DICEMBRE 2002
SOMMARIO
 

Lettera dell'ISPETTORE


FAMIGLIA SALESIANA
IL DELEGATO SALESIANO
La sua identità nell’associazione cooperatori
e nella confederazione degli exallievi/e



PASTORALE GIOVANILE
Un nuovo documento
della Congregazione per l’Educazione Cattolica
I CONSACRATI NELLA SCUOLA
Contro l’omologazione di questa cultura
e per progetti innovativi

Servizio Civile Nazionale
LE RAGAZZE SERVONO LA PATRIA
Il primo progetto della nostra Ispettoria

FxA: stage di formazione degli animatori
GIOVANI, MASS MEDIA E CULTURA
Gli animatori e il mondo dei media



FORMAZIONE
Dopo il CG25
IL DIRETTORE
Incontro di formazione
per Direttori e Consiglieri ispettoriali



COMUNICAZIONE SOCIALE
La nuova pubblicazione musicale
SENTITE PARLA ANCORA
Canzoni per ripercorrere
una storia e proseguire il cammino

Il nuovo libro dell’Associazione Biblica Salesiana
RIPARTIRE DALLA PAROLA DI DIO
Uno strumento personale e comunitario
per avviare il cammino post-capitolare




STORIA
Viaggio lungo le strade della nostra storia
UN CENTENARIO
CHE NON VERRÀ CELEBRATO

La casa di San Severo
Parte II



 

 


LETTERA DELL'ISPETTORE

 
 

Carissimi,
voglio porgere a ognuno di voi l’augurio di un Santo Natale, prendendo spunto da un’espressione di Don Bosco: “Gesù si è fatto piccolo con i piccoli e portò le nostre miserie. Egli non spezzò la canna già incrinata, né spense il lucignolo fumigante. Ecco il vostro modello”.
Farsi piccolo con i piccoli…non spezzare la canna già incrinata…richiamano l’invito per noi ad essere attenti ai più deboli, agli emarginati, soprattutto se giovani.
Il Salesiano coltiva costantemente questa sua predilezione per chi è ultimo, e la ricorrenza del Natale lo sollecita particolarmente a considerare nell’immagine del Bambino Gesù, debole, povero, indifeso, i tanti giovani che l’interpellano continuamente e che chiedono il suo amore disinteressato e totale, come quello che Don Bosco ha saputo nutrire per loro.
Il mio augurio è che abbiamo quell’occhio particolare, con cui, nei nostri ambienti, così ricchi di presenza giovanile, sappiamo scorgere e avvicinare quei giovani bisognosi di incontrare una voce amica, che sappia dir loro una parola di aiuto e di speranza.
In questi primi mesi dell’anno pastorale 2002 – 2003 sono stati numerosi gli avvenimenti che abbiamo vissuto come Comunità Ispettoriale.
Voglio con voi soffermarmi su alcuni.

Don Chavez, nella sua prima lettera ufficiale a tutta la Congregazione, ha parlato della santità “come dono di Dio e urgenza apostolica” per ogni salesiano, partendo dall’invito che il Santo Padre ha rivolto, con paterna bontà, ai membri del Capitolo Generale 25, durante l’udienza in Vaticano.
Con essa ha voluto subito porre al centro del suo magistero il primo, non solo in ordine di tempo, ma di sostanza, dei grandi orientamenti che ha offerto alla Congregazione con il discorso finale del CG 25: il rinnovamento spirituale di ogni salesiano, che è alla base del progetto personale di vita di ogni salesiano, come ci richiede il CG 25.
Rivive nell’invito del Rettor Maggiore la preoccupazione fondamentale di Don Bosco, per ogni giovane e per ogni salesiano: quella della salvezza dell’anima, intesa come incontro con il Signore, in un’amicizia intensa e totale che dà ragione e senso alla vita.
È un dono prezioso dello Spirito: diventi oggetto di riflessione e stimolo per il cammino personale.

Sono stati consegnati a tutti i confratelli gli Atti del CG 25. Tale consegna in molti casi è stata fatta con una celebrazione comunitaria, spesso anche alla presenza di membri della CEP.
Inizia così il cammino e l’impegno di tutti per un rinnovamento comunitario e personale.
Come primo passo, è indispensabile familiarizzare con il testo: comprenderne la struttura, conoscerne i contenuti.
Può essere di valido aiuto, in questo momento di riflessione personale, la presentazione del documento capitolare che viene fatta nel numero 100 – 102 di ANS MAG di giugno – luglio 2002: la nostra agenzia ne presenta l’intelaiatura e le idee portanti.
Inoltre, l’incontro di formazione dei Direttori svoltosi alla Pisana, in novembre, con i Direttori di altre ispettorie, ha avuto come finalità quella di offrire delle piste di riflessione e degli strumenti da valorizzare. Già numerose comunità, al loro interno, stanno studiando il testo e cominciano a porsi i primi interrogativi su quale cammino affrontare.
Attualmente non abbiamo ancora tracciato alcun itinerario come ispettoria.
In sede di Consiglio Ispettoriale, si è ritenuto opportuno coinvolgere le comunità locali a fare delle proposte in tal senso, affinché tutta la Comunità Ispettoriale, nel suo insieme e concordemente, si senta stimolata a compiere un cammino comunitario di rinnovamento.
A tal proposito, da parte dell’équipe ispettoriale della formazione, guidata dal Vicario, si stanno raccogliendo dei suggerimenti richiesti ai Direttori, tramite una scheda: questi contributi serviranno come base di partenza per intraprendere il nostro cammino.
Siamo in un momento di discernimento e chiedo un particolare ricordo nella preghiera per comprendere quali siano i passi che il Signore vorrà suggerirci.

È di imminente pubblicazione un CD di canti nuovi e inediti su Don Bosco, dal titolo “Sentite, parla ancora…”, composti da giovani della nostra Ispettoria, a cura dell’Ufficio Ispettoriale della Comunicazione Sociale.
Il titolo è preso dalla “buonanotte” che Don Francesia tenne a Valdocco subito dopo la morte di Don Bosco: è l’invito esplicito a far risuonare nel proprio cuore e a riviverlo nella propria vita il messaggio di Don Bosco.
L’intento è quello di “ridire” Don Bosco con il linguaggio musicale, così caro ai giovani, con composizioni dei giovani stessi.
Accogliamo con simpatia questo dono frutto e segno del protagonismo giovanile.
Rinnovando gli auguri per le festività natalizie, vi saluto cordialmente.

Napoli, dicembre 2002 Avvento del Signore

Sac. Francesco Gallone
Ispettore



 

 

 
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FAMIGLIA SALESIANA
 

IL DELEGATO SALESIANO
La sua identità nell’associazione cooperatori
e nella confederazione degli exallievi/e




 

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IL DELEGATO SALESIANO
La sua identità nell’associazione cooperatori
e nella confederazione degli exallievi/e


Gli impegni che la congregazione si è assunta nei confronti della FS

La nostra Società nella Famiglia salesiana
«Da don Bosco trae origine un vasto movimento di persone che, in vari modi, operano per la salvezza della gioventù.
Egli stesso, oltre la Società di san Francesco di Sales, fondò l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice che, vivendo nel medesimo spirito e in comunione tra loro, continuano la missione da lui iniziata, con vocazioni specifiche diverse. Insieme a questi gruppi e ad altri nati in seguito formiamo la Famiglia salesiana.
In essa per volontà del Fondatore, abbiamo particolari responsabilità: mantenere l’unità dello spirito e stimolare il dialogo e la collaborazione fraterna per un reciproco arricchimento e una maggiore fecondità apostolica.
Gli Exallievi ne fanno parte per l’educazione ricevuta. La loro appartenenza diviene più stretta quando si impegnano a partecipare alla missione salesiana nel mondo». (Costituzioni art. 5)
Gli impegni che derivano dalle affermazioni costituzionali sono:
a) mantenere l’unità dello spirito.
Il Capitolo Generale Speciale afferma che da questo impegno della Congregazione, quindi delle Ispettorie, perciò delle comunità, deve essere assente qualsiasi ombra di pretese dei confratelli salesiani: si tratta di un servizio che è un dovere voluto da don Bosco.
L’affermazione, inoltre, non vuole insinuare che sono sempre i Salesiani ad essere «i primi della classe» in fatto di spirito salesiano. Di certo c’è la sicurezza rappresentata dalla persona del Successore di don Bosco, il Rettor Maggiore.
b) animare, animare, animare l’insieme della Famiglia.
Questo comporta che non siamo animatore dei singoli gruppi, che hanno autonomia e responsabilità dirette, sia nell’organizzazione interna, sia nella proiezione esterna, apostolica ed educativa, promozionale e formativa.
La responsabilità di animazione che compete alla Congregazione non va concepita come animazione a livello giuridico. Non ne ha la competenza! Molti gruppi sono già istituti religiosi con le loro Costituzioni. Altri sono gruppi di laici con la loro autonomia.
Un problema a sé può essere costituito dalla Associazione dei Cooperatori salesiani, per il particolare rapporto giuridico che conserva con Don Bosco nella persona del suo successore, il Rettor Maggiore.
L’animazione riguarda due ambiti specifici, ricordati e raccomandati dalle Costituzioni: il dialogo e la collaborazione.
L’unità dello spirito ha bisogno di uno scambio continuo. Il dialogo è la forma principe dello scambio. Il dialogo nella chiesa, da Paolo VI in poi, va visto e affrontato come colloquim salutis. Non è un dialogo accademico. È in vista di un vicendevole arricchimento: richiede perciò l’ascolto sincero e profondo delle esperienze degli altri gruppi, per allargare e approfondire lo spirito salesiano.
Come c’è una “geografia nuova” del carisma e dei carismi nella Chiesa (con la presenza di membri che arrivano agli Istituti da Paesi nuovi e differenti da quelli di fondazione), così con l’impegno per “l’inculturazione” c’è una visione rinnovata dello spirito dell’Istituto.
Siamo quindi, con queste due prospettive, di fronte ad alcune novità per le quali ancora non si è fatta una sufficiente riflessione, per capire le conseguenze, non soltanto a livello operativo e di relazioni, ma anche a livello di carisma e di spiritualità.
c) Un’espressione visibile e concreta dell’unità dello spirito è data dalla collaborazione apostolica.
Rafforzati nel medesimo spirito, orientati (però non in maniera univoca!) nella stessa missione giovanile popolare e missionaria (in alcuni di questi ambiti GIOVANILE – POPOLARE – MISSIONARIA ci si incontra come Famiglia) è possibile per una maggiore fecondità apostolica lavorare in maniera congiunta.
Bisognerebbe ripetere qui quanto è stato affermato dell’unità dello spirito e del servizio che come Congregazione siamo chiamati a rendere: né supremazie, né i primi della classe.
Quando si è in più persone e, nel caso, in più gruppi a collaborare le cose vanno necessariamente concordate.
La CARTA DELLA MISSIONE DELLA FAMIGLIA SALESIANA ha specificato molti elementi per la collaborazione apostolica.
Il Movimento Salesiano

La riflessione compiuta fino a questo momento non ha preso in esame il primo paragrafo dell’articolo 5 delle Costituzioni salesiane: il Movimento Salesiano.
Da don Bosco trae origine un vasto movimento di persone che, in vari modi, operano per la salvezza della gioventù.
Il Movimento Salesiano è il primum nell’esperienza di don Bosco. Attorno al nostro Fondatore troviamo: benefattori, collaboratori, sacerdoti, laici, allievi, exallievi, amici, genitori, frequentatori degli oratori, delle parrocchie, dei campeggi e tanti altri …
Si tratta di una realtà che va da coloro che assumono il progetto apostolico di don Bosco, facendone il proprio progetto di vita, fino a coloro che sentono soltanto una certa simpatia e prestano qualche collaborazione all’opera salesiana.
È una realtà che non è facile classificare senza livellare o confondere i diversi rapporti.
Il CG 22 con il termine MOVIMENTO ha ammesso vari tipi di appartenenza a questa realtà salesiana. (cfr. Il progetto di vita dei salesiani di don Bosco – Guida alla lettura delle Costituzioni salesiane – Edizione Pisana, 1986, p. 110).
La Famiglia Salesiana non nasce come un … fungo … dal niente. Nasce da un movimento preesistente. Del movimento alcune persone fanno la scelta di voler continuare il don Bosco salesiano con i voti religiosi; altri il don Bosco salesiano laico; altri il don Bosco salesiano consacrato in varie forme; altri ancora e altri ancora …
Come si può notare, il lavoro per la Famiglia salesiana è molto ampio e vario. E ci sono elementi di diversificazione. La differenza tra tutti non dice, ancora una volta, né il migliore, né il primo, considerando la qualità. Diverso è il discorso considerando la storia e la nascita!
La Congregazione è interessata al Movimento. La Comunità SDB che vuole continuare don Bosco è interessata al Movimento.

