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OTTOBRE 2002 |
SOMMARIO |
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Lettera dell'ISPETTORE
VISITA STRAORDINARIA 2002/2003
NEL NOME DI DON BOSCO
Il saluto di don Adriano Bregolin
Consigliere per la Regione Italia - Medio Oriente
MISSIONI
Tirana 27 aprile
Il MGS IN ALBANIA
Il primo incontro dei giovani albanesi
nel nome di don Bosco
Esperienza missionaria in Albania
NEL PAESE DELLE AQUILE
La testimonianza di due partecipanti
PASTORALE GIOVANILE
L’MGS impara la lezione della morte
stella.danzante@libero.it
Una vita come dono
Nel nome di Harry Potter e… di don Bosco
LA MAGIA? ESSERE IN TANTI
Raduno dei ragazzi iscritti all’Estate Ragazzi della Puglia
Napoli 15 luglio
ALL’OMBRA DEL VESUVIO
Festa Estate Ragazzi 2002
MGS e GMG
SALE E LUCE DELLA TERRA
L’incontro del Papa con i giovani… a Santeramo
Campo di formazione per gli animatori
COME VIVEVA DON BOSCO
Riscoperta e rienterpretazione
del criterio oratoriano
12 ragazze per il progetto Golfo - minori e volontariato
IL NUOVO SERVIZIO CIVILE NAZIONALE
Castellammare, Napoli, Portici e Torre Annunziata
FORMAZIONE
DUC IN ALTUM
Omelia del Rettor Maggiore
Per la celebrazione della Prima professione
COMUNICAZIONE SOCIALE
Tre volumi di storiografia
VIAGGIO NEL NOVECENTO
Intervista di d. Carmine Di Biase
a d. Franco Galeone
Leone d’oro alla Biennale di Venezia
MAGDALENE
Una lettura del film
STORIA
Viaggio lungo le strade della nostra storia
UN CENTENARIO
CHE NON VERRÀ CELEBRATO
La casa di San Severo
Parte I
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LETTERA DELL'ISPETTORE |
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Carissimi,
per l’obiettivo generale della programmazione dell’Ispettoria IME per il prossimo triennio e per il nuovo anno pastorale in particolare, è stato scelto come punto di riferimento la “Lettera da Roma” che Don Bosco scrisse per i salesiani il 10 maggio 1884, pochi anni prima della sua morte. Desidero offrirvi qualche considerazione in vista del nostro impegno apostolico per il nuovo anno.
“Per noi salesiani è un tesoro prezioso”
Questa lettera fa parte della nostra regola: nel 1984 è stata inserita nel libro della Regola della Congregazione Salesiana accanto alle Costituzioni e ai Regolamenti e ad altri scritti di Don Bosco, ricchi della sua esperienza spirituale. Viene, così, a costituire una fonte indispensabile per vivere la vocazione salesiana.
“Il poema dell’amore educativo”
Questa definizione della lettera data da Don Pietro Braido (“Scritti sul sistema preventivo” “La Scuola” 1965), evidenzia la più intima essenza del sistema preventivo: l’amore che si traduce in amorevolezza, cioè che non rimane astratto, sul piano della tensione ideale, ma che si fa concreto, vicino, presente, “assistente”. In quest’ottica il CG 25 ha fatto sua l’istanza espressa dal defunto Rettor Maggiore Don Vecchi , nella lettera di convocazione del Capitolo: “la nostra presenza tra i giovani: una presenza fatta di vicinanza effettiva, di partecipazione, di accompagnamento, di animazione, di testimonianza, di proposta vocazionale nello stile dell’assistenza salesiana” (CG 25 n.37)
“Non solo per i giovani, ma con i giovani”
I sentimenti espressi dal cuore paterno di Don Bosco in questa lettera sono diventati il richiamo urgente, nel CG 25, per i salesiani e per tutti coloro che si sentono attratti dalla missione salesiana a sognare e progettare la presenza tra i giovani: “I giovani vogliono che spalanchiamo con semplicità e familiarità le nostre porte e usciamo incontro a loro, che ne condividiamo la vita camminando insieme, ne comprendiamo i valori, ne accogliamo le preoccupazioni e sappiamo offrire loro spazi di partecipazione” (CG 25 n. 37)
La passione per Dio e per i giovani ci spinga, con l’aiuto di Maria, a “riscrivere” questa lettera vivendo la nostra vocazione come una presenza che accoglie e che costruisce comunione.
Sac. Francesco Gallone, Ispettore
Napoli, 8 settembre 2002 Natività della B.V. Maria
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NEL NOME DI DON BOSCO
Il saluto di don Adriano Bregolin
Consigliere per la Regione Italia - Medio Oriente
Carissimi Confratelli dell’Ispettoria IME,
sono lieto di poter esprimervi un saluto anche attraverso lo strumento del “Notiziario Ispettoriale”.
Ho già iniziato da una quindicina di giorni la “Visita” alla vostra Ispettoria, passando per le Comunità di Pacognano, Castellamare, Torre Annunziata e incontrandomi, inoltre, al di là dell’Adriatico, in Albania e Kossovo, con le Comunità di Tirana, Scutari e Pristina.
In questi primi contatti già ho sperimentato la calda accoglienza di voi confratelli ed anche un’attenzione piena di speranza per questa esperienza della “Visita Straordinaria”. Da parte mia desidero esprimere il ringraziamento per la cordialità e la disponibilità fin qui manifestatemi e, nello stesso tempo, assicurarvi che, personalmente, sto vivendo con grande intensità ed impegno questo compito di visitatore; ho piena consapevolezza di offrire a tutti voi un servizio ed un aiuto in nome del nostro Rettor Maggiore.
