alle opere
che hanno a loro interno un soggetto giuridici di
per se stesso indipendente, come un CFP, un’associazione
civile o altro. I problemi che si vengono a porre
sono piuttosto delicati e vanno affrontati a livello
di studio e approfondimento da parte degli organismi
competenti nel campo giuridico, in dialogo con il
settore della Pastorale, trovando le giuste forme
di intervento e animazione.
d.
Adriano Bregolin
Consigliere generale per l’Italia e il Medio
Oriente
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Psicologia
e vita religiosa
ALLE SOGLIE DEL MISTERO
Spunti per afferrare
il senso essenziale dell’ascolto
Non
si dà ascolto senza relazione
Oggi la psicoterapia, anche se non ovunque o da parte
di tutti, sta mettendo sempre più al centro
la persona e al sua storia. anche in campo psicologico
si fa pressante l’esigenza di un ascolto qualitativamente
più attento e rispettoso dell’individualità
dell’altro e del suo mistero.
Questo ascolto consente di penetrare dentro l’animo
umano per vie sempre nuove conducendo l’altro
davvero alle soglie del mistero del suo io e dunque
consentendo di conoscerlo meglio… ma la cosa
inedita è la scoperta che tale ascolto di conoscere
meglio se stessi: per quanto questa conoscenza può
essere favorita provocata e arricchita dal confronto
con l’altro e da quanto emerge in questa relazione,
è un ascolto attraverso il quale l’altro
ci istruisce.
Vediamo allora le condizioni di questo processo di
ascolto.
Anzitutto va precisata la visione antropologica entro
cui nasce e ha valore la disposizione dell’ascolto.
L’ascolto fa parte di una precisa visione antropologica
in cui l’uomo è soprattutto relazione
e può esser compreso entro una rete di relazioni,
mentre la relazione stessa è vista, da un profilo
psicologico il luogo non solo della manifestazione
ma della crescita dell’io e del tu. L’uomo,
in questa prospettiva ha bisogno di qualcuno/Qualcuno
che stia con lui e parli con lui. La sua celebrata
ragione è sempre e solo una ragione che risponde
ad un appello nel silenzio relazionale l’uomo
rischia di sfiorire come pianta senza luce, mentre
nella relazione e attraverso essa accede alle soglie
del mistero. L’ascolto di una parola, in tale
concezione relazionale, viene a svolgere una funzione
di mediazione, di contatto tra l’io e il tu
che può giungere a una più o meno intensa
comunione interpersonale.
Se relazione e concezione relazionale rappresentano
la condizione di base dell’ascolto, la riflessione
psicologica ci consente di intravedere altre conseguenti
condizioni che lo rendono possibile. Le raggruppiamo
sotto quella che potremmo considerare la caratteristica
fondamentale di chi vive l’ascolto nella relazione:
l’homo ob-audiens.
Ob-audiens è l’uomo che ha smarrito la
strada e porta una mano all’orecchio per captare
le miriadi di onde sonore una voce un rumore un cenno
di vita che potrebbero indicargli la direzione giusta.
È colui che vive l’ascolto intendendolo
come la condizione per orientarsi correttamente nell’esistenza
lungo la via della relazione.
Ecco alcune peculiarità di questo atteggiamento:
• è libero e capace d’ascolto
ob-audiens solo chi ha imparato a entrare in rapporto
con la diversità, con l’altro da sé,
resistendo alla tentazione, particolarmente evidente
oggi, di omologare l’altro a sé, di
entrare in rapporto solo con chi gli è simile
o accetta di diventarlo. E con questa diversità
è in grado di stabilire un rapporto fecondo,
con tutto il carico di sfida e fatica che questo
comporta;
• sa di non conoscere il mistero dell’altro,
ma sa soprattutto che in ogni caso sarà qualcosa
di inedito per lui., qualcosa che lui non ha e che
lo potrà arricchire. In una parola stima
l’altro con la sua diversità, un a
stima che è davvero conditio sine qua non
per l’ascolto effettivo. Stima come apprezzamento
dell’amabilità oggettiva dell’altro
(a prescindere dai suoi comportamenti), come dono
e carità dello spirito verso il tu; non si
ascolta colui verso il quale non si ha stima, in
cui non si riconosce il mistero d’una identità
che in ogni caso è unica-singola-irripetibile
e dunque meritevole comunque di attenzione;
• e se di mistero si tratta chi vuol davvero
ascoltare sa di non sapere, è libero da pregiudizi,
non pretende imporre all’altro schemi preconcetti
che finiscono per annullare la singolarità
indicibile del tu, e dunque carica d’importazione
la situazione dialogica, e si porrà con estrema
attenzione e delicatezza ad ascoltare tutto dell’altro,
non solo la parola, e ogni altro, non solo quelli
del suo giro;
• chi fa così è davvero ob-audiens,
poiché l’ascolto è sempre orientato
verso l’obbedienza conseguente, se non vuole
rischiare insignificanza e finzione. L’ascolto
autentico nasce dalla serietà con cui si
prende la parola altrui; la mano all’orecchio
dell’homo ob-audiens esprime l’attenzione
a non perder una parola per lui significativa e,
al tempo stesso, dice la disponibilità obbedienziale,
il dovere e la necessità dell’ascolto.
In costui l’ascolto è atteggiamento
costante, non operazione estemporanea. Esprime una
certa priorità attribuita all’altro
nei propri confronti, o quella dignità che
lo rende d’essere ascoltato per quello che
l’altro è, e non per i propri interessi,
ovvero l’ascolto vero è gratuito ed
esprime un salutare decentramento;
• in qualche modo addirittura chi ascolta
si sente responsabile dell’altro, sa che quell’irriducibile
mistero è ora consegnato a lui, al suo fragile
ascolto, o quantomeno agisce e ascolta come se in
quel momento l’altro gli fosse affidato e
il tu potesse emergere e affiorare nelle sue potenzialità
solo grazie alla sua capacità di ascolto
e accoglienza, e magari al di là di eventuali
debolezze e rigidità. Ma al tempo stesso
si sente anche bisognoso dell’altro, della
sua presenza e parola, del suo esserci come quell’essere
particolare, risorsa che l’arricchisce ma
pure sfida che lo provoca e domanda che interpella,
e in ogni caso passaggio inevitabile, perché
oggettivo, per la sua realizzazione, mediazione
preziosa, sul piano umano e tanto più su
quello credente, per una autentica maturazione,
al di là di illusioni soggettive e narcisismi
autoreferenziali.