Conoscere gli impegni che sono stati affidati alle comunità salesiane dal capitolo generale speciale XX e dal capitolo generale XXII che ha determinato in maniera definitiva costituzioni e regolamenti generali

«È dovere dell’Ispettore e del direttore, coadiuvati dai rispettivi delegati, sensibilizzare le comunità perché assolvano il loro compito nella Famiglia salesiana. La comunità, d’intesa con i responsabili dei vari gruppi, in spirito di servizio e rispettandone l’autonomia, offre loro l’assistenza spirituale, promuove incontri, favorisce la collaborazione educativa e pastorale e coltiva il comune impegno per le vocazioni». (RG art. 36)
«Prestiamo alle Figlie di Maria Ausiliatrice, in risposta alle loro richieste e secondo le nostre possibilità, l’aiuto fraterno e il ministero sacerdotale. Collaboriamo con esse per approfondire la spiritualità e la pedagogia di Don Bosco e per tener viva la particolare dimensione mariana del carisma salesiano». (RG art. 37)
«Ogni comunità senta il dovere di sostenere e incrementare l’Associazione dei Cooperatori salesiani a beneficio della Chiesa. Contribuisca alla formazione dei suoi membri, faccia conoscere e promuova questa vocazione, soprattutto tra i giovani più impegnati e tra i collaboratori laici». (RG art 38)
«La comunità mantenga rapporti di amicizia con gli exallievi con una speciale attenzione ai più giovani. Si interessi a loro favorendo occasioni d’incontro, di formazione e di collaborazione. Incoraggi e sostenga l’Associazione degli Exallievi di don Bosco e insieme con essa cerchi di avvicinare quanti se ne sono allontanati.Aiuti i più sensibili ai valori salesiani a maturare la vocazione di cooperatore». (RG art 39).
Desidero far notare che il soggetto attivo degli articoli riportati è la comunità dei salesiani di don bosco. È dovere della comunità.
Il dovere della comunità non comporta che tutti entrino attivamente a fare tutte le cose richieste dagli articoli del RG.
Afferma solamente l’urgenza di comprendere che è un servizio che va reso dalla comunità.
Ci si renda conto che gli impegni si pongono a livelli differenti: relazioni, simpatia, amicizia, collaborazione, condivisione di ideali salesiani, impegni concreti operativi, aiuto per la formazione, sostegno spirituale, promozione vocazionale, ministero sacerdotale, ecc.
Dentro questa variegata possibilità si colloca la comunità dei salesiani, si collocano i singoli confratelli di una comunità.
Il fatto che l’articolo 5 delle Costituzioni si trovi nella prima parte della struttura delle medesime, e fra gli articoli che descrivono la identità della Congregazione di don Bosco, rende l’impegno per la Famiglia salesiana come un tratto indispensabile (=carismatico) del volto salesiano di ogni confratello.
Conoscere il servizio richiesto al delegato che si inserisce nella vita e nell’attività dell’associazione dei cooperatori e della confederazione degli exallievi.

a) Il servizio nell’Associazione dei Cooperatori Salesiani.
«L’Associazione promuove e sostiene la formazione personale e di gruppo dei suoi membri attraverso l’azione di Cooperatori qualificati e del Delegato/a che agiscono in corresponsabilità». (Regolamento di Vita Apostolica § 2 art 38)
«Ogni Centro e ogni raggruppamento ispettoriale di Centri hanno il proprio Delegato o Delegata.
Essi sono gli animatori spirituali, responsabili soprattutto della formazione salesiana apostolica.
A norma del presente Regolamento, fanno parte di diritto dei Consigli.
Delegati e Delegate sono nominati dal proprio Ispettore o Ispettrice, udito il parere dei membri del rispettivo Consiglio dei Cooperatori, e tenute presenti le esigenze dei Centri.
Se il Centro non è eretto presso un’opera SDB o FMA, l’Ispettore può nominare come Delegato locale un Cooperatore, adeguatamente preparato». (RVA art 46)

«Il Rappresentante della Regione viene eletto dai Coordinatori ispettoriali e da un numero di Delegati/e ispettoriali SDB e FMA, designati all’uopo dagli Ispettori e Ispettrici interessati, che non superi la metà dei Coordinatori votanti. (RVA art 48)

Gli articoli del RVA definiscono la figura del Delegato dell’Associazione dei Cooperatori salesiani, il ruolo che deve avere all’interno dell’Associazione, i servizi specifici che rende all’Associazione.
Si noti come il RVA, pur affermando il legame e la dipendenza giuridica da un sacerdote, qual è il Rettor Maggiore in qualità di Successore di don Bosco e Rettor Maggiore della Congregazione salesiana, poi si preoccupa di salvare, in questo quadro, il carattere laicale dell’Associazione. Il Delegato deve inserirsi in questo contesto di laicità.
Indicando il RVA come «animazione spirituale» il principale servizio del Delegato (articolo 46), richiama un ambito più ampio rispetto a quello richiamato e riferito alla formazione.
Da notare poi come il richiamo alla formazione ha una chiara definizione: formazione salesiana apostolica. Tutto il resto di per sé non rientra nel servizio richiesto al delegato. Ripeto di per sé … se il Cooperatore ha compiuto precedentemente il cammino di formazione umana e cristiana!

b) Il servizio nella Confederazione degli Exallievi/e di don Bosco.
«Il delegato Confederale: è il rappresentante dei Superiori della Congregazione e l’animatore spirituale della Confederazione, in particolare della Presidenza e della Giunta.
Tale animazione viene attuata con interventi epistolari, contatti e visite per studiare le diverse realtà;
È il responsabile diretto della formazione permanente degli Exallievi ed Exallieve, specialmente di quelli giovani; a questo scopo si serve del contributo dei Vicepresidenti e di laici qualificati;
Cura pubblicazioni e sussidi per la formazione e l’animazione spirituale e culturale degli Exallievi ed Exallieve, specialmente per i dirigenti;
Tiene informato il Rettor Maggiore e il Consigliere per la Famiglia Salesiana sull’andamento della Confederazione e delle varie Federazioni Nazionali e Ispettoriali e da loro riceve gli orientamenti». (Statuto Confederale art 28 b)

Presenza dei Salesiani nella Confederazione.
«La Confederazione degli Exallievi ed Exallieve di Don Bosco riconosce nel Rettor Maggiore il padre e il centro di unità della Famiglia Salesiana e, quale successore di don Bosco, lo considera il riferimento primario dell’Associazione. Negli organi direttivi ed esecutivi confederali egli è rappresentato dal Consigliere Generale per la F.S., che si avvale dell’opera del Delegato Confederale, mentre ai successivi livelli, subentrano gli Ispettori e i Direttori coadiuvati anch’essi dai rispettivi Delegati.
Disimpegnando il suo incarico a nome dei Superiori della Congregazione Salesiana, il Delegato partecipa alla programmazione e al coordinamento delle attività formative in seno all’Associazione. È presente, a tutti i livelli, negli Organi direttivi ed esecutivi». (SC art 10)

Animazione dei Salesiani.
«La Confederazione Mondiale riconosce e chiede l’impegno della Congregazione Salesiana nel ruolo di animatrice degli Exallievi ed Exallieve, con il compito di mantenere l’unità dello spirito, stimolare il dialogo, la collaborazione fraterna e la formazione spirituale permanente.
Tale impegno viene realizzato tenendo presente il concetto di laicità espresso dal Concilio Vaticano II, dai successivi documenti ecclesiali, dalle norme del Codice di Diritto Canonico circa le Associazioni laicali e dalle Costituzioni della Congregazione Salesiana con i Regolamenti relativi e le disposizioni contenute nelle direttive Salesiane (Capitoli Generali – Atti del Consiglio Generale ed altri documenti)». (SC art 11)

«Autonomia nella comunione.
La caratteristica laicale, l’indole secolare e la responsabilità autonoma della Confederazione, non ostacolerà la continua unione con la Congregazione e con gli altri Gruppi della Famiglia Salesiana per un arricchimento reciproco ed una maggiore fecondità operativa dell’Associazione, al fine di essere moltiplicatori dell’azione educativa negli ambiti in cui l’Exallievo ed Exallieva opera.
Il concetto di laicità è esteso anche alle altre culture e religioni». (SC art 12)

«Il Delegato Confederale è nominato dal Rettor Maggiore su proposta del Consigliere Generale per la Famiglia Salesiana. I Delegati Nazionali sono nominati dagli Ispettori. Per tali nomine sarà ascoltato il parere dei Dirigenti Confederali e Nazionali». (SC art 33 d)

Le indicazioni concrete che emergono sono molte:
La preoccupazione del Salesiano che è presente ed opera all’interno della Federazione Exallievi Exallieve non è rivolta primariamente alla realtà organizzativa della medesima, pur riconoscendone il valore.
L’attenzione è concentrata sulla animazione spirituale e formazione.
Si può notare che non sono ripetute le affermazioni presentate nel Regolamento di Vita Apostolica: formazione salesiana apostolica.
Si può notare ancora la definizione della Confederazione nei confronti della laicità, voluta dal Concilio. Non viene espressa questa realtà nel Regolamento di Vita Apostolica con i termini utilizzati nello Statuto. La ragione è la seguente: l’Associazione dei Cooperatori non è completamente laicale, avendo a capo un presbitero, nella persona del Rettor Maggiore.
Presentando la figura del Delegato Confederale, lo Statuto tratteggia bene il ruolo che assume il Salesiano nella vita, nell’azione e nell’organizzazione della Federazione:
è … interfaccia … tra Comunità ed Exallievi,
è un animatore che mette in movimento molte strategie di animazione … iniziando con i contatti epistolari,
è animatore spirituale … con confini che vanno oltre la … formazione … e non esaurendosi solamente nella formazione (ci sono di mezzo: l’unità dello spirito, il dialogo da promuovere, la collaborazione da studiare, la formazione permanente da programmare …), la sua animazione spirituale interessa particolarmente i membri della Presidenza e i membri della Giunta,
è formatore,
è produttore di sussidi e pubblicazioni specifiche,
è particolarmente interessato all’aspetto «giovani» della Federazione,
ecc.
Post-indicazione:
Rapporto delegati/e SdB – FMA dell’Associazione Cooperatori Salesiani
Convenzione tra il Rettor Maggiore e la Superiora Generale delle FMA

Articolo 1
§2. In questo impegno essi faranno speciale riferimento ai Consigli locali e ispettoriali dei Cooperatori, che devono reggere collegialmente l’Associazione a quei livelli (ReVA 43 § 1).
Siccome, poi, nell’organizzare i vari Centri locali l’Associazione si appoggia sulla “realtà strutturale dell’Ispettoria dei Salesiani” (ReVA 42 §1), si riconosce nell’Ispettore colui che fa presente il ministero del Rettor Maggiore nei servizi di “animazione, di guida e di promozione” (ReVA 23 §3 e 42 §2).

Articolo 10
È competenza anche della Delegata ispettoriale visitare i Centri eretti presso le opere FMA.