La “Visita Straordinaria” rappresenta per tutti noi un’esperienza di Grazia. Infatti permette a ciascuna comunità e all'Ispettoria, nel suo insieme, di compiere un cammino di “revisione di vita”, verificando sul terreno concreto come stiamo vivendo la preziosa eredità carismatica di don Bosco ed interrogandoci sulla nostra apertura al mondo e alle esigenze dei giovani di oggi, in questo territorio nel quale siamo stati chiamati ad operare.
I testi del CG 25 ci indicano piste e temi preferenziali per questa verifica, invitandoci ad un confronto sincero:
? sulla qualità della nostra vita fraterna,
? sulla qualità della nostra vita di consacrazione,
? sulla qualità e sulla significatività della nostra presenza tra i giovani,
? sulla qualità dell’animazione all’interno della comunità e sul cammino e le esperienze di formazione permanente,
? sulle condizioni irrinunciabili per cui la nostra stessa vita di comunità si possa dire tale.
È un cammino molto importante quello che ci viene proposto ed il contributo di tutti i Confratelli è necessario ed importante per arrivare, con piena consapevolezza e partecipazione, al punto finale: l’indicazione di alcuni orientamenti che saranno ripresi e riproposti dallo stesso Rettor Maggiore come percorso di crescita del prossimo sessennio.
Invochiamo lo Spirito perché ci guidi nel nostro discernimento e perché risvegli in noi l’entusiasmo ed il proposito di una vita salesiana fortemente motivata da un desiderio di pienezza e di santità.
Maria, aiuto di noi tutti, accompagni il cammino.
don Adriano Bregolin
Consigliere Regionale in Visita Straordinaria |
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| MISSIONI |
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Tirana 27 aprile
Il MGS IN ALBANIA
Il primo incontro dei giovani albanesi
nel nome di don Bosco
Esperienza missionaria in Albania
NEL PAESE DELLE AQUILE
La testimonianza di due partecipanti
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Tirana 27 aprile
Il MGS IN ALBANIA
Il primo incontro dei giovani albanesi
nel nome di don Bosco
«Poi fu detto a Don Bosco: “Arriva sulla vetta della montagna e vedrai!” Don Bosco vi salì e vide giovani di ogni colore e nazione. Le prime file erano vestite all’europea, poi africani e poi una schiera innumerevole di giovani a lui sconosciuta, accompagnati dai salesiani e dalle suore, che cantavano ed inneggiavano al suo nome di padre. “Guarda! – continuò intanto la Guida - “Quanto vedi, è tutta le messe preparata ai salesiani: questo è il campo dove essi devono lavorare».
Noi della Famiglia Salesiana… Noi del Movimento Giovanile Salesiano ne siamo profondamente certi: Don Bosco in questo sogno ci ha pensati, ci ha guardato, ci ha amato.
Ha sognato noi con la nostra catena montuosa dei Balcani, alta, ruvida e solida. Ha gustato con gli occhi della mente i nostri çeleshi (cappelli bianchi di lana) e le nostre ciftelie (strumenti musicali a corda), i nostri vestiti folkloristici, la nostra vivace e colorata cultura, i nostri canti e le nostre danze. Ha gioito e ha scommesso sul nostro grande desiderio di fare unità e di costruire un'unica grande famiglia nel suo nome.
E così, nella realtà, dopo 10 anni di lavoro in questo “campo” dell’Europa Orientale, finalmente la realizzazione del sogno cioè, la prima grande convocazione internazionale di tutti i giovani dei nostri centri salesiani nell’oratorio “Don Bosco” di Tirana il 27 aprile 2002.
Più di 600 giovani, provenienti dalla capitale albanese, da Scutari e dai villaggi, da Pristina (Kossovo) e dal Montenegro, si sono incontrati per condividere con gli altri la loro voglia di vita e di futuro e il loro grande amore per il padre, il maestro, l’amico sognatore di tutti i giovani del mondo.
Ci sembrava di vedere gli oratori dei primi tempi, quando a Valdocco e a Mornese, i preti, le suore e i giovani condividevano insieme con passione e speranza i loro sogni, tutti i loro desideri e le loro aspirazioni, senza fare assolutamente pesare le loro differenze di età, di provenienza, anzi accettandole come una molteplicità arricchente.
Così anche noi, pur provenendo da nazioni “diverse”, da fedi diverse e, pur parlando la stessa lingua (l’albanese) sentivamo il bisogno, come agli inizi del carisma, di usare un unico vocabolario comprensibile da tutti, capace di mettere tutti in sintonia in pochi attimi e di far vibrare ad unisono 600 giovani cuori.
Tra le 36 lettere dell’alfabeto albanese, quelle più gustate ed assaporate da noi il giorno della convocazione e delle sue fasi preparatorie, sono state:
A come accoglienza perché tra sorrisi, foulard colorati e cuori aperti ogni gruppo si è sentito subito a casa propria.
Ancora “A” come allegria infatti il tema centrale della giornata era proprio questo: “L’Allegria è il segno di un cuore che ama”
C come conoscenza e condivisione perché tra bans, presentazioni, stand fotografici, incontri amicali o di gruppo abbiamo avuto l’occasione di conoscerci meglio per scoprire nell’altro il proprio anelito di gioia stabile e profonda.
M come Michele Magone che vivendo con Domenico Savio all’oratorio, sotto la guida paziente e sapiente di Don Bosco, è riuscito a scoprire che la vera gioia e la vera felicità non consistevano nel primeggiare ma nel diventare, con l’aiuto di Dio, un dono per gli altri proprio come nella storia dell’albero di Bambù che dà con gioia tutto ciò che possiede. È stato proprio lui, un giovane come noi, ad indicarci le radici e le profondità della vera allegria.
