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Lettera
dell’ispettore
IMPEGNI PER IL NOSTRO CAMMINO
La Strenna del Rettor maggiore e l’anno dell’Eucarestia
Carissimi,
vi giunga il mio fraterno e cordiale saluto e l’augurio per il nuovo anno pastorale, affinché sia ricco di ogni grazia del Signore e fecondo di opere buone.
Con la Programmazione Ispettoriale di quest’anno, concludiamo il cammino del triennio, che ha come Meta Generale per la nostra Comunità Educativa Pastorale Ispettoriale l’essere presenza animatrice per e con i giovani, soprattutto nelle realtà di povertà e di ingiustizia.
L’Obiettivo Pastorale per il 2004 –2005:
“In una realtà di nuova evangelizzazione e di un riscoperto fascino della santità la Comunità Educativa Pastorale, nel vivere l’Eucarestia, celebra la pienezza dello stile educativo salesiano, manifesta il volto giovane della Chiesa e diventa proposta vocazionale.”
In questo obiettivo si fa riferimento a due impegni, che lo Spirito quest’anno ci suggerisce, affinché:
- progrediamo nel nostro cammino personale verso la santità;
- cresciamo nella comunione tra di noi;
- sappiamo essere testimoni credibili del Vangelo.
Il primo scaturisce dalla Strenna del Rettor Maggiore:
“Ringiovanire il volto della Chiesa, che è la madre della nostra fede”.
Don Chavez, a 40 anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II, che è stato l’ultimo grande evento dello Spirito a livello di Chiesa universale, ci invita a impegnarci per innestare energie nuove per rendere la Chiesa più bella e attraente.
Ci chiede di fare per la Chiesa ciò che ha fatto Cristo: amarla e spendersi per essa.
Il nostro compito è quello di essere nella Chiesa, anzi di essere Chiesa, di operare con e per essa e la nostra sfida consiste nel fare innamorare le persone, specialmente i giovani.
Il Rettor Maggiore afferma che questo sarà possibile nella misura in cui nelle nostre comunità religiose e nelle CEP noi sapremo diventare:
- una comunità di credenti, rinnovata dal soffio dello Spirito;
- una comunità arricchita da molteplici vocazioni, carismi e ministeri;
- una comunità aperta e accogliente soprattutto con i poveri;
- una comunità che vive la passione per la vita, per la giustizia e per la solidarietà.
Ma per ringiovanire la Chiesa è necessario l’impegno a farla diventare casa per i giovani: individuare un cammino da fare con i giovani, per condurli nella Chiesa e farli diventare Chiesa.
Le due puntate del recente sceneggiato sulla vita di Don Bosco hanno fatto emergere con forza che Don Bosco ha speso interamente e intenzionalmente la sua vita per la salvezza dei giovani, con la presenza amorevole del Buon Pastore.
“Era sempre in mezzo ai giovani. Aggiravasi qua e là, si accostava ora all’uno, ora all’altro, e, senza che se ne avvedessero, li interrogava per conoscere l’indole ed i bisogni. Parlava in confidenza all’orecchio a questo e a quello; fermavasi a consolare o a far stare allegri con qualche lepidezza i malinconici. Egli poi era sempre lieto e sorridente, ma nulla di quanto accadeva sfuggiva alla sua osservazione” (MB III, 119)
Il secondo dall’Anno dell’Eucarestia
”Rimani con noi, Signore perché si fa sera”
L’icona dei discepoli di Emmaus ben si presta ad orientare un Anno che vedrà la Chiesa particolarmente impegnata a vivere il mistero della Santa Eucaristia. Sono lieto di annunciare uno speciale Anno dell’Eucarestia.
Sulla strada dei nostri interrogativi e delle nostre inquietudini, talvolta delle nostre cocenti delusioni, il divino Viandante continua a farsi nostro compagno…”
(Lettera Apostolica “Mane nobiscum Domine”)
Il Papa ci invita, dopo l’Anno del Rosario, che ci ha aiutato a contemplare Cristo con lo sguardo e il cuore di Maria,
- a crescere come comunità nella fede e nell’amore verso il mistero del Corpo e del Sangue del Signore;
- a far vivere ai giovani questo speciale tempo di grazia come risposta all’invito “al banchetto di nozze dell’Agnello”.
È utile richiamare ciò che Don Bosco ci ha trasmesso e ricordare il ruolo essenziale che l’Eucarestia ha avuto nella sua vita.
Al centro della nostra missione e del nostro metodo educativo c’è l’Eucarestia, che è una delle colonne su cui è costruito tutto l’edificio della santità del nostro Fondatore e dei suoi figli: “L’Eucaristia e la Riconciliazione, celebrate assiduamente, offrono risorse di eccezionale valore per l’educazione alla libertà cristiana, alla conversione del cuore e allo spirito di condivisione e di servizio nella comunità ecclesiale” (Cost. n. 36)
L’amore appassionato di Don Bosco a Gesù Eucaristia è testimoniato in molte pagine delle Memorie Biografiche: “Non di rado predicando, nel descrivere l’eccesso d’amore di Gesù per gli uomini, piangeva lui e faceva piangere gli altri per santa commozione. Anche in ricreazione parlando talora della Santissima Eucaristia, il suo volto accendevasi di santo ardore e diceva spesso ai giovani: Cari giovani, vogliamo essere allegri e contenti? Amiamo con tutto il cuore Gesù in sacramento” (MB IV, 457)
Maria, Madre della Chiesa e Donna Eucaristica, ci accompagni nel nuovo anno, nel nostro cammino personale e comunitario, e ci aiuti a essere presenti tra i giovani con la testimonianza di una vita, nutrita dall’amore di “Colui che ha dato tutto se stesso per noi”.
Sac.
Francesco Gallone - Ispettore
Napoli, domenica 17 ottobre 2004
Inizio dell'Anno Eucaristico
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La lettera di d. Chavez
L'INCONTRO CON LA PAROLA
Un percorso stimolante per i salesiani e per i religiosi alla riscoperta del proprio carisma
Le comunità religiose potranno continuare a essere significative ad una sola condizione: quella di tendere realmente alla santità, in un costante atteggiamento di ascolto della parola di Dio. Lo ricorda il rettor maggiore dei salesiani, d. Pascual Chàvez nella sua ultima lettera (13 giugno 2004) indirizzata a tutta la famiglia salesiana. Si tratta di un'ampia riflessione la cui portata travalica i pur vasti confini della famiglia religiosa di don Bosco. Sono cose, certo, risapute. È originale, invece, il tentativo di riscoprire, partendo dall'importanza della parola di Dio, ilsignificato più autentico del proprio carisma di fondazione.
Se la santità è il compito essenziale e il dono più prezioso che è possibile offrire ai giovani, la missione prioritaria dei salesiani non può non essere allora «quella di dire e dare Dio ai giovani». Se la vita spirituale deve essere al primo posto nella vita dell'istituto, se da questa "opzione prioritaria" dipendono la fecondità apostolica, la generosità nell'amore per i poveri, la stessa attrattiva vocazionale sulle nuove generazioni, «non c'è dubbio che la prima sorgente di essa sia la parola di Dio», da cui nascono «l'intensità della contemplazione e l'ardore dell'azione apostolica».
La Bibbia e don Bosco
Don Chàvez sa di parlare soprattutto ai suoi religiosi. I riferimenti alla Bibbia e, soprattutto, alle proprie costituzioni e ai propri documenti capitolari sono continui. Ma il modo con cui dialoga con i "suoi" confratelli, rifacendosi molto spesso al "suo" fondatore, diventa per tutti i religiosi anche non salesiani una sapiente lezione di come si possa efficacemente rileggere il proprio passato. È sua ferma convinzione che, anche se il vangelo è unico e medesimo per tutti, esiste però una sua "lettura salesiana", da cui deriva anche una maniera salesiana di viverlo. «Conoscere più profondamente il Cristo del Vangelo, nel modo con cui don Bosco l'ha compreso, darà garanzia di salesianità alla nostra contemplazione di Cristo».
Al tempo di don Bosco la Bibbia non aveva una presenza "forte" nel contesto ecclesiale e culturale. Non era affatto considerata il "primo" tra i libri della fede. Pur non essendo del tutto assente dal vissuto cristiano, essa era raggiungibile solo indirettamente, e cioè attraverso la mediazione ecclesiale, quasi esclusivamente liturgica o catechetica. Anche l'insegnamento religioso di mamma Margherita, pur non avendo espliciti riferimenti alla Bibbia, era però intriso di sensibilità e di richiami biblici. Sulle ginocchia della mamma "Giovannino" aveva appreso per la prima volta «il sentimento vivo della presenza di Dio, la candida ammirazione delle opere sue nel creato, la gratitudine per i suoi benefici, la conformità ai suoi voleri, il timore di offenderlo». La stessa formazione biblica di don Bosco, in seminario, era piuttosto scarsa, poco significativa e alquanto marginale. Se nei suoi scritti si troveranno numerose citazioni della Scrittura, il suo utilizzo, però, è sempre giocato sul piano della edificazione, in senso morale, quando addirittura non assume un tono «arditamente accomodatizio».
I biografi di don Bosco sottolineano spesso la sua grande facilità nell'esporre la parola di Dio. Incominciava e sviluppava sempre la sua predicazione appoggiandosi sulla Scrittura e sui Padri.
Come per tutti i suoi contemporanei, anche per lui parola di Dio e insegnamento della Chiesa spesso si equivalevano. Il cristiano è colui che ha «la divina Parola per guida», una Parola che è detta luce «perché illumina l'uomo e lo dirige nel credere, nell'operare e nell'amare». La scarsa importanza dello studio della Scrittura durante gli anni di seminario rende ancora più suggestivo il modo con cui don Bosco ha saputo valorizzare il dato biblico nella sua attività pedagogico-educativa. Anche in Domenico Savio, ad esempio, proprio da questa Parola ha avuto «cominciamento quell'esemplare tenore di vita, quel continuo progredire di virtù, quell'esattezza nell'adempimento dei suoi doveri, oltre cui non si può andare». Non è un caso se nel regolamento della compagnia dell'Immacolata, compilato dal Savio, a un certo punto vi si legge: «Custodiremo colla massima gelosia la santa parola di Dio, e ne riandremo le verità ascoltate».
Le opere nelle quali emerge con maggior evidenza la sensibilità biblica di don Bosco sono la Storia sacra e Il giovane provveduto. Perché, si chiede lui stesso, una nuova Storia sacra? Perché quelle in circolazione sono «troppo voluminose o troppo brevi, carenti di riferimenti cronologici e di sensibilità pedagogica». Perché, ancora, è importante presentare accuratamente tutte le notizie più importanti dei libri sacri, senza risvegliare nei giovani idee meno opportune. Perché, infine, è indispensabile un testo accessibile a qualsiasi giovane, «a tal punto da potergli dire: prendi e leggi». Presentando poi Il giovane provveduto come un libro di devozione «adattato ai tempi», don Bosco scrive espressamente di aver voluto compilare «un libro adatto alla gioventù, opportuno per le loro idee religiose, appoggiato sulla Bibbia, il quale esponesse i fondamenti della religione cattolica colla massima brevità e chiarezza». Le scritte stesse sotto i portici di Valdocco erano tratte dalla Bibbia, a dimostrazione del suo vivo desiderio che «perfino le mura della sua casa parlassero della necessità di salvarsi l'anima». Come sacerdote e pedagogo ha saputo mettere la parola di Dio al centro del suo lavoro apostolico fino al punto da essere giustamente chiamato "sacerdote della Parola".