Articolo 11
§1. Il delegato ispettoriale esercita i suoi compiti di animazione spirituale e di responsabilità della formazione salesiana apostolica verso tutti i Centri del raggruppamento ispettoriale per cui è stato nominato; a tale scopo è sommamente conveniente che sia un salesiano sacerdote.
§2. Nell’espletamento del suo incarico, procede di comune accordo con la Delegata ispettoriale FMA per un fecondo lavoro apostolico e in vista della pastorale d’insieme.
§3. D’intesa con l’Ispettrice competente e con la Delegata ispettoriale, visita i Centri eretti presso le opere delle FMA, anche per “conservare e sviluppare i rapporti” (ReVA 24 § 2) che uniscono i Cooperatori alla Congregazione salesiana.

Relazione presentata
negli incontri Regionali
dei Delegati Locali IME

don Antonio Martinelli




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PASTORALE GIOVANILE

Un nuovo documento della Congregazione per l’Educazione Cattolica
I CONSACRATI NELLA SCUOLA

Contro l’omologazione di questa cultura
e per progetti innovativi


Servizio Civile Nazionale
LE RAGAZZE SERVONO LA PATRIA
Il primo progetto della nostra Ispettoria


FxA: stage di formazione degli animatori
GIOVANI, MASS MEDIA E CULTURA
Gli animatori e il mondo dei media



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Un nuovo documento
della Congregazione per l’Educazione Cattolica
I CONSACRATI NELLA SCUOLA
Contro l’omologazione di questa cultura
e per progetti innovativi

Il giorno 19 novembre u.s., è stato presentato un documento della Congregazione per l’Educazione cattolica sul tema: “Le persone consacrate e la loro missione nella scuola” (alla presentazione ha partecipato anche suor Antonia Colombo, Superiora Generale FMA, recentemente confermata dal Capitolo Generale).
Il Documento intende riconoscere lo speciale ruolo dei Consacrati e delle Consacrate che operano nella scuola, perché la loro testimonianza di vita educa i giovani e allo stesso tempo promuove la crescita culturale.
L’educazione è un settore “immenso” dove l’apporto dei consacrati e consacrate ha un valore grandissimo, nonostante il loro calo numerico verificatosi in questi anni.
Il cardinale Grocholewski, Prefetto della Congregazione per l’Educazione cattolica, ha rilevato appunto che “il campo dell’educazione e della scuola è davvero immenso: più di un miliardo di ragazzi in età scolare con le loro famiglie, 58 milioni di insegnanti a cui va aggiunto il personale non docente. In queste cifre sono comprese le istituzioni scolastiche della Chiesa oltre 250.000 scuole con 42 milioni di allievi”.
Il segretario del dicastero ha pure rilevato che se negli ultimi decenni ci sono state molte chiusure di scuole a conferma della crisi di una certa tradizione di scuola cattolica, allo stesso tempo molte altre sono state aperte con nuovi orientamenti per un servizio puntuale ai poveri e agli analfabeti con scelte che prima non si facevano.
Sr. Antonia Colombo ha anche sottolineato come il documento “sia una critica a molte forme del neoliberalismo e tante linee innovative che vengono prospettate per la presenza e il servizio della vita consacrata, non sono in linea con l’omologazione richiesta da questa cultura. Il cambiamento di millennio può essere un’occasione di ripensamento dei limiti manifestati nel passato e un’apertura a una capacità di risposta nel tempo della globalizzazione a promuovere una scuola come istanza critica nei confronti delle logiche di mercato”.
Il documento, poi, riconosce l’importanza della “educazione non formale, cioè di quanti non hanno potuto avere accesso ad un normale percorso scolastico”, definito un “campo, ugualmente importante, di evangelizzazione e di umanizzazione”. Ma chiede una verifica sulle opere in corso, sottolineando che occorre la disponibilità a lasciare e farsi da parte, qualora non corrispondano più agli scopi fissati.
“Le persone consacrate – spiega il documento al paragrafo 40 – sentono di dover essere presenti e di promuovere progetti innovativi nei contesti popolari. In questi ambienti occorre dare alle giovani e ai giovani più poveri l’opportunità di una formazione adeguata, attenta alla crescita morale, spirituale e religiosa, capace di promuovere la socializzazione e superare la discriminazione. Ciò non costituisce una novità, in quanto l’educazione dei ceti popolari ha costituito una primizia per diverse Famiglie religiose. Si tratta oggi di ribadire con modalità e progetti adeguati un’attenzione mai venuta meno”.
L’ultima parte delinea poi anche gli ambiti privilegiati di impegno: educazione “a misura umana”, che si svolge all’interno di una “prospettiva interculturale”, capace di dare spazio al modello “non semplice” della “convivialità delle differenze”, in atteggiamento di “condivisione solidale con i poveri”, tra cui “gli ultimi” e i “bambini”, dando spazio alla “cultura della pace“ che parte dall’ “educare a vivere insieme”.
L’opzione preferenziale per i poveri richiede di vivere in atteggiamento personale e comunitario di disponibilità a dare la vita là dove necessario. Potrebbe così esigere di lasciare opere, magari prestigiose, ma che non riescono più ad attuare percorsi formativi adeguati e conseguentemente non lasciano intravedere le caratteristiche della vita consacrata”.
“Le persone consacrate sono chiamate perciò a verificare se nell’attività educativa perseguono principalmente il prestigio accademico più che la maturazione umana e cristiana dei giovani; se favoriscono la competizione anziché la solidarietà; se sono impegnate ad educare, insieme agli altri membri della comunità scolastica, persone libere, responsabili e giuste secondo la giustizia evangelica”.

Don Gennaro Comite




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Servizio Civile Nazionale
LE RAGAZZE SERVONO LA PATRIA
Il primo progetto della nostra Ispettoria

In vista della riforma della leva militare, in Italia sono partiti i Bandi per il Servizio Civile Nazionale che interessa, per il momento, solo le Volontarie dai 18 ai 26 anni (dal 2004 saranno ammessi anche i ragazzi).
Il Progetto si prefigge di far nascere nuove professionalità nell’ambito del sociale, sviluppando l’attenzione ai più bisognosi, coltivando i valori della pace, della gratuità, della non violenza, interagendo in rete col territorio.
L’Ispettoria ha aderito già col primo Progetto regionale (Campania), partito il 1 settembre 2002, e sono in servizio attualmente 12 Volontarie presso le Comunità di Torre A., Castellammare, Portici, Napoli Don Bosco.
Tra gennaio e febbraio 2003, inoltre, partono tre Progetti regionali (Puglia, Campania, Calabria) con 71 Volontarie in 25 Comunità educative dell’Ispettoria. I Progetti si titolano: “Un anno della tua vita a servizio dei minori con i salesiani” ed esprimono chiaramente l’impegno a prestare un vero e proprio “servizio alla Patria”, molto più utile, sicuramente, di altre forme che costano un occhio allo Stato. Il Progetto prevede anche momenti iniziali e momenti ricorrenti di formazione, a sostegno di una motivazione che ha bisogno di essere approfondita giorno dopo giorno.
Da questa prima esperienza sono innegabili i vantaggi che prima di tutto vengono alle interessate, la maggior parte delle quali già ha espresso un orientamento di vita (per esempio, con la scelta universitaria) di voler essere di aiuto ai più bisognosi. C’è anche chi si prepara ad una scelta più radicale, per esempio con l’esperienza missionaria. Intanto sempre più le candidate non provengono dai nostri ambienti: infatti, hanno appreso del bando attraverso internet e sono desiderose di conoscere lo stile educativo dei Salesiani.
È, questa, una responsabilità che ci interpella.
È, un modo come andare fuori dei cancelli, in risposta a domande precise di formazione e di senso di vita.
È un rivedere il nostro essere tra i giovani con forme nuove che passano anche attraverso le opportunità che ci offre lo Stato.

a cura della Segreteria Ufficio ispettoriale Emarginazione.



 

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FxA: stage di formazione degli animatori
GIOVANI, MASS MEDIA E CULTURA
Gli animatori e il mondo dei media

Cosa sono i media? Quale il loro senso? Che rapporto hanno con la società e la cultura? Quale influenza hanno nell’educazione?
Questi sono gli interrogativi che hanno guidato i 47 giovani animatori delle tre ispettorie salesiane del meridione (IMe SdB, INa e IMe FMA) nel corso dello stage inter-ispettoriale tenutosi a Santeramo in Colle dal 1° al 3 novembre.
Lo stage ha avuto l’obiettivo di aiutare gli animatori ad accostare la realtà dei media scoprendone le caratteristiche e i modelli di società e di cultura che ne derivano. Il corso di specializzazione, previsto nell’iter del piano di Formazione per Animatori delle Ispettorie, è stato organizzato dall’èquipes congiunte di pastorale giovanile della nostra ispettoria avvalendosi delle competenze specifiche di d. Donato Lacedonio e di d. Mimmo Alvati.
Ha introdotto i lavori un’approfondita conoscenza dell’evoluzione storica dei media e del loro impatto sulla società e la cultura evidenziando le problematiche e le prospettive, i timori e le speranze che tali mezzi offrono. Sono seguiti alcuni laboratori sui linguaggi specifici.
Don Donato ha guidato i giovani animatori attraverso il mondo della televisione, del cinema e dell’informazione giornalistica. Le strutture, le logiche di potere e di gestione, i linguaggi specifici hanno affascinato i partecipanti i quali non hanno risparmiato domande, approfondimenti, e riferimenti al proprio vissuto. Nel corso della prima serata è stato proiettato, in continuità con il discorso cinematografico, il film Train de vie di Radu Mihaileanu (1997). Il lungometraggio, presentandosi come un’opera dai molteplici piani semantici, ha offerto l’opportunità di approfondimento e di riflessione.
Don Mimmo Alvati ha curato i linguaggi della musica e della radio. I giovani animatori hanno scoperto nei testi delle canzoni, nella musica e nelle atmosfere del sonoro un nuovo universo ricco di sensazioni e fortemente significativo. Una attenzione particolare è stata dedicata all’analisi di una puntata di «Alcatraz»: trasmissione radiofonica di grande successo a cura di Diego Cugia, in onda su Radio2 alcuni mesi fa.
La domenica mattina i giovani animatori hanno scelto un laboratorio di approfondimento tra i due proposti: l’animazione musicale e il linguaggio pubblicitario.
I giorni vissuti a Santeramo non sono stati caratterizzati dai soli mass media!
I giovani animatori, già favoriti dalle esperienze ispettoriali precedenti, hanno immediatamente costruito un clima di simpatia, serenità e lavoro lasciandosi guidare nei vari momenti previsti dallo stage.
Il due novembre, commemorazione dei defunti, è stato vissuto con stile salesiano. La celebrazione eucaristica ha visto molti giovani animatori stringersi attorno all’altare per ricordare al Signore i propri cari defunti. È stato bello nel memento della preghiera eucaristica sentire i nomi di alcuni salesiani e suore cari alla memoria dei giovani. In modo particolare è stata ricordata Betty, la giovane animatrice di Taranto scomparsa tragicamente la scorsa estate. In serata, per accogliere l’invito del Santo Padre in quest’anno del Rosario, i giovani e i loro animatori hanno pregato il rosario meditato con stile giovanile. Ogni mistero è stato commentato da una provocazione tematica presentata con un linguaggio mediale diverso. Al termine la distribuzione delle castagne e un momento di fraternità.
Lo stage si concluso con la celebrazione eucaristica presieduta da don Mimmo Alvati.
Il bilancio della tre giorni di full immersion sui media è stato positivo sia per gli organizzatori che per i giovani animatori che hanno manifestato il desiderio di ulteriori approfondimenti sull’argomento.