U come unità perché nell’assemblea generale, dopo una drammatizzazione ambientata all’oratorio di Valdocco, tutti i 14 capi-gruppo hanno raccontato la ricchezza spirituale elaborata nei lavori di gruppo e tutti insieme hanno costruito, con dei semplici mattoni colorati il volto di Don Bosco dei “Balcani”. Proprio come dice il canto: “Mattone su mattone, viene su una grande casa”. Un momento molto significativo ed intenso: “Un padre che per amore dei figli si fa uno di loro per esprimergli tutta la sua vicinanza e il suo affetto”. I Balcani appartengono ai sogni di Don Bosco, ma soprattutto Don Bosco appartiene ai Balcani e ai popoli che li abitano.
M come musica perché un oratorio senza musica è come un corpo senza anima, un clown senza sorriso e gioia. Lo stare insieme, il teatro, il protagonismo di tutti sono stati elementi di coesione delle attività pomeridiane. Ciascuno ha contribuito a fare della festa una festa “più grande”.
S come sogno e come sguardo perché è stato bello scoprirsi parte di un progetto di Dio che ha radici lontane e speranza cariche di futuro.
E allora? Facile?
A come a presto perché dopo una giornata così indimenticabile, desideravamo rivederci al più presto con tanti amici in più provenienti anche dalla Turchia, dalla Grecia, dalla Macedonia, dalla… proprio come nel sogno.
Ed infine?
F come “faleminderit” cioè grazie a Dio perché ci è stato vicino in ogni momento ed anche se abbiamo lavorato e programmato già da tanti mesi questo incontro con viaggi e distanze, la gioia del lavorare insieme (SdB/FMA/Giovani animatori) è stata più forte di ogni stanchezza e fatica.
Allora, caro Don Bosco, a distanza di 150 anni e più dal tuo sogno, ti invitiamo a ritornare tra noi, a camminare su questa nostra amata terra, a risalire e ad arrivare spesso, anzi ti proponiamo di stabilire la tua tenda sulle nostre vette balcaniche e a continuare a guardare in avanti…
Francesca Caggiano
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Esperienza missionaria in Albania
NEL PAESE DELLE AQUILE
La testimonianza di due partecipanti
Dopo tre esperienze estive in Madagascar nella missione di Bemaneviky, quest’anno con il gruppo VIS dell’IME ci siamo recati in Albania nella missione di Scutari.
La voglia di scoprire nuove culture, popoli e lingue ci ha fatti partire con rinnovato entusiasmo.
Ci siamo uniti ad un gruppo abbastanza numeroso e ben assortito, condividendo il quotidiano in comunione ed allegria.
L’esperienza è stata spiritualmente intensa guidata magistralmente da don Angelo Santorsola e don Gino Martucci.
Ci siamo lasciati guidare dal sussidio VIS “CAMMINARE INSIEME” il quale scandiva le giornate con tematiche specifiche dense di Parola di Dio, che la sera condividevamo fraternamente.
Lo spezzare assieme il Pane eucaristico, il recitare salesianamente il rosario e adorare Gesù eucaristia, hanno reso le giornate ricche di spiritualità e gioia interiore.
Carichi di entusiasmo abbiamo animato i villaggi di Bertiza e Shelcet e l’oratorio coinvolgendo numerosissimi ragazzi e regalando loro tanti momenti di festa ed i meravigliosi giochi di prestigio del neo mago-sales Gianpaolo Roma, giovane confratello studente al secondo anno di filosofia.
Grandi emozioni hanno suscitato in tutti, le diverse persone incontrate; dal giovane frate Sokol al 92enne padre Dionisio entrambi francescani insieme all’umile famiglia del novizio Thomas i quali ci hanno fatto ripercorrere le sofferenze fisiche e spirituali in nome di Cristo durante il comunismo.
Nella missione di Scutari abbiamo potuto far tesoro di tante testimonianze: La paterna accoglienza di don Rudy, L’instancabilità di don Michele, La delicatezza e la dolcezza di don Janez, La carica e l’entusiasmo di don Marek, La smisurata disponibilità dei novizi Thomas e Paolin, La grande simpatia della cuoca tata Rosa.
Abbiamo condiviso diversi momenti di fraternità e spiritualità con un bel gruppo di animatori albanesi con tanta voglia di crescere sia nella fede che nel sociale.
Si era creata una intensa familiarità tale da far luccicare gli occhi al momento dei saluti.
Ognuno di noi si è portato in Italia quei volti, quei sorrisi e quelle lacrime che esprimevano tanto affetto.
Come coppia ringraziamo Dio per questa nuova esperienza missionaria, una ricchezza che non terremo gelosamente custodita nel nostro cuore ma come gratuitamente l’abbiamo ricevuta, gratuitamente la doneremo a tutti coloro che incontreremo.
Un abbraccio a presto!
Dino e Marta
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| PASTORALE GIOVANILE |
L’MGS impara la lezione della morte
stella.danzante@libero.it
Una vita come dono
PERCHÉ SI MUORE A VENT’ANNI?
L’Omelia per il funerale di Betty
Nel nome di Harry Potter e… di don Bosco
LA MAGIA? ESSERE IN TANTI
Raduno dei ragazzi iscritti all’Estate Ragazzi della Puglia
MGS e GMG
SALE E LUCE DELLA TERRA
L’incontro del Papa con i giovani… a Santeramo
Campo di formazione per gli animatori
COME VIVEVA DON BOSCO
Riscoperta e rienterpretazione
del criterio oratoriano
12 ragazze per il progetto Golfo - minori e volontariato
IL NUOVO SERVIZIO CIVILE NAZIONALE
Castellammare, Napoli, Portici e Torre Annunziata
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L’MGS impara la lezione della morte
stella.danzante@libero.it
Una vita come dono
Era il suo indirizzo di posta elettronica e così voleva essere chiamata Betty - Elisabetta Sossi - studentessa universitaria e animatrice instancabile dell’Oratorio Centro Giovanile “Maria Ausiliatrice” di Taranto.