Queste
condizioni, tornando alla visione antropologica di
fondo ( e alla concezione di filosofi come Buber,
Lèvinas…), consentendo davvero alla relazione
di divenire il luogo ove il tu chiama l’io lo
provoca e lo fa maturare, lo riconosce e lo fa crescere
e viceversa.
Alla luce di queste condizioni potremmo dire che l’ascolto
è lo spazio dell’io abitabile dall’altro;
ascoltare è offrirsi (mettendo a disposizione
tempo, energie, cuore, comprensione…) come spazio
in cui l’altro possa muoversi con libertà,
sentirsi riconosciuto e accolto nella sua verità.
Dalla
sincerità alla verità
Il chiarimento di queste condizioni mi sembra che
collochi l’altro tra le operazioni più
significative dell’essere umano rendendolo al
tempo stesso tappa importante e punto di arrivo del
processo maturativi del singolo e della specie. O
ciò che lo rende Homo-sentiens, nel senso profondo
del termine non in quello banale e superficiale oggi
di moda, che sta conducendo l’uomo verso un’inquietante
fenomeno di analfabetismo emotivo e sordomutismo intrapsichico.
Ormai consumato a tutte le esperienze, l’uomo
d’oggi trangugia emozioni con una avidità
che rasenta la bulimia, inseguendole per ogni via
di fuga (nel pensiero magico e irrazionale della new-age,
nell’occultismo e nella magia, nel paranormale
come nel culto esagerato del corpo e dell’immagine,
nelle vibrazioni hard degli sport estremi…),
nutrendo una sorta di culto dell’eccitazione,
meglio se in gruppo, e no s’accorge in tal modo
di diventare sempre più insensibile, o di essere
condotto verso una povertà generalizzata di
sentimenti addirittura all’anestesia della sensibilità.
Come fosse “in uno stato di permanente eccitazione.
Si emoziona molto, ma non sa più sentire. E
allo stesso tempo sovraeccitato e insensibile”
(M. Lacroix, Il culto dell’emozione). E dunque
sempre più incapace di riconoscere i suoi sentimenti,
e ignorando le sue emozioni ignora “la porta
di ingresso nella profondità dell’io”(M.
Lacroix), è sordomuto nei confronti di se stesso,
o primitivo, analfabeta che s’accontenta di
essere sincero, ovvero si ferma a livello del semplice
riconoscimento dei suoi stati d’animo, li rileva
e registra, magari li subisce e li gratifica, avvolte
addirittura li esibisce imponendoli agli altri (“oggi
sono nervoso, non rompetemi…”, “quella
persona mi è antipatica dunque la evito”).
Tanto meno questo essere primitivo può entrare
in rapporto con i sentimenti altrui, con il mondo
interiore dell’altro: chi usa la clava non può
entrare in empatia, non conosce le sfumature, non
è attento o sensibile ai toni bassi, ai significati
appena accennati, non ha il pudore dell’attesa
e del rispetto, del silenzio e della discrezione,
né il gusto della novità o la libertà
di lasciare che l’altro sia libero di essere
secondo la sua propria originalità, né
l’intelligenza di capire che l’ascolto
dell’altro può aprire la porta del proprio
io, può consentire l’accesso al mistero
del proprio io!
L’homo sentiens osserva l’analisi psicologica,
è anzitutto colui che ascolta se stesso, le
sue emozioni, che ha recuperato la sua sensibilità
mantenendola attenta e viva, capace di accogliere
ciò che è vero-bello-buono in sé
e attorno a sé, e dunque anche capace di ascolto
dell’altro. Più in particolare ciò
significa:
• allenarsi al pellegrinaggio dalla sincerità
e alla verità: l’homo sentiens non
s’accontenta di riconoscere ed esprimere i
suoi sentimenti, non si ferma alla sincerità,
ma cerca di giungere alla verità di sé,
e intraprende allora ogni giorno quel percorso interiore
che gli consente di scoprire cosa c’è
dietro quel sentimento, o quella valutazione morale,
o quella reazione dinnanzi all’altro, da dove
viene, cosa sta a dire di lui… Viaggio non
facile e da fare sempre, dinnanzi ad ogni reazione
emotiva;
• conoscere le proprie distorsioni percettive:
frutto di questo viaggio dovrebbe essere una migliore
conoscenza di se stessi, con la scoperta il più
possibile precisa di quel che c’è nel
cuore, delle proprie inconsistenze, resistenze,
difese, rigidità, precomprensioni, ben ricordando
che nulla come la relazione con l’altro-da-sé
favorisce la presa di coscienza dell’io, o
nulla come la reazione dell’altro (anche se
non controlla è nascosta dentro di sé)
svela aspetti inediti e a volta sgraditi dell’io;
• praticare l’ascesa della sensibilità:
ognuno ha la sensibilità che si merita. La
sensibilità tipica e degna dell’uomo
è quella che rende attenti e capaci di commozione
dinnanzi alla verità-bellezza-bontà
presenti in ogni essere umano, in ogni parola, in
ogni domanda, in ogni fatica e sofferenza senza
pretendere di leggerla solo nella perfezione o nell’assenza
di limiti o nella piena visione e manifestazione.