L’èquipe di PG IMe


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FORMAZIONE

Dopo il CG25
IL DIRETTORE
Incontro di formazione
per Direttori e Consiglieri ispettoriali

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Dopo il CG25
IL DIRETTORE
Incontro di formazione
per Direttori e Consiglieri ispettoriali


Mi sembra importante fare emergere le domande che sono presenti nel vissuto personale del direttore e riflettere sulle sfide che egli trova nel esercizio del suo servizio di autorità all'interno della comunità. Il vissuto con le sue domande e con le sue sfide può essere diverso per ognuno di noi: ci può essere passione, progettualità, coinvolgimento oppure demotivazione, scoraggiamento. senso di solitudine. Noi siamo qui in questi giorni con le nostre attese e le nostre incertezze, con le nostre speranze e i nostri dubbi.
Ieri sera sono state presentate alcune esperienze di direttori nello svolgimento del loro servizio alla comunità. Ognuno di noi ha visto analogie e differenze con il proprio vissuto. Oggi nel secondo tempo di lavoro avremo un confronto a gruppi sulla nostra esperienza di direttori in questo momento storico che la Congregazione e la Regione Italia e Medio Oriente stanno vivendo. La prospettiva ed il clima dell'incontro ci chiedono di mettere in gioco noi stessi come direttori, esercitando il discernimento sulla nostra vita, sul nostro stile, sul nostro compito e realizzando la condivisione del nostro vissuto.
II CG25 ci ha insegnato a non fermarci subito sull'analisi della situazione delle nostre comunità e quindi sulla valutazione del nostro compito come direttori nella comunità. Le resistenze e le difficoltà potrebbero farci smarrire e le lunghe analisi potrebbero indurci ad ulteriori riflessioni. Questo è il momento per intravedere la chiamata di Dio: a che cosa Dio mi chiama nell'animazione della mia comunità, nella vicinanza ai confratelli, nello slancio evangelizzatore, nell'esperienza spirituale? Il primo momento è percepire e vivere l'esperienza spirituale, che mi è offerta attraverso l'esercizio di questo servizio.
In questo intervento mi soffermerò perciò ad offrire una lettura della vita, dello stile e del compito del direttore, così come emergono dal CG25. Questa è la chiamata di Dio per noi oggi. Non farò una lettura incentrata sul direttore; il direttore vive nella sua comunità ed cammina insieme alla sua comunità, per realizzare una profonda esperienza spirituale, uria intensa vita fraterna ed un'audace azione pastorale. In questo conversazione vi offrirò una prospettiva prevalentemente formativa del CG25, non solo perché probabilmente non vi sarà presentata da altri; ma soprattutto perché mi sembra che questo Capitolo possa essere considerato come una "summa" della formazione permanente per la nostra Congregazione.


Una nuova comunità carismatica
A differenza del CG23 e del CG24, che avevano parlato della comunità salesiana come luogo strategico per l'educazione alla fede dei giovani e per il coinvolgimento dei laici, il Capitolo Generale 25 ha voluto mettere la comunità con tutte le sue caratteristiche e dinamiche al centro della riflessione. La comunità è considerata come soggetto, con la sua capacità di profezia evangelica, di comunione, di progettualità, di coinvolgimento di numerose forze ed in definitiva di evangelizzazione. Di fatto il modello di comunità che emerge dal CG25 è quello che fa riferimento alla nostra consacrazione apostolica, così come è espressa nell'articolo 3 delle Costituzioni. Si tratta di una "comunità carismatica", chiamata a realizzare, attraverso la grazia di unità, la sintesi vitale tra la vita fraterna, il primato di Dio e la sequela radicale di Cristo, la dedizione alla missione giovanile.
Nel discorso di chiusura del Capitolo il Rettor Maggiore sottolineava l'importanza dei soggetti: "Rivedendo il cammino percorso dalla Congregazione in questi trent'anni, si può notare che il cambiamento non è sempre stato lineare. Penso che la resistenza più forte non si è data per il rinnovamento delle Costituzioni o delle strutture di governo o della pratica pastorale, ma per il rinnovamento spirituale, che comporta una profonda conversione interiore. In questi anni di trasformazione si è venuta configurando una nuova forma di vita religiosa salesiana. Ormai abbiamo gli "otri nuovi": una nuova evangelizzazione, una nuova educazione, un nuovo modello pastorale, una nuova formazione. A poco a poco si è venuto anche producendo il "vino nuovo ": il nuovo evangelizzatore, il nuovo educatore, il nuovo soggetto pastorale, il nuovo salesiano" (CG25 190).
II CG 25 ci chiede di costruire una nuova comunità; si, proprio una nuova comunità, anche se ci sembra ripetitivo o retorico parlare di novità. Dice infatti sempre il Rettor Maggiore: "A volte ci sentiamo a disagio dinanzi all'uso dell'aggettivo "nuovo" per qualificare realtà che crediamo conosciute, soprattutto per le conseguenze pratiche che ciò comporta: la necessità di rinnovarci spiritualmente, di aggiornarci professionalmente, di qualificarci pedagogicamente. La novità proviene dalle situazioni, dai contesti, dai cambiamenti della realtà, dalla visione antropologica" (CG25 190). C'è bisogno di introdurre cambiamenti profondi nella vita della comunità e questi richiedono di raggiungere le persone in profondità e di aiutarne la crescita vocazionale. Ecco perché nel CG25 è prevalente la prospettiva della formazione..
Se vogliamo far crescere la comunità come soggetto e come novità, nessuno si deve sostituire alla comunità, con la scusa che essa è debole, non ha forze sufficienti, non ha consistenza. La linea di governo è quella di responsabilizzare la comunità, incoraggiarla, aiutarla, ma non permettere che essa deleghi i suoi compiti fondamentali. Nessuno può fare il cammino al suo posto. Il direttore è colui che aiuta, facilita, incoraggia, orienta, promuove la realizzazione di una nuova comunità. Esempi di alcune "comunità nuove" in ogni Ispettoria ci faranno dire che è possibile rifondare e rinnovare la comunità.
Il nostro itinerario parte ora da qui; per una nuova comunità occorre che essa sia disponibile ad acquisire nuovi apprendimenti, che diventi luogo di formazione, che assicuri alcune condizioni.


Nuovi apprendimenti della comunità
Per un rinnovamento e talvolta per una rifondazione della vita delle nostre comunità ci sono alcune realtà nuove da acquisire o alcuni impegni nuovi da assumere. Si tratta primariamente di apprendimenti spirituali e relazionali, in cui occorre curare gli atteggiamenti, le motivazioni, gli affetti, le abilità; solamente in questo modo si raggiunge la persona in profondità. Solo così si garantisce un rinnovamento radicale e non solo superficiale delle comunità.

Il discernimento comunitario
Ci sono testi del CG25 che parlano esplicitamente del discernimento comunitario come pratica da promuovere nella comunità, alla luce della Parola di Dio e delle Costituzioni. Il discernimento può essere evangelico, spirituale, pastorale; può essere personale o comunitario. Numerosi sono i passaggi che fanno riferimento alla pratica del discernimento comunitario; si è però consapevoli che senza l'esercizio del discernimento personale, non si possa realizzare il discernimento comunitario:
ci si domanda quali processi attivare per apprendere ed per esercitare il discernimento in comunità (CG25 13);
si chiede alla comunità di promuovere atteggiamenti che favoriscano l'esercizio del discernimento, in particolare l'apertura alla realtà in spirito di fede, la disponibilità al dialogo fraterno, la ricerca paziente della convergenza (CG25 15);
si sollecita la comunità a praticare il discernimento evangelico per aiutare il confratello a superare dispersione, frammentazione, individualismo (CG25 32);
ci si interroga su come possa la comunità attivare processi di discernimento e conversione pastorale e passare così da una pastorale di attività ed urgenze ad una pastorale di processi (CG25 44);
si propone alla comunità di abilitarsi ad operare secondo una mentalità progettuale, promovendo momenti di dialogo e di discernimento della volontà di Dio (CG25 73);
si indica alla comunità di favorire il suo rapporto con la CEP anche attraverso il discernimento dei segni dei tempi (CG2 581).
È soprattutto però attraverso il testo capitolare con i suoi cinque moduli operativi che il CG25 propone alla comunità salesiana una particolare metodologia di discernimento. La comunità salesiana è il soggetto principale di questi moduli; assumendo il Capitolo, la comunità è aiutata a praticare il discernimento in comunità nelle sue tre fondamentali tappe. Dice il Rettor Maggiore nel discorso di chiusura del CG25 a questo riguardo:
"La comunità "è invitata ad accogliere la chiamata che Dio le rivolge attraverso gli avvenimenti storici ed ecclesiali, le indicazioni della Parola di Dio e della nostra Regola di vita, gli appelli dei giovani, le necessità dei laici e della Famiglia Salesiana.
La comunità approfondisce poi la lettura della propria situazione, scoprendo le disponibilità e le resistenze, le risorse e le mancanze, le possibilità e i limiti. Essa impara inoltre a riconoscere le sfide fondamentali e ad affrontarle con coraggio e speranza; sa anche interrogarsi con domande appropriate, cui dare risposta.
Infine, la comunità si confronta con gli orientamenti operativi proposti e determina le condizioni per tradurli in pratica" (CG25 184).
Il discernimento, sia personale che comunitario, ha una solida base nelle nostre Costituzioni agli articoli 66, 44, 119, 69, 40; a riguardo di questo tema si può confrontare l'abbondante indice delle nostre Costituzioni. Solo però con il CG25 questa pratica viene proposta con forza; essa richiederà una riflessione organica ed una esperienza di esercizio.

La "lectio divina"
La comunità e il confratello sono invitati dal CG25 a dare un posto centrale alla Parola di Dio, mediante la "lectio divina", la meditazione quotidiana, la celebrazione Eucaristica quotidiana, la Liturgia del] ore, le celebrazioni della Parola, la preparazione in comunità dell'Eucaristia domenicale (CG25 31). Si evidenzia anche il bisogno che i confratelli hanno di un confronto personale con la Parola di Dio e il loro desiderio di condividerne i frutti in comunità (CG25 11, 14).
In particolare è proposta la lettura orante della Sacra Scrittura o più specificatamente la "lectio divina": essa, in forma personale e comunitaria, "sia favorita come strumento di crescita della vita della comunità e "scuola di preghiera" per i confratelli, i laici e i giovani, specialmente nei tempi forti dell'anno liturgico" (CG25 61, 47, 73). Tale lettura orante non è ancora diffusa nella vita spirituale delle nostre comunità e neppure nella nostra pratica pastorale.
Se c'è bisogno di una ulteriore motivazione per l'impegno di assumere tale pratica, oltre a ricordare la Costituzione apostolica "Dei Verbum " al numero 25, si può andare a confrontare l'Esortazione apostolica "Vita consacrata" al numero 94, l'Esortazione apostolica "Novo millennio lneunte " al numero 39 e l'ultimo testo della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata "Ripartire da Cristo " al numero 24.
L'interessante infine osservare come il Rettor Maggiore nel suo discorso di chiusura del CG25 proponga una lettura orante, spirituale e pastorale della Sacra Scrittura, mentre ci invita a "Prendere il largo": "L'episodio evangelico della pesca prodigiosa. presentato dalla "Novo millennio lneunte" e ripreso dall'ultima Strenna di don Vecchi, diventa un simbolo della ripresa del nostro cammino a conclusione del Capitolo Generale 25.
Possiamo aver sperimentato anche noi, talvolta, la fatica inutile del nostro lavoro. Il Signore Gesù ancora oggi ci invita a "prendere il largo", a rinnovare il nostro impegno di gettare la rete, a tentare nuovamente anche se abbiamo più volte sperimentato l'inefficacia. È questa l'ora del coraggio! Bisogna spingersi in mare aperto, affrontando le sfide di oggi, ed occorre andare verso le acque profonde, coltivando un'intensa esperienza spirituale e favorendo la qualità della nostra azione.
Ciò che ci sollecita a tentare nuovamente è la Fiducia nel Signore Gesù: sulla sua parola getteremo ancora la nostra rete. È questa l'ora della speranza! Il tempo che stiamo vivendo è proiettato verso le grandi responsabilità che ci attendono, verso l'avventura gioiosa di calare ancora le reti per la pesca e di sperimentare la potenza della Parola di Dio. Siamo certi che il Signore Gesù saprà ancora stupirci con la sua fedeltà e le sue sorprese.
Dove ci sono grandi sfide, occorre il coraggio e la speranza della comunità. Le vie nuove e i compiti ardui dell'evangelizzazione potranno essere affrontati da comunità, che intraprendono una radicale conversione pastorale e vivono una profonda esperienza spirituale. Coraggio e speranza sono le espressioni più eloquenti della profezia delle nostre comunità.
Non ci sfugga il fatto che nell'episodio evangelico il gesto gratuito della pesca sorprendente non ha altra finalità, se non quella di suscitare la fede e di provocare alla sequela. Di fronte al gesto sovrabbondante di Gesù e dopo l'invito: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini». i primi discepoli lasciarono tutto e lo seguirono (cf. Lc. 5, 1-11).
Essi saranno così coinvolti nella stessa missione e nello stesso destino di Gesù: la chiamata definitiva di tutti ad accogliere il Regno. 1 gesti sorprendenti e sovrabbondanti di coraggio e di speranza delle nostre comunità provocano la risposta vocazionale dei giovani; la testimonianza profetica della comunità ancora oggi sarà capace di suscitare giovani disponibili a condividere il progetto di vita di don Bosco: "Da mihi animas; coetera tolle " (CG25 197).