«Servire la Parola per dovere di vocazione! Ecco una indovinata ed opportuna descrizione della meta e del motivo dell'evangelizzazione salesiana», commenta don Chàvez. Non esiste evangelizzazione senza una previa "lettura salesiana" del Vangelo. I salesiani in tanto possono essere evangelizzatori dei giovani in quanto sanno evangelizzare sé stessi, immergendosi nel mondo, sapendo di avere «incessantemente bisogno di ascoltare la parola di Dio, di convertirci ad essa». Ma, si chiede, «come leggere il vangelo e perché farlo da salesiani?». Per una semplice ragione, e cioè perchè tutta la tradizione salesiana è profondamente radicata «nelle intuizioni evangeliche» del fondatore. La fedeltà dinamica e viva alla missione di d. Bosco nella storia, diventa così «il primo e miglior avallo per garantire la salesianità del nostro ascolto della parola di Dio».
Con i giovani nel cuore
La lettura salesiana della Scrittura non può dipendere solo da un'accurata esegesi scientifica, per quanto fondata e aggiornata sia. Deve dipendere, piuttosto e innanzitutto, «dalla fedeltà rinnovata alla nostra missione: i giovani». Sull'esempio di don Bosco i salesiani da sempre riaffermano la loro preferenza per la gioventù "povera, abbandonata, pericolante", una gioventù che ha maggior bisogno di essere "amata ed evangelizzata". Il salesiano, che leggendo la Bibbia vuole ascoltare Dio, si mette a sentire la voce dei giovani, i loro bisogni e le loro aspirazioni, i loro silenzi e le loro speranze, le loro mancanze e i loro sogni, proprio per il fatto che i giovani sono «l'altra fonte della nostra ispirazione evangelizzatrice».
Un salesiano non potrà mai esiliare i giovani dal suo cuore o abbandonare i giovani nelle loro opere proprio perché essi sono la "patria" stessa della missione salesiana. Non è possibile vivere contemplando Dio, in un attento ascolto della sua Parola, se non restando in mezzo ai giovani. «Stiamo tra i giovani perché vi ci ha inviati Dio, e scrutiamo la loro condizione giovanile in tutta la sua problematica perché, attraverso essa, è Cristo stesso che ci interpella». Nemmeno nei momenti più contemplativi «può scomparire dall'orizzonte della comunità salesiana la visione dei giovani da salvare». Conoscere più profondamente il Cristo del Vangelo e il modo con cui don Bosco stesso l'ha compreso, «ci rende capaci di riattualizzare le intuizioni evangeliche dello spirito salesiano e di potenziarle secondo le nuove possibilità e gli immensi bisogni del mondo odierno».
E sempre «suggestivo e lungimirante», osserva don Chàvez, il racconto del libro degli Atti, in cui si narrano le difficoltà sorte all'interno delle prime comunità cristiane e la immediata e paradigmatica reazione apostolica (At 6, 2-4). Da una crisi comunitaria non solo è sorto un nuovo ministero ecclesiale in favore della carità, il diaconato, ma soprattutto si è venuta realizzando una vera "conversione" negli apostoli. Questi, infatti, solo dopo questa "crisi" hanno riscoperto la loro più specifica competenza: preghiera e ministero della parola. La loro reazione non è solo "esemplare", ma anche "normativa" per la realtà attuale. Si possono delegare ad altri tante cose, mai però la preghiera e la predicazione. «Neppure la cura della vita comune può portare un apostolo a trascurare preghiera e parola di Dio: qualsiasi altro impegno assunto, anche se urgente, deve passare ad altre mani».
Non per nulla la preghiera, intesa nel suo significato più profondo di "dialogo con il Signore", nelle costituzioni dei figli di don Bosco è vista come sintesi conclusiva dell'intera descrizione del progetto salesiano. Anche se si parla della preghiera solo dopo i temi della missione, della comunità e dei consigli evangelici, questo non sminuisce la sua importanza. Anzi, collocandola alla fine, nei testi capitolari, si è ha voluto far percepire che la vita consacrata-apostolica del salesiano «ha un carattere talmente soprannaturale, supera talmente la nostra buona volontà da essere impossibile e impraticabile senza lo Spirito Santo, senza la grazia di Dio». Non ci può essere nessuna contraddizione tra missione e contemplazione, tra vita apostolica e vita di preghiera. «Chi tralascia di ascoltare Dio, chi non ha tempo per lui prima o dopo lascerà i giovani (azione pastorale), trascurerà la vita comune (comunione fraterna) e abbandonerà la sequela di Cristo (consigli evangelici)». Solo ritornando a Dio «avendo quotidianamente in mano la s. Scrittura», la missione salesiana «tornerà ad essere per noi gioia e ragione della nostra vita consacrata».
Per incontrarsi con la Parola, occorrono «due atteggiamenti di fede oggi non tanto apprezzati», ma che garantiscono indefettibilmente, osserva don Chàvez, il perseguimento dell'obiettivo: l'adorazione silenziosa come condizione previa e la rinuncia a farsi immagini di Dio. Il primo atteggiamento di una comunità orante non è quello di parlare, ma quello di tacere per ascoltare. «Restare in silenzio davanti a Dio non è tempo perso, vuoto di lavoro e di senso, ma espressione dello stupore che egli provoca in noi e segno dell'adorazione e del rispetto che egli merita». Senza silenzio esterno e, soprattutto, «senza quel silenzio interiore, che mette a tacere i nostri desideri e la voglia di vivere da e per se stessi, non trova in noi spazio la parola di Dio, né accoglienza cordiale». Si tratta però di un silenzio l'attivo", di un silenzio "pieno". Non è possibile vivere oggi da credenti senza "convivere" con il silenzio. Riempire la vita di parole e frastuono «è prendere la strada dell'incredulità».
Proprio attraverso l'esperienza di un "silenzio attivo" diventa allora più comprensibile la doverosa rinuncia a farsi immagini di Dio. Al credente è vietato procurarsi immagini di Dio, sia quelle fabbricate con le proprie mani sia quelle concepite con l'immaginazione. Farsi un'immagine di Dio è convertirlo in un idolo senza vita. Forgiare una rappresentazione di Dio a misura delle proprie necessità non libera né dà sollievo, anzi aumenta la fatica. Il nonaccogliere il Dio Parola ha come tragica conseguenza, come si legge nei salmi, quella di crearsi immagini di Dio e diventare come l'opera della propria mente e delle proprie mani: muto, cieco, senza alito, né vita. L'incontro con Dio nella Bibbia è un avvenimento sensibile, ma non visuale. «Non sono coloro che vedono, ma sono coloro che ascoltano la Parola e la conservano, a riuscire a trovare Dio e rendersi suoi intimi». Anche s. Agostino afferma che soltanto gli occhi del cuore riescono a vedere il cuore della Parola. «Dio, infatti, non permette che ci facciamo sue figure proprio perché vuole guidarci con la sua Parola e alimentarci con le sue promesse».
Vita fraterna e Lectio divina
La parola di Dio, inoltre, è il grande mezzo con il quale viene adunato il popolo santo del Dio vivente. Quando Dio parla, infatti, raduna coloro che lo ascoltano. Il popolo di Dio «nasce convocato dalla Parola e nel suo ascolto rimane congregato». Anche la vita in comune «è per il popolo di Dio il modo di vivere la salvezza di Dio». Vivere congregati significa essere salvi dai mali e liberi da se stessi. Ora, osserva d. Chàvez, «se dall'ascolto della Parola nasce il popolo di Dio, nessuno può illudersi di sentire Dio senza sentirsi membro della comunità dei suoi ascoltatori». Se è la parola di Dio ascoltata che fa sorgere la comunità, allora la forma migliore di rispondere a Dio è quella di rendersi responsabili della vita comune. Sfuggire, come spesso succede, il dialogo tra fratelli, scappare dal vivere insieme, evitare la convivenza quotidiana e la preghiera comune, «fa sì che non soltanto i confratelli ci sembrino lontani, ma che anche Dio ci diventi estraneo, uno che in fin dei conti non significhi molto». La vita fraterna dipende indubbiamente dalla buona volontà e dalla collaborazione di tutti i membri della comunità, ma dipende soprattutto dal comune ascolto di Dio. La fraternità non è mai solo frutto dello sforzo umano; è soprattutto dono di Dio, dono che viene proprio dall'obbedienza alla parola di Dio.
Se la comunità, quindi, è luogo dell'ascolto di Dio e spazio di fraternità, è facile comprendere allora la responsabilità dei superiori, ai quali Dio stesso affida in custodia dei fratelli da amare. Questa responsabilità è il banco di prova dell'obbedienza dei superiori a Dio. «Solo dando ai nostri fratelli l'attenzione che meritano, specialmente a coloro che sono o si sentono lontani, oltre al fatto di verificarci come buoni pastori, troveremo il posto e le parole per conversare con Dio». Non è possibile fare della vita comune luogo dell'ascolto di Dio «se non si sa accogliere il fratello con cuore aperto, se non lo si sa accettare così com'è, se non gli si provvede ' ciò che gli occorre, se non lo si sostiene nei momenti di difficoltà».
Una spiritualità cristiana che non sia basata sulla Scrittura «difficilmente potrebbe sopravvivere in un mondo complesso come quello moderno, in un mondo difficile, frantumato, disorientato. Commentando queste parole del cardinal Martini, d. Chàvez scrive che «anche noi salesiani, a stento riusciremo a mantenerci oggi credenti, se non facciamo dell'ascolto della parola di Dio la prima occupazione della nostra vita, la sorgente della nostra missione». Nella regola di vita dei salesiani sono abbondantemente illustrati tutti i benefici di un ascolto della Parola nella fede, una Parola sempre intesa come sorgente di ogni spiritualità cristiana.
Un caratteristico metodo di lettura della Scrittura, utilizzato fin dagli inizi della vita religiosa e che in essa ha sempre goduto la più alta considerazione, è quello della lectio divina. Molto opportunamente, l'ultimo capitolo generale dei salesiani esorta i propri religiosi a favorire la centralità della parola di Dio nella vita comunitaria e personale mediante la lectio divina. «Spero che nessuno di voi, osserva il rettor maggiore, pensi che con questo orientamento il capitolo generale abbia introdotto un elemento estraneo alla nostra spiritualità». L'obiettivo fondamentale della lectio è ascoltare Dio pregando la sua Parola, «per vedere noi stessi come lui ci vede e volere noi stessi come lui ci vuole». In questo modo la parola di Dio diventa chiave della comprensione di sé, cercando «di lasciare che Dio ci dica chi siamo noi per lui e cosa vuole lui da noi».
Per diventare familiare, la lectio, come qualsiasi metodo di preghiera, richiede esercizio, volontà di ascolto e disponibilità di obbedienza. «Non mi stancherò mai di ripetere che la lectio è uno dei mezzi principali con cui Dio vuole salvare il nostro mondo occidentale dalla rovina morale che incombe su di esso per l'indifferenza e la paura di credere». Questo metodo di preghiera è in qualche modo un antidoto proposto da Dio in questi ultimi tempi per favorire la crescita di quella interiorità senza la quale il cristianesimo «rischia di non superare la sfida del terzo millennio».