Tutto ciò comporta una certa ascesi dei sensi,
esterni e interni, e anche il coraggio di una certa
selettività nel nutrimento dei sensi stessi:
chi pretende vedere tutto, sentire tutto, sperimentare
tutto, navigare dappertutto… farà solo
una grande confusione interna e non essere sensibile
alla bellezza;
• imparare la leggerezza:fa parte di questa
ascesi l’esercizio a sentire in profondità
l’altro, la morale dell’attenzione,
quella “ filosofia della dolcezza” (Lacroix)
che consente di “ lasciare essere l’essere
“, di rispettare persone e cose, di rendere
leggera la nostra presenza, non invadente e supponente,
cattedratica e moraleggiante, per consentire all’altro
di essere e dirsi, di sfogarsi e svelarsi, di benedire
e maledire;
• rallentare i ritmi: è nella calma
che si compie quel pellegrinaggio verso la verità,
è nella lentezza che si elaborano le emozioni,
quelle che penetrano nell’anima e la fanno
espandere e ritrovare se stesso, è dare tempo
all’altro che si esprime concretamente rispetto
e considerazione per lui, è nella pazienza
dell’ascolto che questi si sente libero di
esprimersi;
• congedarsi dagli scopi utilitaristici: l’ascolto
è attività o atteggiamento gratuito,
dunque è necessario per ascoltare e capire
l’altro entrare nella sfera del disinteresse
e della libertà da scopi soggettivi, da atteggiamenti
strumentale dell’altro o difensivi nei suoi
confronti. È proprio questa libertà
che consente il ripristino della contemplazione
come normale modalità relazionale, esprimente
il massimo grado di libertà nel rapporto
interpersonale;
• rinunciare alla potenza e al possesso per
adottare, invece, un atteggiamento di disponibilità,
soprattutto rinunciare alla pretesa del possesso
della verità, perché chi ha questa
pretesa non ascolterà più niente e
nessuno, perché semplicemente non ne ha bisogno,
e dimentica che non siamo noi a possedere la verità,
ma se mai il contrario, e proprio in questo lasciarsi
possedere c’è spazio per l’ascolto
libero e liberante, ricco e arricchente dell’altro.
Amedeo
Cencini
Testimoni, gennaio 2003
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Temi
di approfondimento vocazionale
ACCOMPAGNAMENTO
L’educatore
e
la relazione di accompagnamento
La relazione di accompagnamento fa emergere attraverso
il colloquio spirituale e la reciproca confidenza
il cammino da percorrere per ascoltare la Parola di
Dio, leggere se stessi e interpretare la storia. Sono
molti gli argomenti da affrontare per aiutare i giovani
a conoscersi, ad amare la Chiesa, a esercitare un
giudizio critico e costruttivo sul mondo. Le proposte
della cultura contemporanea esigono di mettere a tema
i modi e i linguaggi più comuni con cui ci
si rapporta alla realtà. Pensiamo al valore
e al limite delle sensazioni come strade per arrivare
alle decisioni di vita e alla loro durata.
Pensiamo a un affidabile esercizio del ragionamento
e alla capacità di considerare lo spessore
veritario dei principi primi e il senso ultimo delle
realtà. Pensiamo alla questione della razionalizzazione
di se stessi, alla ricerca generale del benessere
in rapporto con esiti materialistici della vita, pensiamo
al fascino delle comodità e del piacere. Tutte
queste prospettive di pensieri e di comportamento
vanno misurate con la tradizione spirituale cristiana
nei loro aspetti positivi e nelle devianze.
La relazione di accompangamento vigilerà sulla
progettualità e sull’assestamento vocazionale.
L’educatore nel suo confidente rapporto con
i giovani metterà in luce da quale storia proviene
l’ipotesi di una particolare vocazione. Penso
all’importanza che può avere nella configurazione
della personalità di un giovane la sua famiglia,
gli studi fatti, le compagnie frequentate, le esperienze
affettive precedenti, le inevitabili ferite e tutto
ciò che ha condotto il giovane a interrogarsi
seriamente circa il mistero di Dio nella sua vita.
L’educatore si interroga davanti al suo interlocutore;
si chiede che cosa cerca innanzitutto questo ragazzo
o questa ragazza. Progressivamente si preoccupa di
introdurlo alla preghiera, ordinata, precisa, obiettiva,
fedele. Propone dei passaggi di crescita, dei libri
da leggere, degli obiettivi particolari da raggiungere;
illustra e avvia esperienze perchè sappia cogliere
il rapporto tra la preghiera pubblica e quella individuale,
tra il sentire liturgico e quello spontaneo, tra l’orazione
e il lavoro.
Nell’accompagnamento si introduce poi il giovane
a qualche esperienza di carità. Viene valorizzata
in lui la carità quotidiana, nei luoghi e con
le persone più comuni. Accanto all’esercizio
pratico della carità si dedica tempo e intelligenza
spirituale per cogliere e contemplare le sorgenti
cristiane della carità, così come emergono
dal cuore di Dio e dai sentimenti di Gesù,
motivazioni profonde che vanno ben oltre a un generico
impegno per gli altri. Verrà verificata l’obiettiva
condizione di libertà interiore del giovane
che intraprende un discernimento vocazionale. A lui
sarà fatta qualche proposta che lo possa mettere
alla prova circa la sua capacità di fedeltà,
di iniziativa, di sacrificio, di perseveranza. Possano
venire alla luce quelli che sono i suoi modelli, le
sue preferenze, le sue durezze, le sue ingenuità.
La relazione di accompagnamento avrà modo di
verificare il riferimento alla volontà di Dio
prima che al progetto personale; la consistenza di
un rapporto intelligente e affettivo con Gesù;
la perseveranza della preghiera al di là degli
stati emotivi; un’ordinata capacità di
lavoro e raggiungimento degli obiettivi prefissati;
la disposizione al coraggio e le strutture della decisione;
la disposizione all’umiltà che libera
dal narcisismo e dall’immagine di sè;
un senso di iniziativa nel partecipare a esperienze
di chiarificazione personale; la gestione dei distacchi
affettivi, la gestione dei rapporti nuovi e delle
relazioni più faticose.