Giovane intelligente, impegnata nello studio e nel sociale, attenta ai bisogni degli altri, con una fede semplice e profonda. Betty, non ha fatto cose straordinarie, ma ha vissuto l’ordinario nel quotidiano con semplicità.
Ha mostrato una grande passione educativa, soprattutto per i più poveri, per chi soffriva situazioni di disagio; ha accompagnato costantemente i ragazzi del suo gruppo nell’attività educativa.
Nel gruppo animatori, tra i coetanei, in famiglia, è stata sempre capace di costruire relazioni di amicizia sincera e profonda.
La sua giovane vita è stata bruscamente spezzata il 4 agosto.
Terminato il campo animatori di Acerenza, Betty stava tornando a casa con i suoi amici, quando il pulmino sui cui viaggiava è stato investito da un’auto. Betty, avendo subito un ematoma cranico interno è stata portata in elicottero a San Giovanni Rotondo. Dopo alcuni giorni di coma è morta il 7 agosto.
I giovani animatori che avevano condiviso l’esperienza del campo con lei hanno attivato una catena di comunicazione, di preghiera e di solidarietà con la famiglia, le suore di Taranto e con tutto l’MGS. SMS, e-mail, telefonate sono stati i fili di una rete che ha prolungato l’esperienza di Acerenza fornendo una lezione non prevista dal piano FXA: la morte.
Il funerale, celebrato domenica 11 agosto, ha visto la presenza di tanti giovani che avevano conosciuto Betty.
Riportiamo l’omelia di don Roberto Spataro che ha presieduto l’Eucaristia.
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Quando la morte si presenta come prova
PERCHÉ SI MUORE A VENT’ANNI?
L’Omelia per il funerale di Betty
Sorelle e fratelli la fede che tutti stiamo professando nell'ascolto e nel canto di questa celebrazione non ci esonera dall'affrontare tre domande brucianti.
Perché si muore a vent'anni, come Betty, fiore reciso nello splendore della sua primavera? Perché le persone buone, come la famiglia Sessi e le suore dell'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, sono state colpite da tribolazioni ingiuste e crudeli? Perché Dio non ha esaudito le preghiere, che tutti, e in particolare i giovani del Movimento Giovanile Salesiano, hanno elevato con insistenza e fiducia, utilizzando anche i messaggi al cellulare?
Sono domande che, anche se affiorano come un sussurro discreto sulle nostre labbra, si agitano e si scaricano con la violenza di un uragano che non vuole lasciare pace al nostro cuore.
Come Maria il Venerdì santo, anche noi questo pomeriggio contempliamo il Mistero di Cristo Crocifisso, desolati ma non disperati, prostrati ma non abbattuti, in attesa di cogliere, nell'eco del canto dell'Alleluia pasquale, le voci che ci aiutano a rispondere alle nostre tre domande.
Perché si muore a vent’anni? Perché la luce dei sogni di Betty è stata oscurata? Perché le attese dei suoi cari si sono schiantate contro la barriera dei giorni e del tempo? Perché la coppa della vita le è stata sottratta prima che fosse sazia delle gioie che tutte le ragazze ardentemente desiderano? Perché? La Parola di Dio ha lasciato intravedere una risposta che ci sembra ragionevole. Nella prima lettura, infatti, la morte prematura dei giusti non viene qualificata come una sventura, ma come una partecipazione al mistero di Dio. Siamo invitati a guardare alla morte con lo sguardo di chi contempla Dio, principio, grembo e patria della vita.
Si, fratelli e sorelle carissimi, Dio ha permesso che Betty subisse il terribile incidente e che lasciasse questa terra perché i suoi sogni, quelli di Betty, non si esaurissero nelle pallide luci di questa terra, perché le attese dei suoi cari fossero sollevate oltre la misura dei giorni e del tempo, perché le gioie e i desideri di questa nostra giovane sorella tracimassero da una coppa che mai si riempie, la beatitudine, cioè la felicità del Paradiso.
È importante vivere bene, non vivere a lungo. Lo avevano intuito già i sapienti pagani. Ed allora, mentre confessiamo la vita eterna, intuiamo che Dio ha misteriosamente permesso che Betty attraversasse la soglia dei tempo a soli vent'anni affinché la sua anima, cioè il suo modo di essere, di vivere e di amare, deponesse i frutti copiosi e gustosi che ha già fatto maturare nelle aiuole del tempo e li ritrovasse ancora più abbondanti e squisiti nei giardini in cui tutto è e sarà giovane in eterno. Quali sono questi frutti che ha già consegnato in dono? Ne ricordo alcuni. Altri li evocheremo nella presentazione dei doni all'altare. Altri ancora saranno illustrati dalle testimonianze finali. Il dono della responsabilità con cui ha affrontato la sua crescita, umana e cristiana e che l’ha resa studentessa seria e convinta della facoltà di Fisica. La fede cristiana, motivata e operosa che ha sostenuto il suo impegno di volontaria nel carcere di Taranto, di animatrice dell'oratorio, attenta a i piccoli e agli ultimi, e di membro attivo del Movimento Giovanile Salesiano, ai cui momenti ai festa e di formazione partecipava costantemente. II senso dell'amicizia, testimoniato da questa folla di giovani qui presenti, per cui amava stare con gli altri e gli altri con lei, come quindici giorni fa, alla festa dei diciotto anni di Annamaria, quando l'abbiamo ammirata serena e disinvolta nella danza e nella conversazione. E poi c'è un altro dono di Betty - consentitemi di ricordarlo e di testimoniarlo - per me e secondo me molto prezioso e caro perché bello e raro la sua verginità. Con il suo sorriso, inconfondibile, quello che è solo delle vergini, rendeva più luminosi i contorni delle cose e con il suo sguardo, che è proprio delle vergini, le persone, anche quelle a cui era più legata, le accarezzava con tenerezza ma non le possedeva mai. Questi doni di Betty da tre giorni non sono nella bara né rimarranno nel sepolcro ma appartengono in pienezza alla comunione dei santi. Sono già purificati e trasfigurati di un'eterna e santa giovinezza. Ecco perché Betty è morta a vent'anni! Certo ci sono altre risposte alla nostra domanda. Non le conosciamo. Non indaghiamo oltre. Saremmo indiscreti. Violeremmo un segreto tra innamorati, il segreto che lega Betty a Gesù, suo Sposo e Suo Amico. Per il momento lo conoscono solo loro. Un giorno lo diranno anche a noi.