La condivisione della vita e del vissuto
Secondo il CG25 nella vita fraterna delle nostre comunità si rilevano la crescita nel rispetto della persona del confratello, nella stima vicendevole e nella qualità dei rapporti interpersonali: si ha una comunicazione più profonda; la condivisione della vita e del vissuto è più sentita e ricercata dai confratelli. C'è il desiderio di condividere anche il confronto con la Parola di Dio (CG25 11).
Si riscontrano però anche difficoltà nella comunicazione interpersonale; ci sono talvolta modelli relazionali inadeguati, che indeboliscono il senso di appartenenza alla comunità e compromettono il clima fraterno; si sente il bisogno di migliorare la comunicazione e di qualificare i rapporti personali (CG25 13).
Sono indicate infine alcune strade da percorrere per creare l'apertura all'altro e la disponibilità alla condivisione: "manifestare la ricchezza dei sentimenti del proprio vissuto interiore; condividere preoccupazioni e problemi, progetti ed attività educative pastorali; praticare l'ascolto, il dialogo, l'accettazione delle differenze e la correzione fraterna" (CG25 15). Si può giungere così allo scambio delle proprie esperienze di fede. alla comunicazione spirituale, alla revisione di vita sulle Costituzioni, al discernimento spirituale e pastorale, al superamento dell'inerzia di relazioni formali o funzionali, alla comunicazione semplice e fraterna (CG25 15 e 61).
Anche questa, come il discernimento e la "lectio divina", è una strada nuova da percorrere, che ci domanda di tener conto del vissuto esperienziale soggettivo di ogni confratello e che ci propone di facilitare la comunicazione comunitaria proprio a partire da esso.

Altri apprendimenti
Fino a qui mi sono limitato ad evidenziare alcuni aspetti che la comunità deve far crescere: ma si potrebbe parlare anche di altri ambiti di formazione;. per esempio secondo il CG 25 è importante acquisire alcuni apprendimenti spirituali. La comunità infatti è il luogo in cui impariamo a:
dare il primato a Dio nella nostra vita personale e nella vita della comunità (CG25 31)
vivere la grazia di unità e tradurla anche nella vita della comunità (CG25 32);
esprimere con stili di vita più trasparenti la sequela radicale di Cristo attraverso i consigli evangelici e come testimoniarne la portata antropologica (CG25 33-36).
Analogamente si potrebbero rilevare alcuni apprendimenti pastorali che toccano l'azione educativa pastorale della comunità. Anche in questo caso si tratta di imparare:
come superare una pastorale di attività o di urgenze e realizzare una pastorale di progetti e di processi (CG25 47);
come costruire ambienti di forte impatto evangelico e di grande carica spirituale per i giovani (CG25 47);
come accompagnare personalmente ogni giovane ed aiutarlo nella scoperta della propria vocazione (CG25 48).


Comunità come luogo di formazione
La comunità è il luogo della crescita umana e vocazionale di ogni confratello, che impara insieme ai fratelli a raggiungere la maturità umana, ad accogliere in pienezza il dono della vocazione, a vivere le esigenze sempre nuove che la vocazione presenta (CG25 13, 15, 49).
Per questo la comunità diventa il luogo privilegiato di formazione permanente dei confratelli e della loro santificazione. La vita comunitaria diventa in se stessa formativa; come anche la vita della CEP, che ci spinge in dialogo con i giovani ed i laici ad aggiornare ed approfondire il nostro impegno vocazionale (CG25 49 e 50).
“Ogni confratello educa le proprie capacità di relazione, convinto della stretta connessione che esiste tra maturazione del singolo e della comunità. Ci sentiamo, perciò, tutti impegnati a non trascurare quanto facilita i processi di crescita individuale e comunitaria” (CG25 10).
Per aiutare la comunità a svilupparsi come luogo di crescita vocazionale e di formazione, si privilegiano alcune vie.

La qualità della vita quotidiana
La comunità "cura i momenti specifici della vita comunitaria: la preghiera comune, le assemblee, i ritiri, la revisione di vita, gli scrutini, i consigli, i tempi di distensione, la giornata della comunità" (CG25 15). "Siano valorizzati la giornata della comunità e i vari raduni comunitari. Queste occasioni siano adeguatamente preparate e programmate, in modo che diventino una opportunità efficace di crescita spirituale e di condivisione delle proprie esperienze personali" (CG25 61).
Secondo il CG25 la comunità valorizza il vissuto quotidiano nei seguenti modi:
"animando la comunità ad una spiritualità di comunione, prerequisito di ogni collaborazione e condivisione;
coinvolgendo tutte le risorse della comunità in vista della missione comune;
favorendo la crescita dell'identità religiosa attraverso i momenti comunitari, e in particolare gli incontri di programmazione e di verifica, le assemblee comunitarie, la giornata della comunità;
aiutando i confratelli a trovare tempi e ritmi giusti per superare l'attivismo e la superficialità e programmando con cura momenti per lo studio, la lettura personale, la riflessione comunitaria, la condivisione, la preghiera, la ricreazione e il riposo" (CG25 58).
È interessante notare ciò che in modo più organico dice la "Ratio " a proposito del dare qualità formativa all'impegno quotidiano. Essa è una linea strategica della metodologia salesiana. Don Bosco attribuiva valore educativo agli impegni di ogni giorno, nel cortile e nella scuola, nella comunità e nella chiesa, alla maniera di vedere e di leggere gli avvenimenti, di rispondere alla situazione dei giovani, della Chiesa e della società. In particolare hanno grande rilevanza formativa: la presenza tra i giovani, il lavorare insieme, la comunicazione, i rapporti interpersonali, il contesto socio culturale (FSDB 251 - 257).
La responsabilità del confratello
Si sente innanzitutto l'esigenza di abilitare ogni confratello alla responsabilità personale nella propria formazione. Nella formazione permanente oggi la prima risorsa è l’autoformazione: Il Capitolo dice che occorre "migliorare l'impegno di tutta la comunità nella formazione:
abilitando i confratelli in formazione iniziale ad acquisire le convinzioni e gli atteggiamenti necessari per la formazione permanente;
coinvolgendo tutti i confratelli in quei processi che promuovono il confronto, il dialogo, la ricerca: programmazione comunitaria, verifica sistematica della vita e dell'azione della comunità;
incoraggiando e accompagnando ogni confratello nell'impegno per la propria formazione mediante il progetto personale di vita" (CG25 56).
Si tratta poi di "privilegiare alcuni ambiti di formazione:
la maturazione umana, specialmente quella affettiva;
l'identità vocazionale cristiana e salesiana;
la comprensione e l'apprezzamento del Sistema Preventivo come via di santità salesiana; l'abilitazione a lavorare in équipe, anche con i laici, ed a formulare progetti e individuare processi;
la conoscenza del contesto culturale e della realtà giovanile, per la inculturazione dei valori evangelici e del carisma salesiano" (CG25 57).
Si propongono alcuni mezzi di formazione personale, tra cui principalmente il Progetto personale di vita.
"Il confratello dia la priorità ai tempi di preghiera, di riflessione personale e di ritiro, alla giornata settimanale della comunità e ai raduni per la programmazione e la verifica.
Valorizzi la direzione spirituale, sia personale che comunitaria.
Sviluppi, anche con l'aiuto delle scienze umane, le capacità e gli atteggiamenti di autoconoscenza e di autostima.
Il progetto personale di vita può diventare argomento del colloquio col direttore" (CG25 62).