Così si costruisce una relazione spirituale.
Scienze umane e teologia spirituale in essa si incontrano
e trovano la loro espressione più adeguata
nell’unità dell’atto pedagogico
in cui si esprime questa relazione. Le scienze umane
forniranno tutta la competenza analitica e la teologia
spirituale farà sintesi della totalità
del vissuto cristiano, affidando essa stessa alla
Chiesa il riconoscimento della vocazione.
Questa forma di relazione spirituale può avere
un’importanza relativamente diversa a seconda
delle età della vita. La direzione spirituale
di un giovane è qualitativamente diversa da
quella di un adulto; essa si trasforma e in genere
passa da una relazione, che si configura ad alte tinte
psicologiche, a un rapporto più propriamente
spirituale, più libero, più obiettivo.
E’ una relazione che parte molto spesso come
rapporto di paternità e più si cresce
nell’esperienza di fede più diventa simile
a una sincera fraternità spirituale, perché
uno solo è il Padre e il Maestro.
Una relazione spirituale deve essere estremamente
precisa. Questo impegna molto gli interlocutori, sia
il direttore spirituale come il giovane. Il colloquio
chiede a entrambi preghiera, studio, preparazione,
comprensione dei problemi. L’improvvisazione
conduce alla banalità, alla perdita di tempo,
a colloqui lunghi e spesso insignificanti. Se invece
il colloquio è molto preciso, allora richiama
i problemi, li mette in ordine, li legge, conduce
a delle decisioni, anche quando ci vuole molto coraggio
e molta umiltà. Solo così riesce a essere
una relazione rasserenante nella fede, senza false
consolazioni: un vero aiuto per continuare a convertirsi.
a cura di d. Angelo Santorsola
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Roma
S. Tarcisio
VIVERE, LAVORARE E…
“TIROCINARE” INSIEME
Cronaca
dell’incontro dei tirocinanti
Si
è svolto a Roma, presso la casa di formazione
di S.Tarcisio, il secondo incontro di formazione per
i tirocinanti.
Questa volta, oltre ai tirocinanti della nostra ispettoria,
erano presenti anche tutti i tirocinanti che fino
all’anno scorso erano a S.Tarcisio per frequentare
il secondo anno di studi filosofici all’UPS.
Le giornate sono state scandite da ritmi intensi ma
fraterni.
L’arrivo a Roma è stato per i Vespri
di venerdì 28 febbraio.
Dopo i saluti di rito e la cena, la serata di vita
fraterna è stata rallegrata da canti, giochi
di prestigio ed aneddoti vari che hanno contribuito
a rafforzare il clima di familiarità.
Al sabato mattino si è avuto il ritiro presso
le “Piccole sorelle di Charles de Focauld”
presso le “tre fontane” –luogo del
martirio di S.Paolo- sempre in Roma. Dopo il silenzio
personale è venuto il momento del confronto,
della condivisione. Bello ed arricchente, dove ognuno
ha apportato il proprio significativo contributo.
Nel pomeriggio dello stesso sabato si è fatto
ritorno sui luoghi dell’apostolato dell’anno
precedente.
Anche qui la gioia è stata immensa ed ha fatto
capire che sì, l’amore speso e donato
per i giovani alla fine riserva sempre belle sorprese,
da sempre i suoi frutti.
La serata del sabato è stata trascorsa nel
centro di Roma, turisticamente a passeggio tra Fontana
di Trevi e qualcuna delle famose gelateria-pasticceria
del centro storico.
Al mattino della domenica vi è stato il momento
del confronto tra postnovizi e tirocinanti, impostato
sulla falsariga di un talkshow dove ognuno, raccontando
la propria esperienza, veniva poi scherzosamente coinvolto
in una scenetta che rappresentava una situazione-tipo…
simpaticamente esagerata, si capisce.
E i tirocinanti se la sono cavata proprio bene nel
risolvere i problemi educativi-pastorali presentatigli
dai postnovizi.
Poi la Santa Messa dove la fraternità trovava
il suo culmine proprio davanti a quel pane di Gesù
donato e spezzato per tutti.
Al pomeriggio dopo il pranzo la partenza.
Beh, la commozione era evidente.
E’ stato bello abbracciarsi e salutarsi così,
contenti nello scoprirsi sempre più fratelli
e figli dello stesso papà don Bosco.
L’incontro svoltosi a Roma è stato quindi
una bella occasione di affetto e reciproco confronto.
Tra i tirocinanti, innanzitutto.
Guidati a capire sempre di più come incontrare
il Signore proprio nell’amore ai giovani, coniugando
così azione e contemplazione.
Ma anche testimonianza a favore dei “filosofi”
di S.Tarcisio, tutti desiderosi di capire com’è
che si potesse fare per passare felicemente dalla
tante teorie filosofiche…alla vera pratica,
quella della vita spesa e vissuta tutta per i giovani.
Un’occasione d’incontro sicuramente da
conservare nella memoria del proprio cuore e da riproporre
per gli anni futuri.
Marcello
Scarpa
tirocinante a Soverato
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| ALBANIA |
| 10
anni di presenza salesiana in Albania
TAPPE DI UNA STORIA
Tavola rotonda con il Rettor Maggiore
LE SFIDE EDUCATIVE DEI GIOVANI
IN UN MONDO GLOBALIZZATO
Riflessione sulla necessità di un progetto
di vita personale
Cronaca
di una intensa giornata
UNA CHIESA
DEDICATA A DON BOSCO
Inaugurazione della chiesa a Scutari
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10
anni di presenza salesiana in Albania
TAPPE DI UNA STORIA
luglio 1991: Tre salesiani su invito del Rettor Maggiore
d. Viganò visitano l'Albania per rendersi conto
della situazione dopo la caduta del comunismo. Trovano
masse di ragazzi ed estrema povertà materiale
e spirituale.
agosto 1991: Prima estate ragazzi a Scutari con un
gruppo di volontari VIS dell'Ispettoria Meridionale.
novembre 1991: Visita degli Ispettori d. Testa (Ispettoria
IME) e d. Hocevar (Ispettoria slovena) per definire
i luoghi dove aprire delle opere.