C'è un'altra domanda che è circolata in questi giorni, tra noi, persone buone, che non facciamo del male a nessuno, anzi che ci facciamo in quattro per gli altri. Perché proprio a noi? Miei cari amici, nel vocabolario della fede esiste una parola, dura come la roccia e dolorosa come un taglio sulla carne viva, ma essenziale, come l'aria per respirare, come l'acqua e il pane per dissetarsi e nutrirsi. Questa parola è "prova". Sì, Dio permette che i suoi figli più buoni siano messi alla prova. Permette che le sofferenze, anche quelle più penose, ci facciano l'esame. Siamo o siamo stati tutti studenti. La morte delle persone care è per noi una verifica. ll Signore ci sottopone a un test. La materia d'esame è la fede. Quando il dolore ci trapassa l'anima e le tribolazioni si conficcano nella carne, allora dobbiamo rispondere alla domanda: tu credi veramente che la morte è un accesso alla vita eterna? Credi che Gesù Cristo è Risorto, primogenito tra molti fratelli? Credi che anche il corpo rinascerà alla fine dei giorni? Ecco, miei cari, solo agli allievi più bravi, Dio chiede questa prova più ardua, più difficile, più temibile. Però, se rispondiamo bene, anzi anche solo con sufficienza, Dio ci ricompenserà abbondantemente. Non solo ci farà passare l'esame, ma ci darà la laurea, ci metterà una corona sul capo e ci dirà: “Sei stato bravissimo. Hai creduto e hai sperato. Hai sperato e hai amato. Mamma Virginia, vieni qui accanto a me”. Quando ci darà questo premio per aver superato lo prova? In Paradiso, certo. Ma già sulla terra, ci riserva scampoli di riconoscimento. Una medaglia ce l'appunta sul petto, già durante i giorni della vita terrena, concedendoci la consolazione.
E vengo all'ultima domanda. Quella che nasce dalla nostra delusione più cocente. Perché Dio non ha esaudito le preghiere per la guarigione di Betty? Abbiamo pregato in tanti, suore e preti, giovani e vecchi, parenti e amici, persone con tanta fede e persone con poca fede. Ci era sembrato che persino il ricovero a S. Giovanni Rotondo fosse un segno di protezione. Ci siamo sentiti raccomandati perché affidati all'intercessione di don Bosco, di Madre Mazzarello, di Padre Pio. Già, perché Dio non ha esaudito le nostre preghiere? Sorelle e fratelli, Dio ha esaudito le preghiere che non abbiamo fatto. Nei solchi della nostra anima, ferita dal passaggio della morte che ci ha sottratto Betty, Dio ha deposto, ascoltando le nostre preghiere, altri semi che germoglieranno e fioriranno.
Ha deposto il seme di una fede più salda, perché più provata, come abbiamo ricordato, ha deposto il seme del senso della caducità delle cose di questa terra alle quali non dobbiamo attaccare il nostro cuore, mai; anche se viviamo ottant'anni, ha deposto il seme della solidarietà, come ha dimostrato la gara di aiuto ingaggiata dalle suore e la trepidazione che ha collegato i giovani dei Movimento Giovanile Salesiano, ha deposto il seme della consolazione che è già diventato albero rigoglioso nel cuore di Giulia, ha deposto il seme della bontà e del perdono, che lenisce le piaghe della memoria e dell'immaginazione, quando si comincia a dire: "Sì, però, se le cose non fossero andate così". Ecco sono queste le preghiere che Dio ha esaudito. Ed anche altre, che oggi non conosciamo ancora.
Vorrei concludere. Tutta questa liturgia è un annuncio della Pasqua del Signore. In mille variazioni risuonano gli squilli di tromba dell'Alleluia di Risurrezione. Ebbene, tra le note e le vibrazioni che si modulano nel silenzio della nostra anima, tra le lacrime che ogni tanto ci sfuggono, ci sembra già di sentire la voce di Betty, che ci accarezza e ci dice: "Mamma, papà, Giulia, Francesco, suor Rosetta, amici tutti, se mi amate, non piangete". Coraggio, il tempo si è fatto breve. Per tutti. Le ore, i giorni, gli anni passano e passeranno. Si tuffano nell'oceano dell'Amore di Dio, dove Betty con noi e noi con Betty e i santi dei cielo, canteremo "Alleluia, Cristo è Risorto.
A lui gloria e lode nei secoli dei secoli".
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Nel nome di Harry Potter e… di don Bosco
LA MAGIA? ESSERE IN TANTI
Raduno dei ragazzi iscritti all’Estate Ragazzi della Puglia
Nel bel mezzo delle diverse attività dell'Estate ragazzi si è celebrato il primo incontro a Bari, dove sono stati invitati ad incontrarsi tutti gli oratori della Puglia. I ragazzi e i giovani hanno risposto con entusiasmo a questo appuntamento, aderendovi in massa.