Per una autentica vita spirituale
Preghiera e contemplazione «sono il luogo di accoglienza della parola di Dio e, nello stesso tempo, esse scaturiscono dall'ascolto della Parola» (Ripartire da Cristo). Non è un caso se un certo indebolimento della fede, presente nelle comunità religiose, si manifesta in primo luogo «nell'affievolimento della vita di preghiera». Un'autentica vita spirituale, infatti, «richiede che tutti, pur nelle diverse vocazioni, dedichino regolarmente, ogni giorno, momenti appropriati per andare in profondità nel colloquio silenzioso con colui dal quale sanno di essere amati, per condividere con lui il proprio vissuto e ricevere luce per continuare il cammino quotidiano. È un esercizio al quale si domanda di essere fedeli, perché siamo insidiati costantemente dall'alienazione e dalla dissipazione provenienti dalla società odierna, specialmente dai mezzi di comunicazione. A volte la fedeltà alla preghiera personale e liturgica richiederà un autentico sforzo per non lasciarsi fagocitare dall'attivismo vorticoso» (Ripartire da Cristo).
Le difficoltà e le sfide che condizionano spesso la vita comune dei religiosi è possibile che provengano anche dalla incapacità di vivere liturgicamente la fede. «È sintomatico il fatto, scrive don Chàvez, che di solito non riusciamo a discernere i "segni dei tempi", a identificare quello che Dio vuole da noi, quando non viviamo come comunità convocata da lui. La mancanza del senso d'appartenenza a una comunità orante, la pretesa di andare da soli verso Dio, non consentono di incontrare Dio, né di sentire la sua Parola».
La trascuratezza della preghiera comunitaria rende più faticosa la vita comune stessa. Una sincera ricerca della volontà di Dio porta anche e soprattutto i consacrati a fare della liturgia comunitaria il tempo abituale e il luogo privilegiato dell'ascolto di Dio. Nella Bibbia, infatti, «la preghiera non è soltanto l'occasione che il credente ha per far conoscere a Dio le sue inquietudini e i bisogni personali, ma è soprattutto l'opportunità che concede a Dio perché gli parli e gli faccia conoscere la sua volontà».
Occasioni eccellenti per esercitarsi comunitariamente nell'ascolto della parola di Dio sono soprattutto la celebrazione eucaristica e la liturgia delle ore. Anche nella tradizione salesiana la celebrazione eucaristica è l'atto centrale quotidiano della comunità religiosa. Infatti è proprio nella celebrazione eucaristica quotidiana che viene allestita la duplice mensa della Parola e del pane eucaristico. È sempre nella celebrazione eucaristica dove, sull'esempio dei discepoli di Emmaus, è possibile riconoscere il Cristo risorto proprio mentre spezza il pane. Perché questo accada è, però, necessario camminare insieme con lui e ascoltarlo mentre spiega le Scritture. In altre parole, prima lo si ascolta e poi lo si vede. «Sono convinto, scrive don Chàvez, che se ci familiarizzeremo con la sua Parola e le sue esigenze, sarà più facile riconoscere il suo volto e scoprirlo in mezzo a noi». Per una comprensione più profonda poi della parola di Dio è necessario anche un impegno di studio. Lo aveva già detto con chiarezza don Vecchi: «l'Eucaristia è totalmente impregnata di parola di Dio (...) non è pensabile che questa ricchezza sia colta nella celebrazione eucaristica, se essa non è preparata da una vera iniziazione alla Bibbia».
Non meno importante della celebrazione eucaristica è anche la liturgia delle ore. Senza dubbio la riscoperta della preghiera liturgica da parte delle famiglie religiose è stata «una delle acquisizioni più preziose» del postconcilio, grazie alla quale è stato possibile rivitalizzare la preghiera di non poche comunità religiose. Nei salmi infatti si trova non solo la parola che Dio rivolge. all'uomo, ma anche-la parola che l'uomo può rivolgere a Dio. «Le stesse parole servono a Dio e a noi per esprimerci a vicenda». Inoltre le lodi e i vespri, strategicamente scanditi lungo la giornata di lavoro, «ci aiutano a ritrovare Dio dopo averlo cercato e servito, e magari anche dimenticato, nelle mille occupazioni quotidiane».
Per discernere I “segni dei tempi”
Uno dei frutti più significativi derivanti proprio dall'ascolto docile e paziente della parola di Dio è il discernimento, di cui oggi, osserva don Chàvez, giustamente «si parla molto». Per interpretare i segni dei tempi in una realtà come la nostra, in cui abbondano le zone d'ombra e di mistero, occorre che il Signore stesso si faccia compagno di viaggio e doni il suo Spirito. «Vi confesso che non immagino possibile un vero discernimento, sia personale che comunitario, senza la pratica quotidiana dell'esame di coscienza». A nulla, però, servirebbe riconoscere Dio e riconoscersi obbligati con lui, se poi non lo si ricerca nella propria vita. «Dobbiamo mantenerci attenti all'ascolto della voce di Dio per capire cosa ci chiede oggi, per intuire quale potrebbe essere la sua "annunciazione" negli avvenimenti che ci capitano. Ma come, in che modo è possibile discernere i segni dei tempi? Mediante l'esame di coscienza, risponde subito d. Chàvez. Più che elemento formale della preghiera della sera, l'esame di coscienza è un «vero cammino di crescita spirituale». Chi lo percorre, infatti, «impara a guardare la realtà, propria e altrui, con lo sguardo di Dio e nel suo cuore. L'esame è una preghiera, il cui oggetto è la propria esistenza e il cui obiettivo sta nel riconoscere con lucidità il progetto di Dio su di essa e nell'assumerlo con responsabilità». Rintracciare le impronte di Dio nel quotidiano, rendersi conto della sua presenza e della sua azione in quanto accade nella giornata, è la meta dell'esame e il suo miglior frutto. «Un esame di coscienza così, ha scritto Marco Rupnik (L’esame di coscienza. Per vivere da credenti, Roma 2002, p. 74) ci porta a scoprire i significati e il senso del vissuto. Per questo motivo parte dall'ascolto di Dio che ci parla attraverso le persone, gli incontri, gli eventi, la storia».
Ora, dai salesiani, in quanto "apostoli consacrati", ci si aspetta la capacità di fare progetti di vita che aiutino a crescere veramente nel cammino spirituale. «Da noi, come educatori per vocazione, si attende il coraggio di proporre l'esame di coscienza come modalità di preghiera da condividere anche con i giovani e con i laici che collaborano con noi». Bastano anche soltanto dieci minuti - tutti i giorni però! - per fare questo esercizio.
Quando lo si svolge fedelmente, «ci porta a trovare Dio nell'ordinarietà della vita quotidiana, riconoscendo quello che ha operato in noi e per noi».
Volendo proporre un facile percorso per rileggere la propria vita sotto lo sguardo di Dio, d. Chàvez sviluppa brevemente, in successione, le varie tappe del discernimento: sapersi mettere, anzitutto, alla presenza di Dio per passare poi al rendimento di grazie, alla memoria "eucaristica", al riconoscimento dei propri peccati, alla sorpresa di scoprirsi amati, all'impegno di conversione. Lo scopo dell'esame di coscienza, sempre secondo Rupnik, non è tanto di analizzare la propria intimità, quanto di scoprire «Dio in tutte le cose e tutte le cose in Dio». Grazie all'esame di coscienza è possibile pervenire alla piena consapevolezza di come il Signore si manifesta in noi e di come noi viviamo con lui. È grazie a questa consapevolezza dello sguardo di Dio su di lui che il religioso perviene ad una vera maturità della fede.
I tempi in cui viviamo pongono anche la vita consacrata di fronte a una continua trasformazione di mentalità, degli stili di vita, dei criteri e delle metodologie educativo-pastorali, nonché delle strutture, in costante fedeltà al carisma originario. Questa esigenza di cambiamenti non si impone solo per il ritmo frenetico del mondo d'oggi. Prima ancora, è una esigenza di fedeltà al mondo, di disponibilità a rispondere alle sue sfide, di fedeltà, in particolare per i salesiani, alla missione nella Chiesa a favore dei giovani.
Ascoltare per trasmettere
Non basta ascoltare la Parola. Va anche trasmessa. Non è un dono da custodire gelosamente. L'obbedienza a Dio diventa necessariamente "missione" nel mondo. Educatori ed evangelizzatori dei giovani del terzo millennio, i salesiani hanno come responsabilità apostolica quella di «ascoltare Dio per i giovani, ma anche con i giovani, cercando, anzitutto, di creare ambienti di forte impatto spirituale e poi di offrire una pastorale di processi di maturazione spirituale».
Il pressante appello del rettor maggiore a ritornare ai giovani, non è motivato soltanto dal fatto dI essere personalmente convinto che «Dio ci sta attendendo nei giovani per offrirci la grazia dell'incontro con lui», ma anche dal fatto che «i giovani oggi hanno un enorme bisogno di Dio, anche se non sempre lo sanno esprimere». È fondamentale saper aiutare i giovani a vedere la storia come Cristo, a giudicare la vita come lui, a scegliere e ad amare come lui, a sperare come insegna lui, a vivere in lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo, avviandoli all'incontro personale con il Cristo nella sua Parola e nei sacramenti.
Insistentemente il papa ha parlato del «bisogno di un cristianesimo che si distingue innanzitutto nell'arte della preghiera». Proprio per questo l'educazione alla preghiera dovrebbe diventare, in qualche modo, «un punto qualificante di ogni programmazione pastorale» (Novo millennio ineunte).
Conseguentemente anche le comunità di vita consacrata, come ogni comunità cristiana, dovrebbero diventare autentiche scuole di preghiera, «dove l'incontro con Cristo non si esprima soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino ad un vero "invaghimento" del cuore». Per intensa che possa essere la preghiera, questa però non distoglie dall'impegno nella storia; aprendo il cuore all'amore di Dio, lo apre anche all'amore dei fratelli, rendendoli capaci di costruire la storia secondo il disegno di Dio.
«Noi ci convertiremo in appassionati maestri e guide, santi e formatori di santi, come lo fu san Giovanni Bosco, a condizione che le nostre comunità cerchino di essere luoghi per l'ascolto e la condivisione della parola, la celebrazione liturgica, la pedagogia della preghiera, l'accompagnamento e la direzione spirituale». In un clima di cordiale accoglienza le comunità dei salesiani dovrebbero saper offrire ai giovani valide iniziative spirituali, quali scuole di orazione, esercizi e ritiri spirituali, giornate di solitudine, ascolto e direzione spirituale.
Solo in questo modo sarà possibile avviarli a un miglior discernimento della volontà di Dio su di sé e a decidersi a scelte coraggiose, talvolta eroiche, richieste dalla fede. «Vi assicuro che non potrei augurarvi cosa migliore né potrei immaginarmi un miglior servizio apostolico». Nell'attuale cultura complessa e frammentata, come può la comunità salesiana realizzare processi di discernimento e di conversione pastorale e passare da una pastorale di attività e di urgenze ad una pastorale di processi? Rileggendo e applicando il racconto dei discepoli di Emmaus. Quella pagina evangelica, infatti, anche oggi non è solo lungimirante, ma anche normativa. È una pagina di sicuro riferimento per quanti, partendo dalla parola di Dio, intendono elaborare progetti di pastorale giovanile. In quel racconto evangelico, insieme ai traguardi da raggiungere sono evidenziate anche la metodologia da utilizzare e le esperienze da vivere. Che cos'è, infatti, la pastorale giovanile se non rifare insieme ai giovani il cammino di fede e condurli alla persona del Signore risorto?