Il ruolo del direttore
In questa situazione di rinnovamento della comunità salesiana il ruolo del direttore risulta centrale; egli, "padre, maestro, fratello ed amico, è riconosciuto e sostenuto dai confratelli come il punto di riferimento nel vissuto quotidiano, e animatore della loro fedeltà e crescita vocazionale. Egli unisce, guida ed incoraggia tutta la comunità a vivere in profondità la propria vocazione alla santità nello spirito di Don Bosco" (CG25 52).
Il suo primo compito è l'animazione della comunità, corresponsabilizzando e coinvolgendo in questo i confratelli; difficile è armonizzare i suoi compiti; è una figura centrale nell'unità della comunità e della presenza salesiana. Non bisogna mettersi nella prospettiva della impossibilità della realizzazione del suo ruolo, ma cercarne le condizioni di possibilità. Il primo compito del direttore è di animare la comunità nella carità (“studia di farti amare”). facendo attenzione ai confratelli, particolarmente i più fragili e quelli in formazione iniziale. L'esercizio del suo ministero, nella situazione odierna, richiede che egli tenga conto della scala gerarchica dei suoi compiti: servitore dell'unità e dell'identità salesiana, maestro e guida pastorale, orientatore degli impegni di educazione, gestore dell'opera" (CG25 64).
Più volte si sottolinea l'attenzione al singolo confratello, favorendo la ripresa del colloquio: "Il direttore, sensibile alle necessità dei confratelli e in dialogo con loro. s'impegna a favorire e promuovere il modo più consono di fare il "colloquio'", pronto a fare il primo passo" (CG25 65).
Egli realizza oggi una triplice concentrazione carismatica: spirituale, fraterna e pastorale. egli mette in esercizio nella comunità il suo ministero presbiterale: "Profondamente segnato dal carattere sacerdotale, lo traduce quotidianamente nel ministero della parola. della santificazione e dell'animazione" (CG25 64). Interessante è ciò che diceva don Vecchi nella lettera di convocazione del CG25:
"L'animazione della comunità salesiana è affidata alla corresponsabilità comunitaria; ma l'adeguato funzionamento di tale corresponsabilità ha nel direttore il suo punto di riferimento principale. Perciò la qualità della direzione è sentita dalle Ispettorie come un elemento strategico per la vita delle comunità in ogni senso.
Il CG21 ci ha offerto una gerarchizzazione delle funzioni e responsabilità del direttore salesiano. Ha collocato al primo posto quella di essere servitore dell'unità e dell'identità salesiana. Poi lo ha indicato come guida pastorale nella missione salesiana e nell'orientare gli impegni di educazione. Infine il direttore è il primo responsabile della gestione globale dell'opera (Cf. CG21, 52).
Nel manuale del direttore salesiano si afferma che il primo compito del direttore e quello di destare nei singoli la consapevolezza di ciò che sono; di fare emergere le capacità ed i carismi; di aiutarli a tenere desto lo spirito della vita teologale... in una parola, di creare il clima e le condizioni adatte perché ogni salesiano, in piena docilità alla grazia, possa maturare nell'identità della propria vocazione (Cf. Il direttore salesiano, Roma 1986, n. 105).
In questa responsabilità il direttore è aiutato dal Consiglio (Cf. Cost. 178) ed in modo speciale dal vicario (Cf'. Cost. 183). Insieme curano l'animazione spirituale e pastorale e coordinano l'amministrazione della comunità e dell'opera.
Negli ultimi anni la realizzazione di questo ministero si è fatta sempre più complessa e difficile, con il rischio che funzioni marginali sovrastino quelle più decisive dal punto di vista religioso e pastorale. Per questo molte Ispettorie domandano una riflessione pratica che indichi vie concrete per aiutare i direttori salesiani a priorizzare i ruoli fondamentali del loro ministero.
Mi sento di affermare, da testimone, che negli ultimi anni, proprio a causa della nuova situazione della vita consacrata, della vita comunitaria, della numerosa presenza di laici e delle condizioni del lavoro educativo, si è sentita l'urgenza di una triplice ulteriore concentrazione nel ruolo del direttore: concentrazione che richiede sensibilità, attenzione, capacità di intervento.
C’è una concentrazione carismatica che risponde all'oggi della vita consacrata. Il direttore, superiore religioso, deve essere capace di spiegare, di illuminare, di orientare, di animare la vita consacrata salesiana, di aiutare a viverne il senso umano e cristiano degli impegni ed a capire che cosa vuol dire seguire Gesù Cristo sulla traccia di Don Bosco.
Oggi si sente il bisogno di animatori carismatici, che mantengano vivi la coscienza e l'entusiasmo della propria scelta vocazionale nei confratelli e nelle comunità. La concentrazione carismatica riguarda la cura e l'approfondimento dello spirito salesiano e delle sue caratteristiche.
C'è poi una concentrazione pastorale: il direttore, con il suo Consiglio e con la comunità, guida tutta l'opera verso gli obiettivi di evangelizzazione, anche quelli più qualificati.
Compiti e ruoli educativi e gestionali, assunti da persone diverse, devono convergere quanto ad obiettivi e stile sulla formazione alla fede di ogni singolo giovane e sulla creazione di un ambiente in cui si manifestano immediatamente valori umani e religiosi.
Non ci si deve accontentare del minimo. Vanno curati coloro che rispondono all'invito della fede o che presentano segni di vocazione. Tutto questo richiede che il direttore entusiasmi, orienti, precisi, ridimensioni, faccia presenti continuamente le condizioni perché la missione venga adempiuta.
Vi è la terza concentrazione: la concentrazione fraterna, cioè la dedizione ad animare i rapporti, il dialogo, la corresponsabilità: una dimensione molto sentita oggi. Dal punto di vista vocazionale si è visto che i giovani sono attirati dalla fraternità. Essi non mostrano particolare interesse nel fare parte di comunità che siano solo gruppi di intenso lavoro. Non sono attratti da questo. Si domandano con chi e come vivranno. La fraternità dunque sta risultando determinante, e l'animazione delle sue diverse manifestazioni viene affidata alle cure del direttore.
Per realizzare ciò, il direttore mette in gioco il suo carisma sacerdotale.
Le Costituzioni dicono che il direttore deve essere sacerdote (cf. Cost. 121). Non vuol dire semplicemente che deve avere il requisito giuridico dell'ordinazione sacerdotale; ma che il direttore esercita il sacerdozio nella e per la sua comunità religiosa ed educativa. Cioè deve in essa offrire il dono e il ministero della parola. Deve far fruttificare il dono e il ruolo della santificazione attraverso l'amicizia, l'animazione spirituale fimo ai sacramenti. Deve reggere e orientare la comunità verso Cristo, unificandola in Lui.
Non c'è bisogno che un direttore attenda il fine settimana per potere fare il prete nella parrocchia. Egli fa il prete nella sua comunità educativa. Questa è la sua parrocchia e la sua Chiesa. Lì deve fare l'offerta della Parola di Dio in molte forme: il consiglio, l'incontro, il buon giorno, la buona notte, la scuola e tante altre" (ACG 372).


Condizioni formative per la comunità
Affinché la comunità possa diventare nuova, realizzare nuovi apprendimenti ed essere luogo di crescita vocazionale e di formazione, occorre assicurare alcune condizioni formative.

La consistenza quantitativa e qualitativa della comunità
"La consistenza qualitativa e quantitativa della comunità salesiana è condizione fondamentale affinché ogni comunità renda possibile l'esperienza di vita fraterna, di testimonianza evangelica, di presenza animatrice tra i giovani, di formazione permanente, e realizzi in modo significativo il suo compito animatore nella CEP, secondo il modello operativo descritto dal CG24" (CG25 75).
Il CG25 ai numeri 76 e 77 offre alcune indicazioni per affrontare concretamente questo problema, in particolare chiede all'Ispettore di:
curare l'equilibrio tra le nuove frontiere e il consolidamento o ridimensionamento delle presenze attuali;
promuovere la coscienza della missione comune attraverso la formazione permanente ed il funzionamento degli organismi della comunità;
avere un piano ispettoriale che permetta di giungere in tempi ragionevoli ad una vita comunitaria significativa, alla luce degli articoli 20 e 150 dei nostri Regolamenti;
avere già una garanzia di una adeguata consistenza quantitativa e qualitativa nell'iniziare nuove comunità.
Il Rettor Maggiore nel discorso di chiusura ha posto questo aspetto come uno dei cinque punti strategici: "La qualità della vita di comunione e l'azione educativa e pastorale richiedono una consistenza quantitativa e qualitativa della comunità salesiana. Tutte le proposte per rendere formativo il quotidiano e migliorare la qualità della metodologia, dei contenuti e delle attività si scontrano con le possibilità reali della comunità. Per noi la vita fraterna in comunità è un elemento della nostra consacrazione apostolica e quindi della professione religiosa (cf. Cost. 3 e 24), insieme alla sequela di Cristo obbediente, povero e casto e alla missione. Essa è anche l'ambito in cui siamo chiamati a vivere l'esperienza spirituale, la missione e i consigli evangelici. Non possiamo perciò continuare con la pretesa di voler risolvere tutti i problemi, a scapito del carisma e della vita della comunità" (CG25 192).
A mio modo di vedere, non conviene parlare di "presenza" per indicare un gruppo di confratelli che non è canonicamente eretto in comunità; è preferibile usare l'espressione "residenza missionaria" (Reg. 20), perché presenza nel CG25 ha un altro significato. Inoltre conviene subito pensare a costituire un nuovo gruppo di confratelli come comunità, anche se essa non è regolare; occorre però la prospettiva concreta di raggiungere presto la "regolarità".

La scelta, la preparazione e l'accompagnamento del direttore
In una Ispettoria che non presenti una dispersione dei confratelli in piccole comunità, ma che abbia comunità consistenti, è più facile avere dei candidati direttori e quindi operare delle scelte. Talvolta ci si trova nell'impossibilità di avere buoni direttori e si hanno soluzioni di ripiego.
Il CG25 insiste soprattutto sulla scelta. sulla preparazione, sull'aiuto e sull'accompagnamento del Direttore
"Dinanzi alla molteplicità e alla delicatezza dei compiti del direttore, è di fondamentale importanza garantirgli una buona preparazione previa e continua, con contenuti e metodologie utili al suo servizio" (CG25 64).
"L'Ispettore assicura riunioni regolari dei direttori per la formazione, lo scambio di informazioni e l'intesa sulle attività e l'animazione ispettoriali" (CG25 65).
"A livello interispettoriale o regionale vengono organizzati corsi di preparazione e di aggiornamento per i direttori" (CG25 65).
"Il direttore, con l'aiuto dell'Ispettore, cerca di assicurarsi una adeguata preparazione. anche con l'utilizzo delle scienze umane" (CG25 65).
"Il direttore, oltre ad avere l'appoggio dell'Ispettore, sia coadiuvato e sostenuto da una valida figura di vicario e dalla cooperazione costante del suo Consiglio" (CG25 65).

Il Progetto della comunità salesiana
Un modo concreto per aiutare la comunità a convergere è la realizzazione del Progetto della Comunità stessa. Avremo una illustrazione specifica di tale aspetto; qui riporto solo un testo a sostegno di questo compito comunitario: "La comunità, con il coordinamento del direttore, all'inizio dell'anno elabora il progetto comunitario annuale, dove direttore e confratelli esprimono le proprie aspettative, condividono obiettivi e criteri di azione e programmano i momenti comunitari" (CG25 65). Nel Progetto della comunità salesiana una delle quattro parti poi riguarda la formazione nella comunità.

L'aiuto del Delegato ispettoriale di formazione
Il Delegato ispettoriale di formazione insieme alla Commissione ispettoriale di formazione ha un compito importante di aiuto nei confronti dell'Ispettore con il suo Consiglio e nei confronti delle comunità.
Un primo compito del Delegato ispettoriale di formazione riguarda il Progetto della comunità salesiana ed il Progetto personale di vita: "L'Ispettore e il suo Consiglio, attraverso la Commissione ispettoriale per la formazione (CIF), suggeriscono modalità ed offrono sussidi per elaborare il "progetto personale di vita salesiana" e il "Progetto di vita comunitaria salesiana" (CG25 16).
Nel CG25 al numero 60 si afferma inoltre:
"La Commissione ispettoriale per la formazione elabora il programma annuale per la formazione permanente, con attenzione speciale all'area affettiva e alla capacità di rapporti interpersonali.
Il delegato per la formazione coordina programmi specifici per rispondere ai bisogni di vari gruppi di confratelli, non trascurando gli ammalati e gli anziani, per aiutarli a vivere con serenità e spirito di fede la loro situazione.
L'Ispettore con il suo Consiglio cura l'elaborazione del progetta ispettoriale per la qualificazione del personale, d'intesa con la commissione della formazione ed in dialogo con i confratelli. Si preoccupa di dare il peso dovuto agli studi filosofici, pedagogici, teologici, salesiani, professionali e accademici".
Se pensiamo poi all'aiuto che il Delegato ispettoriale di formazione deve offrire alla Ispettoria nell'applicazione della "Ratio" i suoi compiti aumentano. Ne risulta una figura che deve essere irrobustita e che necessariamente deve far parte del Consiglio Ispettoriale. proprio per questo motivo in qualche Ispettoria il Vicario ispettoriale viene scelto come Delegato ispettoriale di formazione.


Conclusione
Ciò che vi ho proposto è come un quadro di riferimento, che può essere utile per delineare la strategia da realizzare e per individuare i processi da attivare.
Sono ora importanti due momenti, che coinvolgono direttamente ognuno di voi. A partire dalla chiamata che Dio ci rivolge attraverso il CG25, abbiamo ora due passi da svolgere
il momento esperienziale del discernimento sulla vita e della condivisione del vissuto: qui si tratta di comunicarci le risorse, le difficoltà e le sfide di fronte a questa chiamata;
il momento operativo della scelta dei passi e dei processi: qui si tratta di raggiungere una convergenza operativa nel cammino della Ispettoria.
Questo non è un esercizio accademico o formale; le dinamiche che nei vostri gruppi si creano sono già importanti per apprendere un nuovo modo di essere direttori. Anche i laboratori vi aiuteranno ad abilitarvi nel vostro compito.