La prima parte della giornata, in piena armonia con la stile salesiano fatto di allegria e condivisione, è stato vissuto, tutti insieme, all'Acquaflash di Bari. È stato bello vedere non solo il mare di magliette colorate invadere pacificamente le varie piscine e scivoli della struttura, ma anche i ragazzi delle diverse squadre (le stesse per tutti gli oratori) e i vari animatori confrontarsi sui personaggi della storia di Harry Potter, i giochi e le esperienze proprie di ogni oratorio.
Dopo il pranzo a sacco il momento pregnante della giornata: la preghiera. Un lungo corteo di pullman ha portato i ragazzi dall’Acquaflash alla basilica di S. Nicola, a Bari. La preghiera, bella e viva nella quale sono confluite le oltre 1400 voci stanche ma felici, ha proposto una riflessione sul dono dell’acqua, elemento naturale carico di significati salvifici. I ragazzi hanno espresso così la loro gioia più profonda: quella di essere, e di riconoscersi, come tutti, figli di Dio nello stile di don Bosco. E questo al di là delle diverse provenienze.
La giornata è poi proseguita con giochi a stand nella vicina Piazza del Ferrarese e con uno spettacolo di magia che ha molto attirato l'attenzione dei ragazzi ed esprimeva
l'atmosfera di magia respirata durante l'intera giornata.
Quella stessa atmosfera che sembra regnare quando si vedono i sogni trasformare in realtà. E i sogni sono quelli di d. Bosco: ragazzi santi, allegri ed uniti. E se questa giornata ha potuto un po’ concretizzare questi sogni il merito va a don Carlo Cassatella, coordinatore della PG per la Puglia, e all’équipe di suoi collaboratori che hanno saputo programmare e seguire questa giornata di incontro tra i ragazzi. Ragazzi entusiasti del loro essere partecipi e che rilanciano a tutti un invito che esprime la loro gioia più profonda: "All'anno prossimo, sempre di più e sempre meglio"!
Marcello Scarpa
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Napoli 15 luglio
ALL’OMBRA DEL VESUVIO
Festa Estate Ragazzi 2002
Il 15 luglio 2002 si è svolta a Napoli la seconda edizione della Festa Estate Ragazzi che ha visto coinvolti circa mille ragazzi e giovani provenienti dai vari oratori salesiani della Campania.
La festa ha avuto inizio alle 16.00 a piazza Carlo III dove si sono dati appuntamento i tanti ragazzi dando vita ad una kermesse di canti, bans, magliette, cappellini e colori. Successivamente, con l’ausilio delle forze dell’ordine, opportunamente allertate, si è formato un allegro corteo che si è snodato per alcune strade fino a raggiungere l’istituto salesiano di via Don Bosco. La Banda musicale Don Bosco, guidata dal sig. Corrado Guercia, ha accompagnato il variopinto ed allegro serpentone. Nel cortile del grande istituto, opportunamente organizzato, i ragazzi sono stati accolti da una incalzante animazione musicale e ludica: ancora canzoni, balli di gruppo e musica. Don Pasquale Cristiani responsabile della pastorale giovanile, ha rivolto alcuni indirizzi di saluto e dato via ai giochi. Divisi in quattro zone i ragazzi hanno potuto divertirsi prima in una serie di giochi di abilità e di giochi ad acqua e, poi, in giochi di squadra.
Prima dell’attesa premiazione si sono alternati sul palco alcuni gruppi di ragazzi e giovani che hanno eseguito canzoni e balli.
L’organizzazione, grazie alla disponibilità di alcuni sponsor, ha offerto ai ragazzi accaldati succhi di frutta e bibite fresche distribuiti da appositi stands.
La manifestazione ha ricevuto il Patrocinio del Comune di Napoli, a testimonianza della premurosa attenzione riservata al lavoro educativo svolto dai salesiani. Il Sindaco, on. Rosa Russo Iervolino, impossibilitata a partecipare per impegni precedentemente presi, ha voluto essere ugualmente presente con l'invio del suo messaggio iniziale.
Tra i fattori positivi affiorati nel corso della giornata due hanno interessato in modo particolare gli organizzatori: l’incontrarsi con altri ragazzi provenienti da diversi oratori e il clima di festa tipicamente salesiano. È ormai tradizione, per ogni oratorio, l’esperienza dell’Estate Ragazzi con il fine di organizzare in una serie variegata di attività, il tempo libero offerto dal periodo delle vacanze e, nel contempo, di tracciare un semplice cammino di educazione.
Al termine della giornata gli organizzatori insieme a tutti i partecipanti si sono scambiati un felicissimo "arrivederci” alla successiva Festa Estate Ragazzi prevista per l’estate 2003.
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MGS e GMG
SALE E LUCE DELLA TERRA
L’incontro del Papa con i giovani… a Santeramo
Preceduta da un batage pubblicitario che ha visto coinvolti anche organi di stampa e radiofonici nazionali si è svolto l’incontro del MGS meridionale in concomitanza con la XVII GMG svoltasi sulle rive del lago Ontario.
L’idea di raccogliere l’invito del Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile della CEI era stata accarezzata fin dal Convegno Nazionale degli Oratori. L’equipe di PG ispettoriale si era resa conto che, anche dopo i fatti dell’11 settembre, sarebbero stati davvero pochi i ragazzi provenienti dai nostri ambienti che avrebbero potuto raggiungere Toronto.
Dopo qualche approccio con l’arcidiocesi di Lecce il sogno sembrava destinato a spegnersi: i giovani del MGS si sarebbero dovuti accontentare di assistere da casa all’incontro canadese. Ma in poco tempo la macchina organizzativa si è rimessa in moto e grazie anche alla proverbiale accoglienza e generosità della comunità salesiana di Santeramo tutto si è approntato per vivere live la nostra GMG.