24 settembre 1992: Arrivo dei Salesiani in Albania
in due sedi: Scutari e Tirana. Le finalità
ricevute dalla Santa Sede sono il settore catechistico
per tutta l’Albania e il settore della formazione
professionale e dell’Oratorio Centro Giovanile.
C’è il bisogno di recuperare decenni
di atesismo obbligato che ha causato un mancato aggiornamento
teologico e catechistico-pastorale e di impostazione
istituzionale di Chiesa. Così le due opere
si configurano come Centro Catechistico e Oratorio
Centro Giovanile (Scutari) e Scuola Professionale
e Oratorio Centro Giovanile (Tirana). In seguito verranno
affidate ai salesiani una parrocchia in un villaggio
di Scutari e una, dedicata a Maria Ausiliatrice, a
Tirana. Le due presenze, fino al 1998, sono state
condivise con le FMA e il VIS. Dopo, le FMA hanno
aperto loro presenze autonome e oggi si opera distintamente.
1° novembre 1992: Decreto del Nunzio per il Centro
catechistico
30 gennaio 1993: Posa della prima pietra a Tirana.
31 gennaio 1993: Inaugurazione dell'Opera di Scutari,
configurata anche come aspirantato.
10 ottobre 1994: Erezione canonica della Casa di Scutari
con il titolo "Beata Vergine del Buon Consiglio".
5 novembre 1996: Il Rettor Maggiore con il suo Consiglio
erige canonicamente la Casa salesiana di Tirana con
il titolo “San Giovanni Bosco” e nomina
il primo direttore.
23 febbraio 1997: Inaugurazione della Casa nuova da
parte del Rettor Maggiore Don Juan Vecchi.
1 aprile 1997: Erezione del Noviziato a Scutari e
nomina del Maestro.
24 maggio 1997: Accettazione della Parrocchia di Berdica.
6 settembre 1998: Professione religiosa dei primi
giovani salesiani albanesi nelle mani del R.M. Don
Juan Vecchi.
8 gennaio 1999: Il Rettor Maggiore nomina il Delegato
dell’Ispettore IME per la Delegazione Ispettoriale
dell’Albania.
La guerra del Kossovo, nella primavera del 1999, ha
visto i Salesiani generosamente coinvolti ad accogliere
e ad aiutare i profughi kossovari. Partendo da questa
esperienza, nell’ottobre dello stesso anno,
il Rettor Maggiore d. Vecchi dava il via alla costruzione
della nuova opera a Prishtina: un CFP e Oratorio,
che si aggiungono all’unica chiesa parrocchiale
cattolica a noi affidata.
31 gennaio 2002: a Tirana il Vescovo Mons. Mirdita
erige e affida alla Congregazione la Parrocchia “Maria
Ausiliatrice”, che occupa tutto il territorio
di Tirana NORD, e presenta il primo parroco salesiano.
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Tavola
rotonda con il Rettor Maggiore
LE SFIDE EDUCATIVE DEI GIOVANI
IN UN MONDO GLOBALIZZATO
Riflessione sulla necessità di
un progetto di vita personale
Al
suo arrivo in Albania, venerdì 7 febbraio u.s.,
Il Rettor Maggiore ha presieduto una tavola rotonda
all’Hotel Rogner di Tirana sul tema: “Le
sfide educative dei giovani in un mondo globalizzato”.
Tra i presenti c’erano il Ministro del Lavoro
e degli Affari Sociali, il Direttore Nazionale della
Formazione Professionale, il Direttore Nazionale delle
Politiche Giovanili, l’Ambasciatore Italiano,
rappresentati di vari Organismi impegnati sul fronte
giovanile, i direttori della Scuole di Tirana, religiosi
e religiose. L’incontro è stato aperto
da una riflessione del dott. Antonio Raimondo, presidente
VIS, sul fenomeno della globalizzazione nella sua
accessione più vasta, mentre il Rettor Maggiore
ne coglieva le sfide educative alla luce del Sistema
Preventivo.
Ecco quanto ha colto della riflessione Valeria, una
volontaria del VIS, che opera al Don Bosko di Tirana.
Albania,
un paese tutto da scoprire…
Albania un paese che vuole scoprire…
Due aspetti di uno stesso processo, un punto da cui
si dipanano due diversi flussi di comunicazione che
coinvolgono l’Albania da quando, all’indomani
della caduta del regime Comunista, improvvisamente
si sono aperte le porte verso un “nuovo”.
Oggi, in un tempo in cui la parola globalizzazione
sembra essere al centro di forti spaccature e controversie,
non solo a livello di posizione concettuale, ma soprattutto
politica, è forse necessario interrogarsi sul
vero significato di un termine così dibattuto.
Ma soprattutto qui, in questo “paese in cammino”,
chiediamoci, per un giovane albanese ha senso parlare
di globalizzazione? E in che termini?
Globalizzazione, ovvero globo, mondo, uno spazio aperto
in cui idee, individui, cultura, divengono liberi
atomi che si incontrano e si scontrano, si mescolano
e danno vita a nuove e significative sinergie.
Ma quando questo incontro avviene in un modo troppo
repentino e inaspettato, trova gli individui, e in
particolare i giovani, impreparati, non supportati
da un sistema di mediazione, esposti a stimoli di
diversa natura e di diversa portata.
Scoprire nuove realtà umane e sociali, ma soprattutto
e purtroppo nuove realtà mediatiche che sottostanno
a logiche di mercato ristrette in una concezione economicistica
dello sviluppo umano, senza gli strumenti di codifica
necessari per non essere travolti da tutto ciò,
comporta delle rotture nel mondo di un giovane che
si sta formando, sta gradualmente avviandosi verso
la fase adulta.