Don Francesco Cereda
Consigliere generale
per la Formazione


 

 

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COMUNICAZIONE SOCIALE

La nuova pubblicazione musicale
SENTITE PARLA ANCORA
Canzoni per ripercorrere una storia
e proseguire il cammino


Il nuovo libro dell’Associazione Biblica Salesiana
RIPARTIRE DALLA PAROLA DI DIO
Uno strumento personale e comunitario
per avviare il cammino post-capitolare

 

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La nuova pubblicazione musicale
SENTITE PARLA ANCORA
Canzoni per ripercorrere una storia
e proseguire il cammino

Quando si è pensato a questo disco si aveva in mente, da parte dei curatori, una semplice raccolta di nuove canzoni su don Bosco al fine di rinnovare il repertorio in uso nei nostri ambienti. Nello scegliere il materiale, man mano che il lavoro procedeva, si è notato come le canzoni tracciassero quasi un itinerario che raccontava don Bosco. Sentite parla ancora non è una semplice “raccolta di canzoni”. Si presenta come un vero e proprio concept disc, con una struttura, una logica, un messaggio ben preciso.
La canzone d’incipit – Camminando insieme – introduce l’ascoltatore in un itinerario di quattro tappe che, Passo passo, lo porteranno a ripercorrere alcuni momenti della vita di don Bosco e l’invito a proseguire il cammino tracciato dalla spiritualità giovanile salesiana.
Si incontra Giovannino che, guidato dal sogno programmatico della sua vita (Un sogno da bambino), cattura l’attenzione, la simpatia e la stima dei suoi coetanei con giochi da saltimbanco (E magia sarà).
Il cammino passa per Chieri dove, negli anni della formazione, Giovanni si confronta con le scelte importanti della propria vita: cosa fare dopo gli studi? Don Cafasso lo aiuterà a definire il proprio progetto (Tu che sei di Dio...) e ad assumerlo come impegno personale, profondo ed autentico (Finchè avrò vita).
Si segue don Bosco per le strade di Torino, per i prati e i cortili di Valdocco dove si possono cogliere alcune istantanee: l’incontro con il piccolo Michele Rua (E faremo a metà) e Domenico Savio (Un abito per il Signore); la tragica malattia del ’41 (La sua vita continui); un momento di forte intimità non registrato dalle cronache, ma certamente presente nei sentimenti di mamma Margherita (Buona notte, figlio mio); lo slancio dei primi giovani che raccolsero l’invito a costruire una nuova congregazione (Oltre i limiti del mondo).
Il cammino di don Bosco non si è fermato il 31 gennaio 1888! Don Francesia esorta i ragazzi di Valdocco a superare il dolore per la scomparsa di un così grande Padre: Sentite parla ancora è il suo invito a non far cadere gli insegnamenti, l’esperienza e la forte carica spirituale di don Bosco.
La quarta tappa dell’itinerario proposto dal CD conduce idealmente per le strade del meridione e di tutto il mondo giovanile salesiano: ((anche solo) Con un sorriso, È il nostro momento, I nostri cuori cantano).
Sentite parla ancora, pur presentandosi con uno schema ben ordinato, non è un vero e proprio recital, ma … quasi un recital! Ogni canzone può essere tranquillamente estrapolata dalla raccolta e vivere in modo autonomo. Alcune sono utilizzabili per la celebrazione eucaristica e la preghiera giovanile, altre si presentano come canzoni tematiche, altre come inni per incontri di festa ed estate ragazzi, altre come… la fantasia e la creatività ispirano.
Le canzoni pur avendo una storia diversa sono accomunate dal fatto di essere frutto dell’incontro di ciascuno degli autori con don Bosco, dell’esperienza di lui nelle varie situazioni di vita e del desiderio di comunicare tutto ciò agli altri.
Sentite parla ancora musicalmente si presenta come un’opera composita… non poteva essere diversamente data la poliedricità dell’esperienza di don Bosco! La varietà sonora e poetica di Sentite parla ancora ha dato vita ad una rilettura musicale attuale e multicolore della vita di don Bosco, la cui unitarietà consiste proprio nel voler “riascoltare” parole, sentimenti e avvenimenti del santo torinese in una nuova rielaborazione artistica. L’album presenta diversi stili, dal pop al rock e al funky, con qualche ballata e qualche puntata sul classico come sul jazz&fusion. Il tutto è stato saggiamente amalgamato con un sound che si fa “sentire”, perché si è voluto suonare “realmente”, con musicisti e strumenti, classici e non, evitando al massimo di ricorrere alle sole tastiere ed effetti e quasi ricreando un’atmosfera da sala prova o cantinola dove si fa musica per un gruppo di amici.
Il risultato è un disco “suonato”, piacevole, che sembra dire: “Sentite? Canta ancora …”
Il CD può essere ulteriormente conosciuto ed approfondito visitando il sito, appositamente predisposto, www.sentiteparlancora.it, dove è possibile leggere i testi, ascoltare alcuni brevi demo in mp3, scoprire le contestualizzazioni storiche delle canzoni, l’utilizzo possibile dei brani, raggiungere i link per conoscere meglio la figura di don Bosco, l’ispettoria e quant’altro riguarda il progetto di questa raccolta.
La realizzazione di questo progetto, completamente prodotto dalla nostra Ispettoria, è stata possibile grazie ad un lungo e variegato lavoro di collaborazioni e di sinergie. Ci si è avvalsi dell’esperienza e della competenza di don Mimmo Alvati, che ha arricchito la raccolta con alcune sue canzoni. Gennaro Campochiaro, della CEP di Potenza, ha messo a disposizione alcune proprie canzoni. Gli arrangiamenti sono stati curati dal maestro Marco Della Gatta, cooperatore salesiano di Lecce, e le registrazioni, il missaggio e l’editing sono stati effettuati presso il Planet Music Studios di Ermanno Corrado di Supersano. Di notevole sostegno è stata la comunità salesiana di Lecce che ha ospitato le varie fasi di lavorazione.
Non pochi gli imprevisti che hanno rallentato il lavoro e spinto ad immediate riprogrammazioni. L’uscita di Sentite parla ancora, a cura della Elledici, è prevista per la prima metà di gennaio 2003.
Ci si augura che queste canzoni siano sempre più lievito per l’espressione giovanile e salesiana della nostra ispettoria, e che questo disco, al di là dei soliti cliché, possa veramente essere un passo in avanti verso una comunicazione dell’esperienza giovanile salesiana capace di confrontarsi alla pari con i modelli culturali propri del mondo in cui viviamo.
Il grazie dei curatori del progetto va a tutti coloro che hanno reso possibile questo sogno, in modo particolare a don Bosco per aver tracciato il cammino della santità giovanile salesiana e per non essersi mai stancato di camminare al nostro fianco.

Donato Lacedonio – Sergio Petrarca
coordinatori esecutivi del progetto


 

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Il nuovo libro dell’Associazione Biblica Salesiana
RIPARTIRE DALLA PAROLA DI DIO
Uno strumento personale e comunitario
per avviare il cammino post-capitolare

La presentazione del Rettor Maggiore

Sono appena rientrato dal viaggio alla Argentina e a Recife, in Brasile, e mi trovo ancora ricolmo delle belle immagini che hanno lasciato nella mia mente e nel mio cuore le celebrazioni, eventi e i molteplici incontri con Salesiani, membri della Famiglia Salesiana, e con giovani. Proprio nei raduni con questi, parecchie volte mi fu posta da loro la domanda sulle cose che io ritenevo più importanti nella mia vita. Credo di aver sempre risposto che ero molto riconoscente con Dio che, oltre al dono immenso della vita, mi avesse fatto tre grandi regali, la vocazione salesiana come identità, i giovani come missione, e lo studio della Sacra Scrittura come mezzo privilegiato.
Studiare la Parola è stato infatti per me non soltanto uno strumento per un servizio qualificato professionale come professore di Bibbia, ma soprattutto una scuola incomparabile per conoscere meglio Dio attraverso la sua Parola, quella incarnata nella storia e quella divenuta libro; una strada privilegiata per approfondire il mistero dell'uomo, il cui principio, cammino e meta si trova nel Dio rivelato nel Verbo; una chiave di lettura per interpretare la realtà che desta degli interrogativi in cerca di risposta; un dono, insomma, per il ministero che sono stato chiamato a svolgere.
Da questa prospettiva è naturale che valorizzi molto iniziative come il servizio reso dalla Associazione Biblica Salesiana (ABS) e, più concretamente, questo libro che raccoglie diversi articoli sul tema della comunità, la quale è convocata dalla Parola, come ricorda l'articolo 87 del nostro Progetto di Vita. La Parola di Dio è - e perciò dovrebbe diventare - il centro e il cuore del nostro cammino comune, la luce che illumina e accompagna nostre scelte, la sorgente viva da cui attingiamo ispirazione ed energia.
Sempre mi ha fatto impressione l'imperativo che riassume il libro del Deuteronomio: «Shemà lsrael», perché penso che in esso sia contenuta tutta la vocazione del popolo di Dio, che non è altra che ascoltare il suo Dio, obbedirlo, farsene discepolo, essere credente..., e diventare comunità.
Sono molto contento di trovare che nella recente Istruzione Ripartire da Cristo si indichi la Parola di Dio come il primo volto della contemplazione di Cristo. Vi leggiamo “E lì - nell' incontro con la Parola - che il Maestro si rivela. educa il cuore e la mente. E lì che si matura la visione di fede, imparando a guardare la realtà e gli avvenimenti con lo sguardo stesso di Dio, fino ad avere «il pensiero di Cristo» (1 Cor 2, 16)”... e più avanti: “La Parola di Dio è l'alimento per la vita, per la preghiera e per il cammino quotidiano, il principio di unificazione della comunità nell'unità di pensiero, l'ispirazione per il costante rinnovamento e per la creatività apostolica” (RdC, 24., sottolineature sono personali).
Nella presentazione dei Documenti Capitolari esortavo a prendere come vera fonte di ispirazione le citazioni degli Atti degli Apostoli messe all'inizio di ogni modulo operativo e a “cominciare a realizzare, proprio da qui, la «lectio divina», in modo da imparare a partire sempre della parola” (CG25, Presentazione 2.2 Pag.15).
Più esplicitamente, anche perché si tratta di un orientamento operativo, parlando del primato di Dio e condivisione dell'esperienza spirituale, leggiamo: “La comunità, sull'esempio di Maria, si impegna a mettere Dio come centro unificante suo essere ed a sviluppare la dimensione comunitaria della vita spirituale, favorendo la centralità della Parola di Dio nella vita comunitaria e personale, mediante la lectio divina...” (CG25, 31).
Penso che il libro Parola e comunità, che ci offrono i nostri confratelli biblisti, può offrire l'approfondimento di cui abbiamo bisogno per ridare slancio, senso, bellezza alla nostra vita comunitaria.
Ringrazio i coautori dello sforzo fatto per fare una lettura biblica della nostra comunità salesiana, mi auguro che il libro sia ben accolto, apprezzato e letto, perché la Parola di Dio “faccia di ogni comunità casa e scuola di comunione”.
Don Pascual Chàvez V.
Rettore Maggiore







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STORIA

Viaggio lungo le strade della nostra storia
UN CENTENARIO
CHE NON VERRÀ CELEBRATO

La casa di San Severo
Parte II



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Viaggio lungo le strade della nostra storia
UN CENTENARIO
CHE NON VERRÀ CELEBRATO