A dire il vero ci si è messo di mezzo anche il tempo che in questa strana estate ha fatto un po’ a modo suo: la giornata non sembrava per nulla estiva e la pioggia che copiosamente era caduta anche sulla Murgia ha impedito che il programma si svolgesse all’aperto come preventivato.
Alle 19 il teatro era gremito da poco più di 400 giovani provenienti dalle case dell’ispettoria e non solo. Infatti la pubblicità aveva dato i suoi frutti e circa una decina di parrocchie della diocesi di Bari e alcune comunità delle Figlie di Maria Ausiliatrice di Napoli si erano unite alla nostra festa.
Dopo una allegra accoglienza il clima si acquietava e i giovani si apprestavano a incontrare il Maestro che parlava al loro cuore grazie a Padre Donato Ogliari, monaco dell’Abbazia benedettina di Noci che guidava la Lectio Divina sul brano scelto dal Santo Padre come tema del raduno di Toronto. Alle 21 veniva dato a tutti un tempo da gestire nella consumazione della cena mentre un buon numero di presbiteri si rendeva disponibile alla celebrazione del sacramento della Riconciliazione.
Qualche disguido tecnico faceva slittare l’inizio dello spettacolo in programma: un concerto tematico a cura del Gruppo Parrocchiale SS. Annunziata di Mesagne.
Alle 00.30 la celebrazione Eucaristica, culmine dell’esperienza che si stava vivendo, raccoglieva tutti partecipanti che seguivano la celebrazione grazie al bel libretto, realizzato con gusto e stile giovanile. Molti avevano anche acquistato anche la maglietta che riproduceva, meridionalizzato, il logo della GMG. L’Eucaristia è stata davvero vissuta con intensa partecipazione, presiedeva don Franco, ispettore, circondato da più di venti confratelli che al momento della comunione si recavano tra i giovani per offrire loro il Pane della vita e il Calice della salvezza.
Un’ottima distribuzione dei tempi permetteva che la celebrazione si concludesse giusto in tempo per collegarsi in diretta con il parco in cui i giovani di ogni parte del mondo stavano accogliendo Giovanni Paolo II. L’ora era tarda e i giovani avevano sulle spalle la fatica di una intera giornata ma questo non ha impedito alla quasi totalità di accogliere le testimonianze dei loro coetanei e soprattutto del Papa. Erano venuti a Santeramo per questo! Qualche confratello invece si lasciava ghermire da Morfeo.
Al termine un piccolo spettacolo pirotecnico che ai reduci di Tor Vergata ha ricordato la splendida notte del 20 agosto 2000. Alcuni ripartivano subito, un bel numero però sfidava la stanchezza e prolungava la veglia o si accontentava di stendersi sui sacchi a pelo portati da casa.
All’alba della domenica la sveglia veniva accompagnata dalla rustica colazione offerta dall’organizzazione. L’appuntamento veniva fissato per le future convocazioni del Movimento che prende sempre più consistenza grazie anche alla voglia di stare insieme che i giovani dell’MGS vedono crescere in sé.
Carlo Cassatella
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Campo di formazione per gli animatori
COME VIVEVA DON BOSCO
Riscoperta e rienterpretazione
del criterio oratoriano
Il criterio oratoriano è stato al centro di un lungo cammino che ha coinvolto i responsabili dei vari settori delle case, laici e comunità. Il convegno di Collevalenza è stato un punto di arrivo, ma, nello stesso tempo, una occasione di riscoperta e di rilancio di quanto ha vissuto don Bosco. Il Campo di formazione per gli animatori si è inserito in questo dinamismo.
I partecipanti, dai 18 ai 30 anni, si sono incontrati nell’ampia ed accogliente struttura del Villaggio Tabor di Acerenza dal 29 luglio al 4 agosto e, in dinamica strettamente laboratoriale, hanno riscoperto, approfondito e reinterpretato l’esperienza di don Bosco.
I lavori del campo sono stati introdotti da sr. Grazia Loparco, docente dell’Auxilium, che ha fornito una giusta cornice storico-sociale nella quale inserire l’esperienza di Valdocco. Successivamente d. Donato Lacedonio ha illustrato, partendo dalla relazione di d. Domenek presentata a Collevalenza, il criterio oratoriano così come lo ha pensato e vissuto don Bosco e, soprattutto, come la congregazione lo ha interpretato sollecitata dai segni dei tempi. Il terzo momento è stato curato da d. Carlo Cassatella e sr. Palma Basile e ha visto i ragazzi elaborare alcune linee operative sulla realtà dell’oratorio. Divisi in gruppi di lavoro hanno provato, nella dinamica della programmazione, a tracciare possibili itinerari per destinatari con profili ed esigenze diverse.
Un momento di particolare intensità è stata la giornata dedicata alla spiritualità. Nella mattinata la lectio, guidata da d. Pasquale Cristiani, ha accostato i giovani animatori alla Parola in modo più diretto. Riflessione, condivisione e preghiera sono stati vissuti con intensità. Nel pomeriggio si è celebrato il sacramento del perdono culminato nel segno profondo nell'abbraccio del perdono. E, alla sera, immancabile una solenne, frizzante e allegra festa.
Il primo obiettivo che l’équipe ha cercato di raggiungere è stato quello di offrire una esperienza di vita oratoriana. Per questo il campo, programmato per tempo nei suoi vari aspetti, si è rivelato progressivamente un momento di forte proposta formativa vissuta nello stile della Spiritualità Giovanile Salesiana.
I partecipanti, provenienti dalle tre ispettorie del meridione, hanno vissuto con intensità i vari momenti del campo: giochi, lezioni frontali, lavori di gruppo, preghiera, liturgie, serate sono state vissute con intensità.
La serata finale, vissuta nello stile dell’allegria attorno ad uno scoppiettante falò, è stata caratterizzata dalle immancabili parodie, scenette e balli di gruppo dove alcuni salesiani e suore… non si sono risparmiati.