E allora questo cammino viene improvvisamente e bruscamente
modificato, accelerato per alcuni versi, rallentato
e fatto indietreggiare per altri portando alla frattura,
incrinando quel sistema di valori che fino a quel
momento avevano costituito dei saldi punti di riferimento
per la vita, valori e tradizioni, modi di vita e modi
di pensare.
Da dove partire, come raccogliere questa sfida educativa
orientata a porre il giovane protagonista della sua
crescita, come fornirgli quegli strumenti necessari
secondo quello che Don Bosco chiamava sistema preventivo
e che costituisce la base dell’approccio educativo
della scuola che da lui nasce?
Nel corso della tavola rotonda che si è svolta
il 7 febbraio il Rettor Maggiore, d. Pascual Chavez,
successore di Don Bosco, ha cercato di dare una risposta
a questo interrogativo rilanciando la questione in
termini propositivi per gli educatori e i giovani.
I giovani costituiscono la forza trainante non solo
per la società albanese, ma per ogni realtà.
È dunque importante dare loro nuove risposte,
fornire loro nuovi punti di riferimento, di riflessione,
nuovi strumenti per orientarsi ma soprattutto per
costruirsi e costruire il mondo di domani, facendo
si’ che l’Albania sia un paese nuovo ma
non di imitazione e di disorientamento, di valori
offuscati, di sentimenti indeboliti dalla rincorsa
verso falsi miti e modelli di vita conosciuti solamente
nei suoi aspetti più deleteri.
Gli adulti devono chiedersi in che misura possono
essere veri strumenti di sostegno per i giovani. I
giovani, invece, è necessario che diano risposte
a domande come: quali le incertezze, quali le paure
lungo il cammino? Quali gli obiettivi della vita?
Come, incontrandosi e scontrandosi con gli adulti,
porre domande e dubbi, costruire questa nuova realtà
che sta già nascendo ma che rischia di divenire
un qualcosa di estraneo e di oppressivo?
Il nuovo mondo cui andiamo incontro non deve caderci
addosso, lo dobbiamo costruire, creare, sentire nostro;
questo lo possiamo fare solo se giovani e adulti si
pongono di fronte al nuovo che arriva in modo critico
ma nello stesso tempo costruttivo e propositivo, in
cui ognuno fornisce il suo contributo e ognuno ritrova
e fonda nuovi valori ispirati a quel senso di fratellanza,
di amore, ma soprattutto riscoprendo il giusto valore
della vita umana.
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Cronaca
di una intensa giornata
UNA CHIESA
DEDICATA A DON BOSCO
Inaugurazione della chiesa a Scutari
Sabato 8 febbraio 2003, ore 9.30, il Rettor Maggiore,
proveniente da Tirana, è accolto con affetto
filiale dai confratelli, suore FMA, cooperatori/trici,
giovani dell’oratorio e amici dell’opera
salesiana di Scutari. Per tutti d. Pascual Chavez
ha attenzione paterna, esprime con sorrisi e domande
di interessamento la sua gioia per l’incontro
e infonde, col suo modo di rapportarsi, fiducia e
simpatia. Si attiva un clima e un ambiente di casa
salesiana, dove il 9° successore di Don Bosco
è Don Bosco oggi tra noi.
Alle 10.00, presieduta dall’arc. di Scutari,
Mons. Angelo Massafra, ha inizio la Santa Messa con
il rito di consacrazione della nuova chiesa ‘Ttempio
di Don Bosco’. L’assemblea tutta è
unita attorno al Rettor Maggiore, che nell’omelia
offre il suo magistero salesiano e ringrazia il Signore
per dieci anni di presenza salesiana in Albania. Sorprendendo
qualche salesiano dell’Est europeo e con il
compiacimento di tutti, in primis, dell’arcivescovo,
Don Pascual parla ai giovani, dice dell’importanza
dell’educativo, dei valori civili, del valore
della propria terra, dell’impegno per la costruzione
della nuova Albania, secondo i valori della solidarietà,
della pace, del bene comune, della legalità:
tutte strade per una società dove devono crescere
‘onesti cittadini e buoni cristiani’.
Insomma l’incontro col Cristo e l’annuncio
del vangelo passano per le strade della promozione
e dello sviluppo integrale del’uomo, di ogni
persona al di là della diversità delle
religioni e delle etnie. Dopo la messa c’è
stato un momento familiare a mansa con qualche portata
di stile ‘albanese’.
Nel primo pomeriggio Il Rettor Maggiore ha incontrato
i salesiani, dichiarando di volersi prendere per essi
tutto il tempo possibile. In questo momento si è
toccata con mano la paternità del nostro padre
Don Pascual. Poi c’è stato un breve momento
con gli aspiranti.
Alle 16.30, nel nuovo tempio dedicato a Don Bosco,
c’è stata la celebrazione della ‘promessa’
di sette nuovi cooperatori di Scutari che si aggiungono
ai quattro già esistenti. È stato un
momento di preghiera ma anche di festa, con balletti
e canti albanesi, con tante fotografie con il 9°
successore di Don Bosco, il tutto ben animato dai
salesiani, dagli animatori e giovani dell’oratorio
e del collegio delle suore FMA.
In serata il Rettor maggiore è rientrato a
Tirana dove, il giorno dopo, ha visitato l’Opera
del centro Sociale Don Bosco. Alle ore dieci ha celebrato
l’Eucarestia di ringraziamento al Signore per
i 10 anni di presenza in Albania, con le promesse
dei primi cooperatori/trici di Tirana nel prefabbricato
–chiesa della parrocchia di Maria Ausiliatrice,
affidata a noi salesiani. Dopo aver pranzato con i
confratelli don Chavez, il suo segretario d. Bartolomè,
l’Ispettore d. Franco Gallone e d. Matteo Di
Fiore sono ripartiti per Roma.
a
conclusione del viaggio
RIFLESSIONI DI DON CHAVEZ
• Meraviglia per la crescita della presenza
e del carisma salesiano in Albania in solo 10 anni.