La casa di San Severo
Parte II

Come già detto, l’annoso antefatto di San Severo sfocia, il 20 ottobre 1905, nell’ arrivo di d. Ermidoro Caramaschi e del ch. Michele Matassa per aprire la casa intitolata “Beata Vergine del Soccorso”, particolare devozione della città.
E qui bisogna rilevare che di frequente gli inizi, specialmente se seguono ad un itinerario laborioso, possono facilmente essere connotati, da una parte, da una certa aura di poetico entusiasmo e, dall’altra, da immancabili e notevoli sacrifici, che possono metterne alla prova la serenità.
Per i benefattori, infatti, che hanno lavorato con innegabile sforzo e dedizione – ma anche con possibile poca chiarezza di pratica visione delle cose e magari involontariamente condizionati, il realizzato sembra il meglio possibile e immaginabile.
Per i pionieri, poi, che possono essere stati influenzati dai loro ottimistici e comprensibili entusiasmi, l’impatto pratico può essere anche deludente se non disarmante.
A San Severo, nonostante il divario fra aspettative e realtà, si ebbe un buon equilibrio.
Le ultime in esistenze presso Don Rua dicevano: «qui la casa è pronta, ci manca chi l’abiti» (d. Fr. Sav. Nardella) e «io ho adempiuto ed ho finito di costruire il pezzo di fabbricato… con bel terreno annesso… Ora essendo completo, ha bisogno degli abitatori» (donna Assunta Fraccacreta).
A fronte di queste espressioni, la prima pagina della stringatissima “Cronaca” locale reca: «1905, 25 ottobre. Arriva il Direttore D. Ermidoro Caramaschi per aprire la Casa. È ospite di donna Assunta Fraccacreta per 16 giorni, finché la Casa sia provvista del necessario».
È interessante come d. Tommaso Stile, abitualmente buon testimone, presenta la cosa (“I primi venticinque anni dell’Ispettoria Napoletana”).
«Poche case iniziavano la loro attività, richiamandosi a tempi eroici del primo oratorio, come quella di San Severo. D. Caramaschi trovò soltanto le mura della casa letteralmente spoglia e […] dovette dimorare in casa della benefattrice […]».
Tuttavia, collaborando tutti concordemente, si potè cominciare ad allestire in un salone al pian terreno del nuovo edificio e dotato di un altarino di legno, la prima Cappella, centro e cuore dell’oratorio.
Questa, con l’intervento del Vescovo Mons. Emmanuele Merra latore anche di un telegramma augurale del Papa, fu benedetta il 13 novembre, a meno di un mese dall’arrivo dei due salesiani.
Tale data può essere considerata come l’inizio, a tempo di record, della loro attività, sia pur ancora necessariamente limitata.
L’oratorio attecchì subito a confronto ed incoraggiamento degli ammirati benefattori.
D. Caramaschi, quindi, ebbe buon gioco a spiegare ai numerosi intervenuti all’inaugarazione che l’impegno di donna Assunta era limitato alla costruzione muraria, mentre l’arredamento per l’entrata in funzione delle attività restava affidato all’industria dei salesiani e dei collaboratori che avessero saputo suscitare.
E la corrispondenza fu pronta e generosa. Anche perché la figura mite e pia di D. Caramaschi e l’evidente forza della sua fede avevano fatto presa sull’uditorio.
Ma come si era giunti al passo conclusivo e chi erano i protagonisti salesiani?
Intanto, bisogna ricordare che nel 1902, nel quadro di ampia ristrutturazione delle circoscrizioni territoriali – o Ispettorie -, la predilezione e profetica fiducia di Don Rua verso il Mezzogiorno fecero nascere la “Ispettoria Napoletana di S. Gennaro”, anche se essa ebbe vita autonoma l’anno seguente, con sede provvisoria a Portici in attesa che si attrezzasse per essa la Casa adi Napoli.
Comprendeva le cinque Case di Castellamare, Caserta, Napoli-Vomero, Alvito, Corigliano d’Otranto, alle quali si aggiunse prontamente quella di Portici, già completamente attrezzata.
Primo Ispettore fu d. Giuseppe Scappini, che era fiancheggiato da d. Ermidoro Caramaschi, quale Segretario e tutto il resto.
La sede provvisoria funzionò per due anni finché, proprio nel 1905, fu trasferita.
Ed è intuitivo che la giovane Ispettoria avesse voglia di crescere e di dimostrare potenzialità dinamiche.
Così avvenne che Don Rua, pressato dalle insistenze sanseveresi, mandò disposizioni a d. Scappini perché accontentasse, anche a costo di gravi sacrifici, il Vescovo ed i Cooperatori di San Severo.
E l’Ispettore eseguì fedelmente, cominciando con il privarsi del suo segretario.
Si può ora venire ai protagonisti per far loro onore.

D. Giuseppe Scappini, lombardo di nascita (1845), aveva studiato all’oratorio di Torino sotto lo sguardo di Don Bosco e quel clima incandescente favorì il suo assecondare la chiamata del Signore. Tuttavia optò per il Clero diocesano, entrando nel seminario di Tortona.
Ma Don Bosco e la salesianità gli mancavano: si era forgiato a quella scuola e quella doveva essere la via della sua vita.
Tornò a Torino nel 1872 venne ordinato sacerdote salesiano.
Dopo soli cinque anni, quindi ne aveva 32, Don Bosco lo incarico di una delicatissima missione ecclesiale di cui era stato richiesto dal Papa Pio IX ed egli lo svolse encomiabilmente e con incisiva efficacia.
Assolto questo compito, tornò alle abituali mansioni salesiane, con responsabilità varie, ma sempre delicate.
Finché nel 1903 la fiducia di Don Rua affidò a lui, ormai sessantenne, la cura della neonata Ispettoria Napoletana.
E lui, primo Ispettore dedicandosi con ardore giovanile e profondendovi le sue virtù ed esperienze, la fece mirabilmente prosperare in numero ed attività di opere.
Venendo a declinare le sue energie, fu fatto tornare a Portici, sua prima sede nel Sud e divenuta ormai vivaio di vocazioni salesiane; vi dedicò gli ultimi radiosi raggi del suo zelo santo ed industre, pur se i bagliori della guerra ’15-’18 rendevano complessa la situazione.
Da qui, il 3 marzo 1918, andò a raggiungere Don Bosco e Don Rua, che l’avevano tenuto particolarmente caro e dai quali, in spirito di venerazione, era stato fedelissimo collaboratore.

D. Ermidaro Caramaschi, era anch’egli di nascita lombarda (1875) fu alunno all‘Oratorio di Torino e poi entrò nel Noviziato di Ivrea e seguì il percorso formati o salesiano fino all’Ordinazione sacerdotale.
Designato Segretario di d. Scappini, primo ispettore della nuova Ispettoria Napoletana, lo precedette a Portici di alcun tempo prendendo possesso inaugurale della nuora Casa.
Era affidato, essendo da solo, alle cure dell’ortolano e della moglie e riguardo a questo periodo egli raccontava dell’equivoco clic nasceva dalla diversità di espressioni nella distanza delle culture. Alla quotidiana domanda di che cosa volesse esser preparato per pranzo, egli in tutta semplicità rispondeva: «Boh... fate un po’ di minestra…» ed immancabilmente gli veniva presentata della verdura. E quando sì fece a spiegare che si poteva cucinare per esempio — della pasta e fagioli, si sentì candidamente rispondere: «Reveré, vui menestra cercate e nui menestra ve dammo…».
La cosa giunse all’orecchio della foresteria di una Comunità di Suore nelle vicinanze, le quale si impegnarono a preparare loro il pranzo finché fosse stato necessario, perché la Casa organizzasse i suoi servizi.
A parte il particolare del lepido episodio, d. Caramaschi entrò in Ispettoria con la qualifica, in certo modo, di iniziatore di Presenze, distintivo che lo accompagnò a lungo.
Infatti, da Portici passò presta anche qui pioniere - a San Severo e da qui, dopo sedici anni tornerà di nuovo a Portici per darvi inizio all’attività del Noviziato; poi delle sue spinte iniziali hanno usufruito anche Soverato, Torre Annunziata, Buonalbergo ed Andria.
Lasciando ovunque il “segno” e circondato sempre dalla stima e addirittura venerazione di tutti.
Il suo segreto?
La trasparenza della sua bontà e della sua fedeltà religiosa e salesiana, poi la sua carità ed umiltà, le quali parlavano forte, nonostante la sua figura mite e silenziosa.
Aveva 94 anni quando. da alcuni anni di nuovo a Soverato quale confessore, passò a ricevere il premio di una lunga vita tutta spesa per la gloria di Dio e la salvezza dei giovani.

D. Michele Matassa appartiene al numeroso gruppo di generosi garganici che sono entrati nelle fila diDon Bosco, essendo nato a Vico del Gargano nel 1880.
La sua naturale tendenza, accompagnata dal clima familiare, lo fece en/rare, sedicenne, nel Seminario di Benevento.
È da notare che allora, come per alquanto tempo ancora, il foggiano faceva parte della circoscrizione ecclesiastica regionale beneventana.
Ma, maturando in questo percorso il sito orientamento spirituale, grazie alle letture della vita e degli scritti di I)on Bosco, si sentì attratto verso la salesianità.
E nel 1904 fece otto mesi di aspirandato (insegnante e assistente) a Castellammare di Stabia, per andare poi al Novizia/o di Genzano di Roma. Subì, per ragioni di salute, un rallentamento del percorso iniziato, per cui la Prima Professione la fece nel 1907 a Foglizzo, compiuto il regolare anno di Noviziato.
Ma nel frattempo aveva avuto modo, nel 1905-06, di tenere a battesimo, insieme a d. Caramaschi, la Casa di San Severo dove, da professo triennale tornò daI 1908 al 1910, proseguendo nel dare incremento alla giovane vita salesiana locale.
Poi, tra Portici e Caserta, trascorse dodici anni proseguendo sulla via degli studi sia ecclesiastici che profani, coronati dall’Ordinazione sacerdotale (Napoli 1912) e dalla laurea in lettere (Napoli 1921).
Dal 1922 proprio quando rinasce I’Ispettoria Napoletana - entra a far parte e della Romana, la quale comprendeva lutto il territorio dell’Italia Centrale; vi fu, tra Macerata e Trevi, insegnante, ma anche disponibile ad incarichi organizzativi.
Notevole il suo decennio (1936 — 1947) a Frascati— Villa Sora, con una vita di lavoro, in Casa e fuori, spiccatamente nella cappellania domenicale nella borgata di Vernicino.
Infine, l’ultima tappa .fu al Prenestino a Roma dove, ormai sfibrato ed arteriosclerotico, chiuse i suoi meritori giorni nel 1965.

Tornando al corso degli eventi sanseveresi, nonostante la pronta e generosa corrispondenza dei benefattori nell’appello di d. Caramaschi, di cui si è detto, la situazione generale rimaneva ancora molto precaria
Per cui, quando, due mesi dopo la benedizione della Cappella e l’inizio ufficiale dell’attività oratoriana, d. Giuseppe Bertello — Consigliere del Capitolo Superiore — il 21 gennaio 1906 visitò alquanto in fretta l’Opera, mise ben in evidenza la cosa. Osservava, forse anche con una certa crudezza, che «a San Severo manca Casa; l’attuale non può contenere più di otto letti e non si hanno altri mezzi che lire 100 mensili […] assicurate a via di sottoscrizioni».
Ma quattro mesi dopo giunse, il 18 maggio 1906, vera benedizione del Cielo una visita crismatica dello stesso Don Rua, pellegrino nell’amato Meridione Da essa la giovanissima Presenza prese vigoroso e duraturo impulso.
Nonostante la loro evidenza, il successore di Don Bosco non sopravvalutò i limiti e le difficoltà presenti; ma con cuore aperto e sguardo profetico seppe leggere le positività e l’avvenire, incoraggiando e sospingendo verso di essi.
D. Stile definisce “indescrivibile” l’entusiasmo suscitato dalla conferenza tenuta da Don Rua in Duomo e rileva che «la santità che gli traspariva visibilmente nel volto, nello sguardo, nella parola produsse un effetto straordinario nella popolazione”.
La relazione stesa da d. Giulio Barberis, l’accompagnatore, può essere riassuntiva dei fatti.
Dopo aver rilevato che «per questo primo anno vi è che un prete solo», annota clic «esso però è aiutato da vari pretini della città, due dei quali erano già Salesiani e conservano lutto l’affetto per noi».
Evidentemente sono d. Nardella e d. Tancredi.
La conclusione di d. Barberis. poi, è quanto ma eonsolante.
«Questa casa ha un avvenire assicurato, avendo specialmente la contessa (donna Assunta Fraccacreta, ndr); Caramaschi dice che è come una mamma, che può e vuole aiutare. Si decise di fabbricare un altro tratto di fabbrica e stabilirvi un pensionato essendovi in città il ginnasio pubblico».
Su questa base, passati dinamicamente all’ azione, la “Cronaca” della Casa, pur nella sua essenzialità. poté annotare il 15 ottobre 1906 ebbe inizio il pensionato con convittori che frequentavano le scuole pubbliche.
La brevità del tempo intercorso tra Il «Si decise... » ed il «ebbe inizio... » dice dell’impegno convinto dei protagonisti e della simpatia ambientale, che assicurarono buon radicamento, alla pari dell’ Oratorio.
Eppure le strade di accesso dal centro città non erano agevoli.
E si può dire che a questo punto termini una fase che può esser detta di “protostoria”, seguita a quella della “preistoria” o “antefatto” per entrare infine nel cuore di vivace “storia”, le cui linee sarà interessante seguire e tratteggiare.

[continua]

d. Pio Del Pezzo

 


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