È importante saper prendere l'iniziativa dell'incontro e mettersi accanto ai giovani, proprio come fece Gesù con i due discepoli di Emmaus. Bisogna saperli incontrare lì dove si trovano, valorizzando quanto di buono vi si può scoprire, avvicinandoli e mettendosi a camminare insieme, aprendo loro, con disinteresse, anche gli ambienti della comunità religiosa. «Non badiamo al loro stato di sconcerto e disorientamento; li accettiamo come sono, senza pregiudizi né accuse e li accompagniamo per la strada della loro vita. La nostra presenza vicina e amichevole farà loro scoprire che Gesù vive e si preoccupa della loro esistenza».
E importante percorrere insieme la strada, ascoltarli, condividere le loro ansie e le loro aspirazioni. «Non basta il farsi prossimi nell'accompagnamento personale, anche se cordiale; ci vuole il dialogo, la conversazione su quello che occupa e preoccupa i giovani, sapere da loro, e non per sentito dire, i loro bisogni e i sogni, capire le loro vedute e conoscere i loro valori. Per essere accolti, dobbiamo accogliere il loro mondo, conoscere i loro motivi per condividerli e, se possibile, per appropriarcene». Nascosti nelle loro attese, quante volte i giovani portano in sé i semi del Regno. Andare e incontrare i giovani e mettersi in attento ascolto delle loro domande e aspirazioni, sono scelte fondamentali che precedono qualsiasi altro passo di educazione alla fede. E importante spiegare con pazienza il messaggio esigente del Vangelo. «Sentito il loro discorso e quanto ad essi interessa, conosciuta la loro tristezza e il senso di smarrimento, ci tocca convincerli che Gesù è vivo e che quello che capita fa parte di un grande progetto di Dio». Dalla vita comunicata è più facile poi passare alla vita spiegata alla luce delle Scritture. Le esperienze sofferte o non risolte sono riempite di senso e di speranza. Le false illusioni o i piani non realistici vengono ridimensionati. Sempre e in ogni caso bisogna saperli aiutare ad aprirsi alla verità e a costruirsi una libertà responsabile. Bisogna trovare ad ogni costo il tempo per fermarsi con loro, per ripetere il gesto di spezzare il pane e suscitare in essi l'ardore della fede.
«Non ci basterà parlare loro di Cristo, conclude don Chàvez; ci intratterremo con loro e non li lasceremo finché non si trovino, faccia a faccia, con lui. Insieme con loro celebriamo l'incontro con Cristo nell'ascolto della Parola, nella preghiera e nei sacramenti. Viviamo, insieme con i giovani, il rapporto personale con Cristo che riconcilia e perdona, che si dona e crea comunione, che chiama e invia, e spinge a diventare artefici di una nuova società». Solo così i giovani «diventeranno essi stessi evangelizzatori dei giovani, apostoli dei coetanei, testimoni del Risorto».
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Spazio Liturgia
UNA ESIGENZA: L'ARTE DEL CELEBRARE IN SPIRITO E VERITA'
Introduzione e attuale situazione circa la dimensione liturgica della nostra vita religiosa
L’équipe Ispettoriale della Formazione desidera sottolineare nella sua programmazione la dimensione liturgica della nostra vita religiosa salesiana. A tal proposito si è pensato opportuno avviare una rubrica sul Notiziario Ispettoriale che faccia condividere ai confratelli da un lato la riflessione ecclesiale attuale sulla dimensione liturgica della celebrazione e dall’altro offrire spunti per migliorare e motivare ulteriormente il nostro “comportamento rituale”, manifestazione del vissuto liturgico ecclesiale.
Prendiamo sempre più coscienza che il nostro cammino formativo si deve orientare ad una profonda educazione nel saper accogliere quel mistero di santificazione, che provenendo da Dio Padre per mezzo dello Spirito Santo si attua in Cristo Gesù. Nella nostra vita perciò nasce l’esigenza interiore e di conseguenza il moto esteriore, che in Cristo per mezzo dello Spirito andiamo al Padre, ovvero interiorizziamo e vivifichiamo il nostro rendimento di culto in spirito e verità: un culto per la GLORIA.
Questa è la nostra realtà, una realtà dinamica, che è la realtà di un Mistero affidato alla chiesa perché, attraverso una Azione particolare qual è la celebrazione, sia reso presente per la Vita dei fedeli. La riflessione, pertanto, sugli elementi di questa “azione”, se da una parte, tenta di approfondire i vari aspetti del Mistero dall’altra evidenzia il rapporto vitale tra questo mistero e la vita stessa della Chiesa e del fedele.
Questi “nostri incontri sul notiziario ispettoriale” credo ci aiuteranno a percepire tutto questo informandoci su quella realtà che, nella Chiesa, è la continuazione dell’esercizio sacerdotale di Gesù Cristo, poiché scopriremo che la Liturgia è Mistero di Cristo e della Chiesa.
La situazione
Se il 2005 segnerà il 40° anniversario della conclusione del Vaticano II, il 2003 ha segnato il 40° anniversario della Costituzione conciliare sulla Liturgia (04.12.63). Questa ricorrenza cade in un momento in cui sembra che si siano spenti certi entusiasmi a tutti i livelli e quello liturgico in particolare. Anzi pare addirittura che emergano più o meno giustificate nostalgie per un recente passato liturgico che dava l’impressione di essere più efficace o per lo meno in grado di soddisfare maggiormente le esigenze di ritualità, di festa, di simbolismo religioso.
In altre parole non sono pochi quelli che hanno l’impressione di aver perso qualcosa con la riforma liturgica del Vaticano II! Molti hanno la sensazione che le celebrazioni si siano appiattite, persino banalizzate. E purtroppo non è solo sensazione!
Con l’alibi di dover giustamente ridimensionare un apparato ritualistico che era diventato sovrabbondante e talvolta persino incomprensibile e fonte di fraintendimenti, si è passati sul versante opposto semplificando oltremodo, “ferializzando” indebitamente tutti i gesti... Se un tempo la proliferazione dei segni di croce, l’incomprensibile spostamento del messale prima a sinistra e poi a destra, la meticolosa e calcolata predisposizione di tutti i minimi gesti aveva soffocato l’originario simbolismo della Cena del Signore, oggi, che tutto è chiaro secondo il desiderio del Concilio e i riti risplendono per la nobile semplicità, sono chiari per la loro brevità, evitano inutili ripetizioni, sono adattati alla capacità di comprensione dei fedeli e non hanno bisogno di tante astruse spiegazioni (cfr. SC n. 34), succede molte volte di vedere la Cena del Signore ugualmente soffocata dall’insignificanza, dalla goffaggine e dalla banalità dei gesti, che per una malintesa spontaneità e naturalezza hanno finito per restare di un’estrema povertà.
Celebrare non è eseguire
Il problema è già stato percepito ed analizzato dallo stesso episcopato italiano che così si esprime in una nota del 1983: “L’adozione dei nuovi libri e dei nuovi riti non è sempre stata accompagnata da un proporzionato rinnovamento interiore nel vivere il mistero liturgico e da quell’aggiornamento culturale, teologico e pastorale che la riforma avrebbe invece richiesto; talvolta si ha l’impressione che un nuovo formalismo, forse meno appariscente, ma ugualmente infecondo e illusorio, sia sostituendosi all’antico” (Comm. per la Lit., Il rinnovamento liturgico in Italia, n. 3).
Questa autorevole analisi mette bene in evidenza che il difetto non sta nella riforma, ma in una quasi totale mancanza di cultura celebrativa. Sino al Concilio infatti si era abituati ad eseguire matematicamente, non a celebrare!
La rigida e predeterminata struttura di tutti i gesti aveva dato origine ad una mentalità semplicemente esecutiva. Ora, se questa poteva essere sufficiente in una ritualità fortemente fissata e che perciò aveva una sua affascinante solennità, sebbene non conforme all’originaria identità del culto cristiano, nella nuova articolazione che intende riportare la liturgia all’originale simbolismo fondato unicamente sulla verità dei segni, la semplice e pedissequa esecuzione non solo non è sufficiente, ma addirittura banalizzante!
È assolutamente necessario inserire i segni nel giusto contesto affinché possano esprimere al massimo la loro forza significativa. Un pezzo di pane buttato sul tavolo in un sacchetto di plastica non dice niente! Un pane posto in un cesto al centro di una tavola imbandita diventa segno di convivialità e di festa.
Se poi il cesto di pane è posto accanto ad un altro cesto dell’uva, su un altare o a fianco di un tabernacolo, allora diventa una chiara evocazione della celebrazione eucaristica.
Ciò dimostra che è il contesto che conferisce agli oggetti eai gesti il potere di diventare più o meno significativi!
Se manca questa sensibilità e competenza è inevitabile che la liturgia si banalizzi e perda la sua forza comunicativa tanto sottolineata e desiderata dalla Costituzione Liturgica (cfr. n. 33).
Il progetto e il Programma hanno bisogno di una regia
I riti liturgici nei libri ufficiali costituiscono il programma da attuare; rappresentano, in altre parole, l’autorevole e saggia proposta che la Chiesa presenta tenendo conto della Tradizione e dell’ortodossia. Una proposta che potrebbe però diventare materiale ripetizione dei gesti e parole, i quali, perduto il contesto fascinoso e misterioso delle antiche rubriche medioevali, rischiano di essere come perle buttate ai ... porci!
È quindi necessario in primo luogo leggere e approfondirne le premesse teologico-pastorali che oggi precedono ogni singolo rito. Esse sono vere e proprie indicazioni per capire il senso e il valore dei riti, esse costituiscono il progetto che la Chiesa intende realizzare attraverso il programma dei riti proposti. Ora se non si conosce il progetto non è assolutamente possibile dare il giusto valore ai singoli riti.
Succede così che nella celebrazione dell’Eucaristia si sopravvaluti la commistione del frammento di pane nel vino, recitando ad alta voce, contrariamente a ciò che dice il messale, la formula che l’accompagna mentre si compie quasi di nascosto la frazione. Oppure si accentui fortemente l’ostensione del pane e del vino dopo il racconto della cena e poi si minimizzi l’importante elevazione al termine della preghiera eucaristica. Ciò avviene perché non si ha ben chiaro il progetto, il senso autentico dei riti.
È soltanto la chiarezza del progetto che conduce ad una adeguata regia o realizzazione del programma in quel giusto contesto che fa si che i segni importanti diventino anche i più eloquenti.
Ma questo è tutto un discorso da fare, perché dopo aver cambiato i testi ci si è accorti che dobbiamo cambiare anche le nostre ... teste ed imparare l’arte del celebrare.
d. Giuseppe Ruppi
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giovani confratelli
RITORNO ALLE ORIGINI
Il campo dei chierici
Caserta, 18 agosto, ore 20:15. Il silenzio afoso della ‘città in vacanza’, che pervade anche la casa salesiana, viene interrotto dal bellissimo canto O Maria Vergine potente. Lo eseguono, nel Santuario, i giovani confratelli della IME da poco rientrati dal tradizionale ‘Campo chierici’, capitanati dall’Ispettore, don Tobia, don Pasquale Cristiani e dai misteriosi quattro vegliardi. I giovani confratelli sono tutti circondati da un strana luce, un’aureola di santità, e riescono perfino a cantare bene. Ma cosa è successo? Ve lo raccontiamo.