D. Chavez è rimasto molto ben impressionato
dell’opera di Tirana: per la qualità
e il gran numero di allievi del Centro di Formazione
Professionale, per l’Oraotorio, per la Parrocchia,
per il centro diurno con 110 bambini ‘rom’,
e per tante altre attività di carattere educativo-sociale
che si fanno.
• Gioia per quanto hanno detto le autorità
civili circa la significatività del carisma
salesiano, così come viene attualizzato oggi
in Albania. I salesiani di d. Bosco sono considerati
i testimoni e i refernti per tutto quanto è
nell’educativo, culturale, impegno per i giovani,
e tra questi i più poveri. Appare visibile
come i salesiani di Don Bosco e i giovani albanesi
siano fatti gli uni per gli altri.
• L’impegno, suo e della Congregazione,
a far crescere le Opere salesiane nella Delegazione
dell’Ispettoria meridionale. Per questo si
è prenotato per settembre quando, in occasione
dell’inaugurazione della nuova Opera salesiana
di Pristina si aggiungeranno alla parrocchia affidata
a noi, che è l’unica chiesa cattolica
della città, il Centro di Formazione Professionale
e l’Oratorio.
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|
| STORIA
|
| Viaggio
lungo le strade della nostra storia
UN CENTENARIO
CHE NON VERRÀ CELEBRATO
La casa di San Severo
Parte III
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Viaggio
lungo le strade della nostra storia
UN CENTENARIO
CHE NON VERRÀ CELEBRATO
La casa di San Severo
Parte III
Eccoci
ora, come già previsto, a seguire e tratteggiare,
dopo le svariate vicende della “preistoria”
e della “protostoria” della Casa di San
Severo, quelle della sua vivace “storia”.
Pur col sottofondo del rammarico perché, dopo
solo poco più dei dodici lustri, essa sia stata
quasi bruscamente interrotta.
Intanto, conviene brevemente riepilogare come, iniziati
nel 1897 i primi approcci presso Don Rua, nel 1902
si avesse un “via libera” affinché
i Cooperatori del posto cominciassero ad agire e come
nel 1905 giungessero i primi due Salesiani.
Poi come nel 1906 – poco più di sei mesi
dopo quel primo arrivo – sorretta da un’ampiamente
confortatrice visita di Don Rua stesso, l’Opera
prendesse la rincorsa verso il suo graduale sviluppo
ed affermazione.
Mentre è da notare che donna Assunta Fraccacreta
vedova Maselli – principale benefattrice –
sognava un’Opera che in varie articolazioni
costituisse per San Severo la casa dei giovani, si
può dire che, nelle pur succedentisi svariate
circostanze, la Casa si sia dimostrata tale nell’insieme
della sua storia. Anche con buona incidenza ambientale
e forse lasciando pure qualche indiretta eredità
morale.
A meno di un anno dalla benefica benedicente visita
di Don Rua, una serenamente ottimistica relazione
dell’Ispettore d. Scappini fa il punto della
situazione e dà consolanti notizie.
Informa, infatti, che il pensionato è “di
20 giovani alunni delle Scuole Tecniche (le post-elementari
di allora, equivalenti all’attuale Scuola Media,
n.d.r.), altri di ginnasio e tre delle scuole elementari
[…] i parenti si mostrano soddisfatti”.
Non nasconde, tuttavia, le difficoltà organizzative
provenienti dagli orari scolastici diversi.
Per l’Oratorio rileva la notevole frequenza
di giovani e l’impegno di d. Caramaschi, “efficacemente
coadiuvato dal nostro d. Tancredi e da un ottimo Sacerdote
Diocesano, che mi si dimostra per la cura dei ragazzi
più che Salesiano, si sacrifica addirittura”.
A parte d. Tancredi, di cui già sappiamo, chi
conosce appena un poco uomini e cose, ha difficoltà
a leggere in filigrana, il nome carissimo e santo
di d. Felice Canelli.
L’Oratorio, intanto, da festivo era diventato
quotidiano, con il plauso unanime e con l’entusiasmo
dei numerosi giovani frequentanti.
Ma questo fervore di opere all’insegna religiosa
infastidiva la Setta, per cui il seguente anno 1907,
nel quadro di un’offensiva montata in tutt’Italia,
offre un particolare episodio, indice sia dei contrasti
che si potevano incontrare e sia, ancor più,
della forza di radicamento dell’Opera ed in
particolare dell’apprezzamento e fedeltà
dei giovani.
Lo racconta d. Stile, abitualmente ben informato sulle
cose.
L’episodio nasce da una chiassata messa su perché
un ragazzo che lo frequentava si era fratturato un
braccio, ma fuori dell’Oratorio. Di qui l’accusa
di incuria da parte dei Salesiani. E si andava preparando
una spedizione punitiva di facinorosi prezzolati per
devastare la Casa. Ma i giovani, messi sull’avviso,
fecero un’abbondante provvista di sassi, pronti
a lanciarli contro chiunque avesse tentato di forzare
l’ingresso; alla maniera della futura “intifada”.
Questa tempestiva e ferma reazione spontanea, che
non ebbe bisogno di essere tradotta nei fatti, arginò
e fece sbollire la malevole trama. Non solo, ma fece
sì che, nell’intreccio delle cose, i
benefattori, commossi, si affezionassero maggiormente
all’Opera e moltiplicassero le loro offerte.
Tanto da poter programmare e poi realizzare un’ampia
e decorosa Cappella ed un bel teatrino.
Un interessante ed autorevole punto di riferimento
per valutare la situazione posteriore è la
“Visita Straordinaria” – adempimento
periodico – svolta, per incarico del Rettore
Maggiore, nel 1908 da d. Francesco Piccolo.