Come ogni anno, i giovani confratelli dell’Ispettoria si sono ritrovati per vivere insieme il tradizionale ‘Campo chierici’. Ma quest’anno con una grande novità: la destinazione non era né la Sila (passione dei montanari) né Soverato (passione dei nuotatori) ma Torino. Il cinquantesimo della Canonizzazione di Domenico Savio è stata la molla potente che ha catapultato i giovani confratelli nelle terre di don Bosco e del giovanissimo santo. Lo spirito del campo era quello di tornare a dissetarsi nuovamente alle sorgenti del nostro carisma, per chi, in passato, aveva avuto la fortuna di respirare la bellezza dei panorami ed il profumo di santità dei luoghi che furono del nostro padre fondatore. E per chi non c‘era mai stato, come i tanti confratelli stranieri, un’occasione unica ed irripetibile per immergersi nelle acque più profonde della salesianità. Ed ancora di vivere una forte esperienza di fraternità e comunione incentrata sulla preghiera, la condivisione profonda (sono stati molti i momenti in cui i giovani confratelli sono stati chiamati a condividere) il gioco, l’allegria. Altra bella novità del campo è stata la presenza dei due giovani preti, don Mimmo Sandivasci e don Giovanni Cantatore.
Il campo itinerante, che si è svolto dal 12 al 18 agosto, ha avuto un prologo di grande importanza. Prima di partire per Torino, i confratelli hanno vissuto un giorno di formazione, informazione e di confronto ispettoriale a Pacognano. Scopo della giornata è stato quello di far immergere più profondamente i confratelli in formazione iniziale (quindi quasi tutti in ‘diaspora’ negli studentati) nel tessuto della realtà ispettoriale. Vi sono stati due momenti. Il primo è stato un confronto a 360 gradi con don Pasquale Cristiani sulla Pastorale Giovanile in Ispettoria. Don Pasquale ha dato carta bianca ai giovani confratelli e si è lasciato provocare positivamente dalle loro domande, numerose e sostanziose.Nel secondo momento don Mario Delpiano, Regolare all’ultimo Capitolo Ispettoriale, ha presentato, in grandi linee, il POI, frutto del lavoro dei capitolari.
12 agosto, ore 05: 30, tra veglia e sonno tutti sull’autobus. Destinazione: Torino. Il campo torinese ha orbitato attorno a tre momenti significativi: la visita guidata sui luoghi salesiani, l’incontro con il Rettor Maggiore e il rinnovo dei Voti presso il Noviziato di Pinerolo, preceduto da una intera ed intensa giornata di ritiro animata dal maestro don Franco Lotto. Si è trattato di un vero e proprio pellegrinaggio, dove le immagini dei luoghi salesiani (Colle Don Bosco, Valdocco, Mondonio, San Giovanni di Riva, ecc…) sono state nutrite e arricchite dalle meditazioni di esperti, riflessione personale e preghiera. Tra le esperienze che hanno e emozionato di più i confratelli si colloca certamente l’incontro con don Chavez, venuto al Colle per concludere il ‘Confronto’ dei giovani europei. Don Pascual si è trattenuto con i confratelli per circa un’ora, ricordando con veemenza i temi a lui cari e più volte espressi nei suoi interventi epistolari: il primato di Dio e il ritorno dei salesiani ‘in mezzo’ ai giovani.
Il 15 agosto, i devoti pellegrini, per stemperare il forte impatto con le origini della spiritualità salesiana, si sono recati presso la casa salesiana di Chatillon in Valle d’Aosta, dove la comunità li ha accolti con grande gioia e facendo gustare loro i piatti tipici valdostani. E’ inutile dire, che i giovani confratelli hanno apprezzato molto. Dopo pranzo, gli intrepidi e giovani salesiani non hanno potuto rinunciare alla vista degli splendidi panorami montani dell’estremo nord. Così si sono avventurati, per mezzo di funivia (che un confratello santo ha pensato funzionasse come un ascensore, per cui cercava disperatamente il bottone da premere per salire) e di seggiovia hanno raggiunta quota 2005 m. Salesiani d.o.c., i giovani confratelli, dalle vette spirituali a quelli naturali e viceversa, senza sosta.
Ma da dove eravamo partiti? Ah già… eccoli che escono dal Santuario dopo essersi affidati al cuore di Maria. Li affidiamo anche a voi: sono confratelli e giovani!!!
Mirko Bocchino e Massimo De Luca
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giovani confratelli
CAMMINI DI CONSACRAZIONE
L'esperienza della Professione Perpetua
Quando l’8 settembre del 1998 ho emesso per la prima volta i voti religiosi, mi è sembrata strana quella formula:“pur avendo l’intenzione di offrirmi a Te per tutta la vita, secondo le disposizioni della Chiesa faccio voto per due anni di…”. Non riuscivo a capire tutta quella prudenza; sentivo come se la Chiesa e la Congregazione non avessero fiducia in me.
Dopo 6 anni e dopo essermi offerto per tutta la vita a Dio, sento invece come saggia e previdente questa prudenza.
All’inizio del Noviziato lessi un brano del libro del Siracide che mi impressionò molto anche se mi sembrava distante da quanto vivevo, e di cui invece successivamente ho capito più a fondo il significato: “Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione. Abbi un cuore retto e sii costante, non ti smarrire nel tempo della seduzione. Sta unito a lui senza separartene, perché tu sia esaltato nei tuoi ultimi giorni. Accetta quanto ti capita, sii paziente nelle vicende dolorose, perché con il fuoco si prova l’oro, e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore. Affidati a lui ed egli ti aiuterà; segui la via diritta e spera in lui” (Sir 2,1-6).
Credo che veramente gli anni della professione temporanea siano sì gli anni dei grandi entusiasmi, ma anche di grande discernimento, anni in cui ti prepari a servire per sempre il Signore, tempo di prova, perché con il fuoco si prova l’oro. Questo non significa che questo periodo debba essere il tempo in cui bisogna mettere continuamente sotto pressione il giovane confratello per vedere se resiste, se è forte (mentalità militaresca !!!), ma il tempo in cui il giovane salesiano è aiutato a chiamare per nome le proprie difficoltà, le proprie debolezze, senza ipocrisie e volontarismi e ad affrontarle con serenità. Ma bisogna anche individuare quelli che il mio maestro di noviziato chiamava i punti di forza, su cui fare leva nella costruzione della propria identità religiosa. Per fare questi cammini, oltre alla disponibilità del giovane confratello, sono necessarie delle guide preparate, libere, innamorate di Gesù Cristo, che sappiano affiancare e indicare.
La Congregazione nel periodo della formazione temporanea ci offre una serie di esperienze e una pluralità di punti di riferimento, proprio per fare questi cammini, ma la sintesi spetta poi a ciascuno di noi; qui nessuno può sostituire nessuno.
Fra questa pluralità di esperienze la CISI, nel suo settore formazione, in prossimità della professione perpetua, organizza un corso, che dovrebbe aiutare il confratello a realizzare questa sintesi personale, alla vigilia di un passo così decisivo come la professione perpetua.
Il corso si struttura in due fasi: nella prima, che dura una settimana, una equipe di psicologi, guidati da un salesiano psicologo, mediante una serie di tecniche (visualizzazione, espressione del corpo, confronto di gruppo…), aiuta a far prendere coscienza di una serie di meccanismi spesso inconsci, che possono bloccare la crescita umana e spirituale. La seconda fase, che dura due settimane, è strutturata in maniera più articolata: alla riflessione psicologica si affianca quella più pastorale-salesiana e quella spirituale.
Quest’anno i giorni dedicati alla pastorale sono stati guidati da don Domenico Ricca, responsabile nazionale del settore emarginazione, che fra le altre esperienze ci ha condotto al “Ferrante Aporti”, il carcere minorile di Torino di cui è cappellano, e che è “La generala”, in cui don Bosco andava da giovane prete.
Gli esercizi spirituali che concludono la seconda fase del corso, ci sono stati predicati da don Vittorio Chiari, che per tanti anni ha lavorato con i ragazzi di strada ad Arese. Una delle definizioni che don Vittorio ha dato di educazione è: educare è narrare, ed infatti ha arricchito la sua predicazione narrando la sua vita da prete educatore nello stile di don Bosco.
E’ evidente che il corso, seppure importante, rappresenta solo un momento sintesi, che ha valore nella misura in cui ciascuno prende in mano la propria formazione personale, senza delegarla a nessun formatore e a nessuna struttura, perché ne va del futuro nostro e della Congregazione.
Fabio Bellino
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| cooperatori
COMUNIONE, CONTEMPLAZIONE E MISSIONE
Tre parole d'ordine per un nuovo anno da Cooperatori Salesiani
26 settembre 2004, Pacognano di Vico Equense, assemblea generale dei Cooperatori Salesiani della Campania- Basilicata: tutto come nella migliore tradizione associativa, ma c’è, finalmente, aria di novità.Non per nulla la Strenna del Rettor Maggiore don Chavezci esorta a “Ringiovanire il volto della Chiesa”!
Nuovo è il Consiglio in carica, appena eletto nel giugno scorso, ed anche se molti consiglieri sono “recidivi”, si sente che l’entusiasmo è nuovo, come è forte la spinta ad “animare per rinnovare”, per ritrovare tutti insieme “le ragioni della speranza che è in noi” e che ci spinge ad andare ancora incontro ai bisogni dei giovani con il cuore e lo spirito del nostro padre d. Bosco.
L’assemblea si apre in una chiesa gremita intorno all’Eucaristia, per attingere alla fonte unica della nostra speranza, come ci dice d. Tobia nell’omelia, in cui ci esorta ad essere un’associazione con nome e cognome, ossia con un’identità chiara, radicata nella realtà e nella cultura della nostra regione, viva e presente in un territorio specifico e nell’attuale scenario storico. Solo così il nostro apostolato potrà diventare significativo e assolvere alla missione per cui d. Bosco ci ha pensati. I giovani non sono, infatti, un’entitàastratta, ma persone che vivono il qui e l’oggi della nostra storia regionale.
Dopo la celebrazione, l’assemblea entra nel vivo dei lavori per cui è stata convocata: gettare le basi della programmazione per il triennio che è appena cominciato.
La relazione di Lello Criscuolo, coordinatore uscente, ci aiuta a fare memoria del lavoro svolto, perché nulla del bene che si riesce a fare deve andare perduto.
La relazione di Antonio Boccia, coordinatore nuovo di zecca, ci assicura l’impegno del Consiglio Ispettoriale per un lavoro ancora più attento alla cura dei singoli centri locali, affinché a tutti sia dato, in termini di formazione e animazione, secondo le necessità, con un unico grande obiettivo: far emergere la laicità salesiana, per darea tutte le opere degli SDB e delle FMA il contributo originale dell’identità carismatica dei Cooperatori, contraddistinta proprio dall’essere salesiani laici nel mondo.
Forte e sentita è anche l’esigenza di aprire sempre più la porta dell’Associazione ai giovani che vogliano scommettere la vita sul progetto di d. Bosco e oggi, grazie all’impegno di Enzo del Giudice, consigliere per la pastorale giovanile, sono con noi dei ragazzi, così come sono presenti nuovi aspiranti da vari centri: essi rappresentanoil segno e il seme del rinnovamentoe delle speranze di futuro dell’ACS in Campania.