Egli era stato illuminato Ispettore in Sicilia e,
come tale, valido artefice perché Don Bosco
mettesse provvide e salde radici in Calabria. Terminato
il servizio siciliano, era stato destinato, insieme
a d. Molinari, a sostenere l’ormai autonoma
promettente residenza di Soverato. Ma vi rimase brevissimo
tempo, perché, esperto ormai del Meridione,
fu chiamato a svolgere il delicato compito di “Visitatore”
nell’Ispettoria Napoletana. Però poi
dovette interromperlo perché fastidiosa malattia
lo bloccò a Roma, dove finì i suoi giorni.
Svolse il mandato affidatogli con estrema esattezza
e serena competenza, lasciando trasparire pure un
sentimento di simpatia per la giovanile vivacità
delle Opere salesiane meridionali. Vale la pena scorrere
la sua relazione riguardante San Severo, e cogliere
i dati salienti.
In riferimento alla struttura, essa viene definita
buona, anche se si osserva che al Nord-Ovest ha fondazioni
troppo deboli, che fanno rilevare qualche dato allarmante;
pure la mancanza di recinzioni provoca inconvenienti.
L’acqua è di cisterna, non sufficiente
per la pulizia degli ambienti e non sempre di sicura
potabilità. L’illuminazione è
ad acetilene. La Cappella è povera ma decorosa.
Per il personale si rileva che vi sono “appena
due soci”, mentre per l’Oratorio ci vorrebbe
ancora un prete. Dimorano nell’Istituto due
famiglie.
Il pensionato occupa tutto il locale ed ospita 14
ragazzi; 6 del Ginnasio (il quale conta 50 alunni)
ed 8 delle Tecniche (che hanno 110 alunni). È
ordinato e ben curato anche dal punto di vista religioso.
Elogi incondizionati vanno all’Oratorio, sia
per la frequenza che per la cura che gli si riserva,
come per le attività religiose e ricreative
che vi si svolgono, comprese le Compagnie, il teatrino
e lo sport. Esso viene ritenuto esemplare nell’Ispettoria
e l’opinione generale è che debba essere
considerato la prima attività della Casa.
L’economia è misurata ma equilibrata,
sostenuta dalle rette del pensionato e dalla, sia
pur modesta, costante beneficenza cittadina. L’Ispettore
interviene con qualche sussidio. Un notevole apporto
viene arrecato da donna Assunta, la quale gestisce,
incrementa ed ospita le provviste all’ingrosso.
Nell’anno 1910-1911, mentre d. Caramaschi –
che negli ultimi tempi era stato facilmente indisposto
in salute – veniva concesso un anno di riposo,
l’Ispettoria Napoletana – pur incrementatasi
nel numero di Case – fu assorbita dalla Romana,
dove era Ispettore d. Arturo Monelli.
Fu Direttore per quell’anno d. Pietro Paolo
Valle, affiancato da d. Umberto Vinelli e dal ch.
Nunziato Bonifacio; ma surrogare d. Caramaschi era
molto difficile! …
Nella sua prima “visita”, l’Ispettore
d. Monelli – abitualmente austero nelle valutazioni
– mentre fa alcune riserve sull’andamento
del Pensionato – peraltro al numero di 25 alunni
– si esprime positivamente per l’Oratorio.
È frequentato da circa 200 giovani, è
animato anche da “due giovani preti della Città
di ottimo spirito, d. Canelli e d. Stella”;
doveva restare l’attività principale
lasciando in secondo piano il Pensionato.
In successivi resoconti, l’Ispettore rileva
sia il rientro di d. Caramaschi, rimessosi in salute
e che “gode della fiducia di tutti i Sanseveresi”,
e sia il continuare della beneficenza locale, per
cui si può fare qualche miglioramento ed ampliamento
edilizio, come pure incrementare le attività.
Si intuiscono, partendo dalla terza, le classi elementari
interne.
Ma poi si fecero sentire i problemi causati dalla
prima guerra mondiale ed anche dall’epidemia
della “spagnola”.
La seconda costrinse ad una temporanea breve sospensione
delle attività, in via precauzionale.
Riguardo alla prima, è sempre il nostro solerte
d. Stile a metterci al corrente di ammirevole circostanza.
“Vennero gli anni difficili della guerra europea
e il Direttore rimase solo, perché i confratelli
erano stati richiamati alle armi. Non si scoraggiò,
ma chiese aiuto ai sacerdoti locali, che risposero
all’appello con zelo encomiabile, e l’opera
andò innanzi egualmente” (“I primi
venticinque anni dell’Ispettoria Napoletana”,
pag. 29).
Per una valutazione globale circa il significato della
Casa è molto interessante una considerazione
fatta da d. Monelli e che merita di essere riportata.
“È una delle pochissime Case che, come
venne fondata unicamente dalla beneficenza collettiva
cittadina, così da questa, solamente e continuamente
da essa, trae i mezzi per successivi ampliamenti e
sistemazioni e per il mantenimento delle opere che
in essa si svolgono”.
Terminata la guerra e tornatosi gradualmente alla
normalità, l’Opera proseguiva nella sua
ammirevole attività.
Ma intanto due avvenimenti fanno da marcatempo, con
una propria notevole influenza sulla vita dell’Opera.
Il 28 Agosto 1921, nel cordoglio unanime, morì
l’insigne benefattrice donna Assunta Fraccacreta,
la cui memoria fu degnamente onorata.
Nel 1922 veniva ricostituita l’Ispettoria Napoletana
con giurisdizione su tutta l’Italia Meridionale.
Essa entrò nella piena funzionalità
il successivo anno 1923 ed il nuovo Ispettore fu d.
Arnaldo Persiani, mentre d. Caramaschi fu chiamato
a Portici come primo Maestro dei Novizi, lasciando
definitivamente San Severo dopo 18 anni del suo primo
arrivo.
(continua)
d.
Pio del Pezzo
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