L’impegno più forte è la formazione permanente: l’appello di Tonino Vastano, cons. per la formazione è rivolto a tutti, ma soprattutto agli incaricati locali di questo settore e sollecita una misura alta di formazione: tenere costantemente davanti agli occhi il volto dei singoli cooperatori e aspiranti a cui l’intervento è destinato. In altre parole si potrebbe dire, con una parola che oggi va molto di moda in ambiente educativo “personalizzare” la formazione, ma che d. Bosco e Domenico Savio praticavano già 100 anni or sono quando fecero il patto di cucire “un bell’abito per il Signore”.
Dall’assemblea partono alcune sollecitazioni per la programmazione del Consiglio Ispettoriale: l’attenzione al discernimento, come capacità di lettura di fede della realtà in cui viviamo da consegnare come apporto specifico dei laici ai fratelli consacrati; l’apertura alle nuove forme della comunicazione sociale come strumento privilegiato per l’educazione al pensiero critico dei nostri giovani e, soprattutto, l’approfondimento del concetto di “nuova evangelizzazione”, che parte dall’interno di ciascuno di noi e si fa cammino di fede e di conversione permanente per poter diventare autentica proposta vocazionale.
La parola passa, infine, al nostro delegato Don Ferdinando Lamparelli che, com’è suo costume, sintetizza in tre parole, secondo l’esempio di Don Bosco, un programma di formazione e di apostolato per il nuovo triennio: comunione, contemplazione e missione, per rendere santo il quotidiano di ciascuno facendo straordinarie le cose ordinarie di ogni giorno, predicare ciò che si ha la coerenza e il coraggio di praticare e farsi leggere come “pagina inedita” di Vangelo.
E, come sempre accade quando la Provvidenza aiuta, ecco , subito subito, l’esempio pronto: Francesco e Fara, due sposi di Maddaloni con i loro 2 figli naturali e i 5 figli affidati:la loro esperienza di casa – famiglia, l’amore che riescono a donare ai piccoli poveri e abbandonati in cui contemplano il volto di Gesù Bambino.
Ma non finisce qui: come in ogniincontro salesiano d.o.c., non poteva mancare il momento della festa e della santa allegria: dopo il pranzo consumato insieme e l’incontro con i fratelli salesiani del TR2000 impegnati in un incontro di animazione diocesana, sono stati proprio i ragazzi di Maddaloni ad offrirciun “divertentissimo digestivo” come nella migliore tradizione oratoriana.
Nonostante la pioggia, di cui non ci siamo accorti per nulla, la giornata è statariscaldata dalla gioia del ritrovarsi e dall’entusiasmo per il nuovo cammino che comincia oggi: grazie agli amici del Consiglio Ispettoriale, grazie al Vicario, nonché Delegato Ispettoriale per la FS, d. Tobia a Suor Velia, Vicaria dell’Ispettoria Madonna del Buon Consiglio delle FMAusiliatrice, ed ai nostri Delegati Regionali, d. Ferdinando Lamparelli e Suor Antonia, che hanno voluto essere con noi per incoraggiarci ad andare avanti con perseveranza e grazie al Signore Gesù, che ci ha voluti figli di d. Bosco .
Annamaria Angelista - Cooperatrice di Caserta
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nella terra delle aquile
UNA ESPERIENZA ESTIVA IN UN CONTESTO MISSIONARIO
La consapevolezza di aver ricevuto... più che aver dato.
“Esercizi Spirituali in contesto di missione”! È questo il nome dell’esperienza di tre settimane vissuta, soprattutto a Scutari, dal gruppo AM-VIS 2004 composto da dieci persone, per lo più animatori e animatrici nelle opere salesiane dell’IME. L’obiettivo dell’esperienza voleva essere quello di confrontarsi con una nuova cultura, in un Paese povero, in un contesto plurireligioso, lasciandosi provocare dalla storia passata e presente del popolo albanese e di fermarsi a riflettere sul proprio progetto vocazionale missionario, a partire dal vissuto quotidiano di ciascuno e del gruppo. La vita di comunità è stata una bella e dura prova per molti del gruppo accomunati però dallo sforzo di essere testimoni di una fraternità vissuta nel concreto. Ci siamo riusciti?
È stato bello incontrarsi motivati e disposti a partire per una terra sicuramente per molti versi “ignota”, per un paese, un popolo e una storia sicuramente velati dalle informazioni che i media del “mondo occidentale, civile e sviluppato” hanno voluto trasmetterci in questi quindici anni, dalla caduta del duro regime comunista albanese. Come gruppo abbiamo condiviso l’esperienza di formazione e di scambio reciproco pur nella diversità e sensibilità di ciascun membro, confrontandoci con una cultura diversa dalla nostra che, dietro l’apparente ricchezza e benessere, nasconde una miseria non solo economica ma anche sociale. Interessanti sono stati gli spunti di meditazione e di riflessione spirituale e a tratti impegnativi sono stati il servizio e il confronto con i ragazzi e i giovani dell’oratorio Don Bosko di Scutari e del villaggio di Berdica. Abbiamo incontrato tanti ragazzi, piccoli e grandi che, superando il nostro limite linguistico, si sono dimostrati pronti a sorridere, ad accogliere le nostre proposte e a ringraziarci semplicemente per la nostra presenza. L’obiettivo era quello di affiancarci agli animatori già presenti per un confronto e una crescita reciproca, nello stile dell’animazione salesiana.
Ricco e bello, nella sua gradualità, l’incontro con i giovani albanesi: portiamo nel nostro cuore la loro vita e i loro sogni per un futuro da vivere in pienezza per ciascuno di essi, per la Chiesa e per la gente d’Albania.
Siamo rientrati in Italia serbando nel nostro cuore le testimonianze di tante persone, suore, preti e laici, che hanno pagato di persona la fedeltà a Cristo e alla Chiesa Cattolica e che oggi possono insegnare tanto alle nuove generazioni, non soltanto albanesi, sul piano umano e religioso. Se per noi, laici e consacrati, la vita cristiana rischia di cadere quotidianamente nella routine, per i cattolici d’Albania è ancora una conquista e una sfida a livello personale e comunitario.
Consapevoli di aver sicuramente ricevuto più di quanto abbiamo dato, a tutti, alla Comunità Salesiana, ai giovani e alla Famiglia Salesiana albanese va il nostro grazie più sincero per l’accoglienza fraterna e costante, che ci è stata riservata nei 21 giorni di permanenza nella loro terra.
Per l’intero popolo albanese, ma in particolare per i giovani, l’augurio di essere sempre più testimoni della fede in Cristo nella Chiesa e di sognare e scegliere con il coraggio di chi è capace di “sperare contro ogni speranza”!
Per noi giovani e salesiani del gruppo italiano AM-VIS, l’impegno di non dimenticare le testimonianze ascoltate, l’eloquente “Croce dei martiri cattolici albanesi” (regalataci dal fotografo -testimone vivente: Sig. Angelino), le storie di vita condivise, le povertà morali incontrate, le ingiustizie sociali riscontrate fra quella gente che attende un futuro fatto soprattutto di solidarietà concreta e di dialogo operoso, perché lo sviluppo sognato, predicato, sbandierato sia sempre a favore di ogni uomo in quanto uomo, creato da Dio a sua immagine e somiglianza.
Alessandro Negro e d. Peppino Cardegna
Gli accompagnatori del gruppo AM-VIS
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| Madagascar 2004
VORRESTI ABBRACIRLI TUTTI
La mia esperienza estiva
Mucchietti di bambini si affollano intorno a quel vasa’ , lo straniero: di lui sono entusiasti, porta la novità ,con gioia, senza pensiero, in un balletto li fa scatenare.
Ghirlande di risate lo attorniano. Lui che con fare da eroe salutava tutti e diceva: “Vado in Africa!”. È inadatto, deve stare attento, può farsi male, è in pericolo...
Poggia i nudi piedi sulla sabbia. Cerca il contatto, l’autenticità. E quando la terra si attacca a lui, a tutto il suo essere, si rende conto che l’apparenza lo ha ingannato: il silenzioso e pulito smog giova solo ai suoi vestiti.
La polvere lo nobilita, gli ricorda che l’asfalto non è la verità. Piano si accorge che la vita ha molte facce, non è importante che essa duri dieci o cento anni, ma che la si viva con gioia e spirito di collettività.
Cosa serve la medicina, se un anziano deve consumarsi davanti ad uno scatolone qualsiasi che potrà dargli solo preoccupazioni (la tv) ? Quando ci promettono il benessere, la sicurezza,la comodità… ci stanno depistando.
Immagino la mia vita ridotta all’essenziale, al puro, agli elementi fondamentali.
Sarei fuori di certo, un alieno, uno sperimentatore. Posso provare a svuotare un poco i miei armadi, a gustare ogni boccone del piatto che ho davanti, provare a spendere dieci minuti di ogni mia giornata per riflettere sulla follia che dilaga nei nostri gesti. Follia che parte dalle nostre perfette case… cubi di nervosismo, spesso alla radice dei nostri crucci quotidiani.
Se parliamo dei sottosviluppati, degli schiavi, dei coloni,chi vi viene in mente?
Quei dolci occhi scuri e la scarna mano stesa, o un impiegato sfuggente sempre collegato al suo villaggio totale palmare?
Chissà se il nostro sfuggente e indaffarato omino ricorda ancora il senso del suo lavoro...
Ma i pensieri spesso corrono troppo e torno alle ghirlande di risate che quelle frotte di vocianti salì ci hanno cucito sul cuore.
Mi viene voglia di ridere e ballare in mezzo a quelli che si sono dimenticati dove sta la felicità.
Antonio |
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Harambeè 2004
RIFLESSIONE SUL SENSO DELLA MIOSSIONE CRISTIANA OGGI
Oltre la cronaca dell'incontro annuale del VIS
Nella lingua swahili la parola “harambée” significa incontro, raduno festoso, comunità che si riunisce. Ed è proprio all’insegna di questi valori che si è svolto presso il Colle Don Bosco nei giorni 25 e 26 settembre scorsi, l’Harambée nazionale, esperienza intensa di spiritualità giovanile salesiana che si propone di alimentare il bisogno insito nella natura stessa del cristiano, di vivere pienamente la propria vocazione missionaria. Da anni ormai sento viva in me questa tensione che mi proietta verso i fratelli e, pur non potendo contare sulla partecipazione ad esperienze di missione in paesi poveri, ho accolto come dono l’invito a partecipare a questo Harambée.
Sicuramente due fattori hanno contribuito a rendere più suggestivo l’evento:il luogo in cui si è svolto: la terra che ha visto nascere Don Bosco e i suoi sogni di cui noi pure oggi possiamo sentirci protagonisti;la presenza amorevole ed autorevole di don Pascual Chàvez Rettor Maggiore dei salesiani, il Don Bosco per noi oggi.Con quale spirito partecipare all’evento? Sicuramente con quello di chi continua a stupirsi per le meraviglie inattese operate da Dio, pronto ad accogliere con gioia e gratitudine ogni parola e ogni gesto che si compie. Come sempre, quando Dio ci invita ad un “banchetto” è solo perché Lui per primo gode nel farci gustare la bontà di quanto ha già preparato! Per questo ho imparato a vivere come dono tutto ciò che si realizza nella vita della comunità ecclesiale all’interno della quale prende forma la meravigliosa avventura che è la nostra esistenza..Dio non si è fatto attendere, ha lavorato subito creando dapprima un clima di accoglienza, riversando poi nei nostri cuori nuova energia e slancio perché ogni nostra azione sia sempre ispirata dalla logica della missionarietà cristiana.L’intervento autorevole del Rettor Maggiore ha confermato una riflessione che già da tempo ho maturato e che mi sforzo di trasferire nel mio vissuto quotidiano fatto non solo di studio e di riflessione (infatti con un pizzico di ironia dico sempre di essere studente per vocazione e teologo per professione), ma anche di impegno pastorale e di dialogo con tantissimi fratelli che arricchiscono sicuramente la mia vita.
L’autorevolezza di un uomo non è mai il naturale prolungamento delle sue cariche o dei suoi titoli, ma è il frutto dello Spirito che nasce da una profonda fedeltà alle esigenze della Parola di Dio; quando si contempla il volto di queste persone si fa davvero una nuova esperienza della paternità di Dio.Quale l’insegnamento che ha saputo trasmetterci?Certamente il valore e il giusto modo di vivere e concepire la dimensione missionaria che è propria di ogni cristiano. Infatti il mandato di andare: “…fino agli estremi confini della terra” (cfr At 1, 8) per essere suoi testimoni, è affidato da Gesù ad ogni battezzato e, anche se non tutti i battezzati hanno o avranno mai la possibilità di giungere negli angoli più remoti della terra, sicuramente tutti possono esserlo nella quotidianità della propria vita, lì dove si compie la propria personale storia di salvezza. L’impegno missionario non può essere eluso né tanto meno è possibile pensare una vita cristiana che prescinde da esso per il semplice fatto che l’identità stessa del Cristianesimo è missionarietà di una Parola che: “…non è incatenata!” (cfr 2Tm 2, 9).
C’è vera missione solo quando permettiamo che questa Parola agisca nell’uomo sino al punto di toccare ogni suo nervo tanto da sentire dolore per una verità che è scomoda solo se non è accolta!Certamente non sono le esperienze in paesi poveri né il numero di chilometri percorsi per raggiungerli che fanno di un cristiano un vero missionario, al contrario è la missionarietà vissuta nel quotidiano che dona pienezza di vita cristiana. Dunque c’è da chiedersi: quanti di noi vivono già alla luce di questa realtà? L’imperativo di Gesù: “…andate” (cfr Mt 28, 19) continua ad essere rivolto a ciascuno di noiperché ogni fratello che ci è accanto è quel “mondo” che attende di essere salvato!Non possiamo indugiare oltre; è proprio questo il tempo di sperimentare tutta la fecondità di un invito capace di cambiare il corso di tutta la storia, non solo nostra, ma anche quella del mondo intero.Continui a stare fermo nella tua perplessità?Sentiti perciò “missionario” di te stesso e dà inizio al tuo cammino di conversione, sarà allora che comprenderai il valore di un invito che ha il sapore di una vera sfida; non puoi sentirti solo perché siamo in tanti; non devi scoraggiarti perché anche il viaggio più lungo comincia con un solo passo!
Paolo Picerno
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TITOLO: LA MALA EDUCATIÓN
Regia: Pedro Almodovar
Interpreti: Gael Garcia Bernal (Juan/Zahara), Fele Martinez (Enrique Goded), Daniel Gimenez Cacho (padre Manolo), Leonor Watling (Monica), Javier Camara (Paca/Paquito), Petra Martinez (la madre), Francisco Boira (Ignacio), Juan Fernandez (Martin), Alberto Ferreiro (Enrique Serrano).
Nazionalità: Spagna
Distribuzione: Warner Bros Italia
Anno di uscita: 2004 Orig.: Spagna (2004)
Sogg. e scenegg.: Pedro Almodovar
Fotografia: José Luis Alcaline
Musiche: Alberto Iglesias
Montaggio: José Salcedo
Durata: 105'
Produzione: Augustin Almodovar
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Cinema
L'EDUCATIÓN
Una lettura del film di Pedro Almodòvar
È difficile!
È difficile scrivere la recensione di un film soprattutto quando l’opera cinematografica, firmata da un conclamato regista, affronta temi scottanti e ha elementi da apprezzare e altri da criticare.
La mala educatión di Pedro Almodóvar è approdato sugli schermi italiani in un clima di fredda attesa. Il film presentato a Cannes lo scorso maggio ha lasciato interdetti critica e pubblico. Dopo Tutto su mia madre e Parla con lei – film con al centro la figura della donna – ci si aspettava altro, magari un completamento di una possibile trilogia; magari un film meritevole di premi visti gli oscar ricevuti dal regista spagnolo come miglior film straniero nel 2000 per il primo e come miglior sceneggiatura nel 2003 per il secondo… poi i posteri ci diranno il vero valore della pellicola!
Il plot
Il regista Enrique Goded incontra un vecchio compagno di collegio alla ricerca di lavoro, Ignacio, che gli presenta un racconto da lui scritto e ispirato in parte alla loro particolare amicizia di ragazzi. Enrique si immerge nella lettura del testo scoprendone ricordi e materiale per un buon film. All’origine della vicenda di Zahara (travestito della movida spagnola agli anni ‘70) c’è padre Manolo direttore di collegio che nutre una passione smodata per il piccolo Ignacio. Zahara, in realtà Ignacio ormai divenuto grande, vuole ricattare il prete. Ignacio concede il suo assenso alla possibilità di trarre un film dal suo racconto a patto che sia lui ad interpretare Zahara. Enrique, intimamente attratto dal giovane, dapprima non è del parere, ma dopo aver scoperto che chi gli sta di fronte è Juan, il fratello di Ignacio che frattanto è morto, concede la parte. A conclusione delle riprese del film arriva sul set il signor Berenguer ex padre Manolo che rivelerà il vero epilogo di Ignacio e il vero volto di Juan.
Oltrela trama
Il film va oltre la trama che trova sviluppo nell’ordito dei piani narrativi dove i simboli e la mise en scéne si rimandano e si inseguono indicando tracce per lo spettatore, chiarendo misteri sospesi e dando chiavi di lettura a diversi episodi.
Lo stesso Almodóvar ha dichiarato, cosa non nuova nei suoi film, la presenza di elementi biografici facendo così immediatamente intuire che il regista Enrique Goded è il suo sostituto diegetico. Lo stesso personaggio rappresenta anche noi (narratore-narratario, quindi) che ci immergiamo nella lettura de La visita (il titolo del manoscritto di Ignacio-Juan) e scopriamo con lui il segreto di Juan; il punto di vista Enrique coincide con il nostro. Nell’epilogo della vicenda, inoltre, Almodóvar ci informa sul futuro che avranno i suoi personaggi al di là dei confini diegetici e quanto dice di Enrique, estrapolandolo dal contesto filmico, altro non è che il proprio impegno nel mondo cinematografico. E per i puristi dell’inclusione… il film inzia con una dissolvenza tra conclusione dei titoli di testa e il cartello sulla porta dell’ufficio del regista Goded: da guy y director Pedro Almodóvar eguy y director Enrique Goded. La mise en scéne si estende oltre i limiti della pellicola quando Ignacio-Juan, presentando il racconto La visita a Enrique, dice che ci sono elementi della loro infanzia ma che i personaggi poi evolvono in modo diverso dal reale: la mise en scéne ne la mise en scéne si rimandano.
Possiamo provare a raccogliere impressioni e riflessioni attorno a tre termini: omosessualità, thriller e noir.Omosessualità. Almodóvar ha recuperato (è tornato indietro con) personaggi, temi, immagini dei film precedenti. Suo interesse è da sempre stato quello di raccontare il mondo omosessuale senza nascondere le ansie, i sogni, i limiti, il degrado senza dimenticare il sentimento, mostrandoci la realtà e la vita da un punto di vista interno. Scorrono davanti a noi scene, modi di fare e di dire, luoghi comuni, episodi,… Le tinte forti della fotografia ci aiutano a definire ulteriormente l’idea dell’eccesso. È questo il luogo dal quale nascono i personaggi di questo film (e di Almodóvar) e lì ci ritornano con profili compromessi dalla falsità, dalle fissazioni, dal gioco delle convenienze. Il desiderio è la molla che innesca le varie fasi del racconto: Enrique per Ignacio-Juan, Zahara per Enrique, Ignacio per Enrique, il sig. Berenguer per Juan fino all’estremo omicidio.
Thriller. La mala educatión si snoda in modo dolce e sensuale introducendo gradualmente l’attesa e la sospensione, componenti tipiche del thriller. Inconsapevolmente ci troviamo ad dover indagare un segreto che si svelerà come terribile. Nelle pieghe del desiderio è racchiuso un omicidio (forse non l’unico e non il primo!).
Noir. È una delle componenti più belle di Almodóvar, portata a buoni livelli in Parla con lei; la capacità di chiosare, dire, commentare la storia con rimandi metafilmici e cinefili e situazioni surreali. Il cinema fa da sfondo all’intero film e quello che in un primo momento sembra essere un flashback in realtà è un film nel film. Enrique (Almodóvar) è un regista che insegue e indaga la vicenda di Ignacio sia come amico e sia come personaggio; è il luogo dove i piccoli amici vivono la loro prima passione.
Almodóvar dimostra ancora una volta di saper usare la tecnica e il linguaggio cinematografico. L’incipit del film ci dice la concezione cinematografica che il regista ha: Enrique ritaglia dai quotidiani (quindi dalla vita di ogni giorno) idee e spunti per possibili film, “c’è una buona storia” lì dove la realtà tocca l’inverosimile; Enrique si appassiona a La visita perché ha una parte di storia vissuta.
Il punto di vista della macchina da presa non è sempre narrativo (funzionale), spesso diventa simbolico. È essenzialmente di figura narrataria come già detto: Enrique (Almodóvar/noi) vive di curiosità, di ricerca, di perplessità. È il nostro percorso che in sala ci sediamo con delle attese che vengono negate (cfr la scena della piscina e il tuffo di Juan su Enrique), con dei percorsi da seguire che non prevedevamo (l’innesco del thriller) e con l’insorgere di perplessità a motivo dei vari retroscena.
Vari i momenti simbolici. La scena della piscina già citata, il susseguirsi di scritti, lettere messaggi che raccontano, dicono.. svelano… In modo particolare piace soffermare la nostra attenzione sul primissimo piano di Ignacio ragazzo che viene diviso dal rivolo di sangue che scorre dalla fronte. Non vediamo scene di violenza sul ragazzo, ma cogliamo le conseguenze di quell’atto: “mentre il sangue divideva il mio volto ho capito che nulla sarebbe stato lo stesso”. La forza simbolica dell’immagine cinematografica (immagine/suono) è tale da consegnarci la brutalità dell’atto… non vediamo, ma capiamo.
Ma che dice dei preti?
Qualcuno potrebbe spazientirsi e porre la suddetta domanda.
È giusto premettere alcune note sul sentire religioso dell’autore. Almodóvarha una sua definizione, esperienza e considerazione della Chiesa e del sentire religioso; l’anticlericalismo è di tipo diverso da altri lavori recenti. La mala educatión ha una prospettiva ed una intenzionalità diversa da quella di Magdalene di Mullan (2002). Quest’ultimo partiva dalla precisa volontà di colpire e denigrare la cultura e la religione cattolica nascondendo elementi storici importanti della storia dell’istituto religioso femminile e utilizzando l’ironia come figura retorica principale nel racconto. Almodóvar è lontano da questa idea e da questo atteggiamento. Già in altri film ha accostato l’area religiosa senza approdare ad un atteggiamento anticlericale marcato. Mostra rispetto per la religiosità popolare e tratteggia con cura il lato umano di chi crede; si rimanda per esempio a suor Rosa (Penelope Cruz) in Tutto su mia madre. Padre Manolo è innamorato del piccolo Ignacio, ma è compito e serio nel suo ruolo di prete… anche se ciò acuisce maggiormente il contrasto! Interessante il contrappunto che Zahara e la sua amica fanno ai dialoghi liturgici di padre Manolo… lì è raccolto ed espresso il senso religioso del regista! Il personaggio che esprime il senso anticlericale di Almodóvar è padre Josè, che mostra di essere a conoscenza della predilezione di padre Manolo per il piccolo Ignacio senza commentare o intervenire e concepisce il delitto come possibile per la ragion di stato… meglio di “congregazione”; ma soprattutto esprime l’atteggiamento presuntuoso di chi sa che “Dio è dalla nostra parte”!
E giungiamo alla seconda domanda: si riferisce ai salesiani?
Sì, probabilmente sì! Lo deduciamo dal materiale di paratesto e dai piccoli indizi presenti nel film. Nelle interviste che hanno accompagnato l’uscita del film a Cannes e in Italia Almodóvar fa riferimento diretto al suo essere stato allievo salesiano e alla sua presa di distanza da quella esperienza formativa. E poi, guardando il film, non si può non riconoscere il profilo del salesiano in padre Manolo e padre Josè. Gli “addetti ai lavori” non possono non riconoscere i salesiani lì dove si vedono i preti che si alzano la veste e giocano a calcio, nella mini accademia per il compleanno del direttore e dove si parla appunto di “direttore” e “congregazione”. E se ci prende l’amarezza nell’essere stati descritti in una situazione delicata e negativa di relazione tra educatore ed educando, ci consola il fatto che Almodóvar non abbia voluto caratterizzare troppo l’identità dell’ordine. Manca ogni definizione e connotazione specifica e diretta, mancano riferimenti iconografici propri, fatta eccezione di una piccola immaginetta di Maria Ausiliatrice come dettaglio sulla scrivania di padre Manolo. Per quanto critico nei confronti dei salesiani Almodóvar non punta il dito contro di loro a differenza di Mullan con Magdalene. In questo, forse, Almodóvar mostra la sua “buena education”!
Il prossimo progetto di Almodóvar è la regia di uno dei tre episodi del film Eros, racconterà della scoperta del desiderio e dell'iniziazione di un bambino di 8 anni… tanto per restare in tema! Gli altri due episodi saranno diretti da Antonioni e W. Kar Wai.
Provare a tracciare un giudizio complessivo e conclusivo è… difficile!
Certo ancora una volta occorre apprezzare la fattura tecnico-espressiva e distinguerla dal detto narrativo-simbolico. La mala educatión manca di quella purezza di stile e di enunciazione di temi ai quali era giunto Almodóvar e i temi, le modalità (… le memorie) e le conclusioni da lui scelti e raccontati possono essere oggetto di discussione e di riflessione. Certamente, però, La mala educatión invita a riflessioni (e ci auguriamo .. azioni!) circa la presenza della cultura cattolica nel campo cinematografico di qualità e … in quello omosessuale!
Donato Lacedonio
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BIBLIOTECA
UN QUADRO, UN CENTENARIO, UN LIBRO
Un nuovo libro di d. Nannola
Il cuore dell’Istituto Salesiano di Caserta è costituito dal Santuario dedicato al Sacro Cuore Immacolato di Maria. In esso è custodito con venerazione un quadro voluto e commissionato dallo stesso don Bosco al pittore Giovanni Bonetti. Don Rua inviò il quadro come dono per la nuova casa. Esposto alla devozione dei fedeli l’8 dicembre 1904 il quadro celebra quest’anno il suo primo centenario di esposizione.
Per celebrare questo avvenimento, don Nicola Nannola ha voluto tracciare l’iter storico
del dipinto evidenziandone la tradizione mariana e gli aneddoti ad esso legati.
Commissionato da don Giovanni Bosco al pittore Giovanni Bonetti per la Basilica di Maria Ausiliatrice di Torino: fu collocato nel primo altare della navata a sinistradi chi entra nell’anno 1870. Là rimase in venerazione fino al 1898, quando fu sostituito da un quadro di San Francesco di Sales.
Il Beato Don Rua, nella visita fatta a Caserta nel 1900 (la terza delle cinque visite) promise di mandare il predetto quadro e mantenne la promessa: un dono congiunto di due Santi, di Don Bosco che l’aveva ideato e fatto dipingere e del Beato Don Rua donato. Un dono che ci lega non solo al Cuore Immacolato di Maria, ma anche ai due Santi nostri fondatori.
Il libro si presenta semplice ed avvincente nella lettura fatta di aneddoti e dati rigorosamente documentati. In questo nuovo studio sul quadro d. Nannolasvela un piccolo segreto del quadro….
D. Nannola che segue con competenza e professionalità l’archivio storico dell’Istituto di Caserta ha curato altre pubblicazio tra i quali ricordiamo:
- Il Beato Michele Rua e i Salesiani di Caserta - 1985
- Don Bosco e l'Italia Meridionale Napoli - 1987
- L'Archivio dell'Istituto Salesiano di Caserta - 1991
- I Salesiani a Caserta. Fondazione e primo decennio - 1993
- La Scuola Salesiana di Caserta 1897-1995. Un secolo d'impegno per l'educazione e la cultura - 1995
- La Basilica Salesiana di Caserta dedicata al Cuore Immacolato di Maria - 1997
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nuovo aeropago
FICTION ED EVANGELIZZAZIONE
Il senso delle logiche comunicative
Uno degli ultimi successi della RAI è stata la fiction Don Bosco che nelle due serate di programmazione, 22 e 23 settembre, ha raccolto indici di ascolto e share più alti rispetto agli altri programmi.
Lasciando ad altri spazi eventuali giudizi e commenti al lavoro in se (per inciso è giusto dire che a noi è piaciuto!) si riporta uno stralcio di una riflessione di Gianna Cappello sul contributo che lafiction televisiva può apportare alla evangelizzazione. Si spera, così, di offrire un orizzonte di senso nel quale inserire e valutare il Don Bosco televisivo e comprendere l’importanza di un areopago che va costantemente progettato, realizzato, frequentato… anche quando si parla di evangelizzazione!
Secondo R. White, la forza della logica comunicativa del Vangelo risiede nella sua capacità di rapportarsi alla vita quotidiana delle persone e di entrarvi ricorrendo ad un linguaggio e ad un universo simbolico il più vicino possibile alle loro specifiche occupazioni, motivazioni e desideri; risiede altresì nella capacità di usare un linguaggio altamente simbolico ed emotivo, per far sì che la realtà possa assumere significati nuovi e che «ogni oggetto divenga una 'finestra' simbolica che si apre al mondo spirituale»; risiede, infine, nella capacità di sostenere le sue 'tesi' non attraverso il ragionamento logico astratto, ma attraverso il racconto, la narrazione, la finzione («Pastorale e comunicazione» in Lever F, Rivoltella PC, Zanacchi A., Dizionario della comunicazione,Ellenici, RaiEri, LAS, 866).
Mi pare evidente, a questo punto, il potenziale della fiction come tematizzazione dei valori cristiani, anche prescindendo dal discorso religioso propriamente detto. E ciò per la sua capacità di aprirsi alle ragioni e regioni dell'immaginario, dell'irrazionale o meta-razionale, dello spirituale e del simbolico, senza per questo rinunciare al contatto con la realtà che viene, per così dire, trasfigurata con le armi della proiezione fantastica e dell'identificazione soggettiva.
Su quali linee è dunque possibile tracciare un parallelo tra fiction televisiva e discorso evangelico? Mi pare se ne possano individuare almeno tre.
Come i racconti del Vangelo, la fiction tratta e sviluppa i temi e gli interessi fondamentali della vita quotidiana degli individui (il conflitto tra bene e male, le relazioni amorose/familiari/amicali, la morte e la violenza, l'amore e l'odio, la felicità e le disgrazie, la speranza e la disperazione, ecc.), impiegando formule semplici e ripetitive (personaggi tendenti allo stereotipo e all’esagerazione, trame ricorrenti, posizioni ed opposizioni nette), che però garantiscono una vasta e profonda presa sul pubblico.
Come i racconti del Vangelo, la fiction possiede un'accessibilità che «non va tuttavia confusa né con una rozzezza di strutture narrative, né tantomeno con una povertà di significati simbolici e culturali [...]. [La fiction televisiva] mette in contatto e abitua a trattare con realtà simboliche, dove accadono cose e abitano esseri di cui non solo si alimenta il discusso quotidiano [... l, ma che - forse ancor più che modelli di comportamento - costituiscono e dispiegano un ricco repertorio di oggetti. stimoli, suggestioni, per quell’attività di elaborazione fantastica su di sé e sul mondo, ormai riconosciuta parte essenziale dei moderni processi di costruzione dell'identità» (Buonanno M., Indigeni si diventa. Locale e globale nella serialità televisiva, Sansoni, Milano 1999. 1996: 25).
La terza linea sulla quale è possibile tracciare un parallelo tra fiction televisiva e discorso evangelico riassume e approfondisce le prime due. Come i racconti del Vangelo, in virtù della sua semplicità, formularità e ripetitività, la fiction non solo garantisce una vasta ed immediata accessibilità, ma si viene anche a configurare come comunicazione rituale. In quanto tale, qual è la sua peculiarità? Come sappiamo, nella comunicazione rituale quello che conta non è tanto il guadagno conoscitivo (proprio di una comunicazione di tipo informativo), quanto la partecipazione al rito, l'esserci, il farne parte insieme agli altri per testimoniare come, nel suo ripetersi identico, il rito in realtà si rinnova dispiegando tutte le sue potenzialità latenti nel presente, nella vita di tutti i giorni. È, questa, la forza creativa del rito: offrire il nuovo e il diverso attraverso una costante ed inesauribile riproposizione dell'eterno e dell'identico.
Ebbene, si consideri un successo televisivo come Un medico in famiglia o Un prete tra noi. La rete è sempre quella, l'ora e il giorno pure. Ogni settimana si presentano gli stessi personaggi principali. Cambiano le trame e le sotto-trame, ma non al punto da rendere il tutto poco familiare o irriconoscibile. Anche qui il nuovo entra, ma solo nella misura in cui si adegua a uno schema essenzialmente ripetitivo, consolidato e rassicurante. Milioni di italiani partecipano a un “rito” televisivo come questo e nonostante, anzi, grazie alla sua ripetitività, ritrovano (e si ritrovano in) situazioni a loro familiari, vicine alla loro vita quotidiana, capaci di illuminaria e indirizzaria in un certo modo.
In sintesi, la fiction televisiva può diventare un'efficace forma di evangelizzazione in quanto:
- crea un'atmosfera affettiva che catalizza l'emozione, mobilita il senso di appartenere a qualcosa o a qualcuno, favorisce l'identificazione, apre a certi universi valoriali di riferimento, ma non secondo logiche argomentati
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