L’ispettore, don Franco Gallone, ha presieduto l’Eucaristia che ha concluso l’esperienza del campo dando appuntamento al prossimo anno per il campo itinerante presso i luoghi salesiani.
L’équipe, al termine del campo, ha verificato il campo traendo positivi risultati; unica perplessità è stato il numero dei partecipanti al di sotto delle attese. Il nuovo piano di Formazione per gli Animatori ha bisogno sì di tempo per potersi avviare in modo definitivo, ma anche del pieno coinvolgimento dei vari ambienti locali.
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12 ragazze per il progetto Golfo - minori e volontariato
IL NUOVO SERVIZIO CIVILE NAZIONALE
Castellammare, Napoli, Portici e Torre Annunziata
In questi anni, grazie a varie sentenze della Corte Costituzionale, si era andata approfondendo la riflessione sui fondamenti costituzionali del servizio civile; lo studio dell'articolo 52 della Costituzione ha evidenziato un concetto di "difesa della Patria" (dovere definito sacro) che trascende l'obbligo militare e la specificazione di genere (uomini e donne); di qui le ragioni di un servizio civile potenzialmente estensibile a tutti i cittadini: maschi e femmine, in tempo di guerra e di pace, possibili soggetti della difesa della Patria in senso ampio e alto, come promozione di cittadinanza solidale e inclusiva. In tempi in cui dà fastidio il riferimento ad obblighi e doveri, un'opportunità come quella offerta dalla legge sul Servizio Civile Nazionale [SCN] sarebbe un buon aggancio per chiunque abbia responsabilità educative verso i giovani.
Il primo fattore dominante dipende dagli enti e organizzazioni che intendono avvalersi del servizio civile volontario. Si gioca qui soprattutto il futuro dell’applicazione della legge. Bisogna cambiare mentalità, spogliandosi di abitudini indotte dal servizio civile fin qui conosciuto e praticato. Finora gli enti hanno accolto i giovani riconosciuti "obiettori di coscienza" ed in quanto tali assegnati loro.
Questo servizio civile, a partire dal 1° gennaio 2007 [forse anche prima (2004?) ndr] non esisterà più. I giovani, ragazzi e ragazze avranno tre possibilità: servizio militare professionale, servizio civile nazionale, risparmio di un anno, sceglieranno la più interessante e vantaggiosa.
In una realtà che sarà sempre più quella locale, si dovrà lavorare in collegamento con la pastorale giovanile e con quella familiare, con l'associazionismo giovanile, il volontariato e le altre componenti del terzo settore. Ciò nella percezione che l'accento si sposta dal servizio all'educazione, dall'utilizzo di risorse giovanili in strutture tradizionali di assistenza a una pedagogia che, attraverso il servizio, aiuta a misurarsi con le nuove povertà del territorio, progetta risposte innovative, insegna a lavorare in rete, apre ai giovani prospettive di cittadinanza solidale, di scelte vocazionali (umane, professionali e anche religiose), maturate nell'assunzione di responsabilità verso la comunità e nella condivisione verso gli ultimi.
L'attenzione al territorio ha una specificità proprio in riferimento al servizio civile. Presuppone, cioè, che nella costruzione dei progetti di servizio civile vi sia un livello minimo di analisi della realtà territoriale in cui il progetto si va a collocare. Devono essere almeno tre gli ambiti da analizzare e il compito del progetto di servizio civile consiste proprio nella connessione di questi tre ambiti.
Da un lato ci sono i giovani. La legge invita a pensare ai giovani non più in termini di "maschi abili arruolati" che si dichiarano obiettori di coscienza: il servizio civile si dilata enormemente con le donne e i non idonei al servizio militare. Se si vuole che il servizio civile sia appetibile bisogna conoscere i giovani del proprio territorio, perché è a loro che va proposto: ci si dovrà mettere in autentico ascolto dei giovani e l'esperienza del servizio civile dovrà essere lo spazio in cui realizzare questo ascolto, in modo che i giovani di un determinato territorio possano essere messi nella condizione di contemplare, fra le varie possibilità, questa offerta di crescita democratica, civile, sociale e professionale.
Dall'altro lato ci sono i bisogni del territorio, colti nella loro differenza qualitativa. Se il servizio civile ha rilevanza pubblica, esso avrà consenso nella misura in cui la cittadinanza percepirà il servizio civile come servizio al territorio e alla comunità che ci vive.
Il terzo ambito è l'ente di servizio civile, il cui compito è quello di connettere le aspirazioni dei giovani con i bisogni del territorio. L'attività progettuale diventa quindi lo specifico dell'ente di servizio civile e si sostanzia nella continua negoziazione dei termini di collegamento fra le aspirazioni dei giovani e i bisogni del territorio. L'ente di servizio civile è prima di tutto un "definitore di senso", che tiene insieme e collega i due soggetti principali: i giovani e i bisogni del territorio.
L'ente, attraverso il progetto, rende intelligibile i bisogni del territorio ai giovani e traduce ai soggetti del territorio le aspirazioni dei giovani.
La nostra ispettoria ha avviato il primo progetto dal primo settembre 2002 nelle case di Castellammare, Napoli, Torre Annunziata, Portici. In tutto 12 ragazze che ogni pomeriggio nei nostri oratori dalle 16.00 alle 21.00 sono impegnate nell'animazione in cortile, nelle attività di P.G.S., doposcuola.
Antonio Carbone
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| FORMAZIONE |
Cari Novizi, Pietro, sulla sua parola gettate le reti
DUC IN ALTUM
Omelia del Rettor Maggiore
Per la celebrazione della Prima professione
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Cari Novizi, Pietro, sulla sua parola gettate le reti
DUC IN ALTUM
Omelia del Rettor Maggiore
Per la celebrazione della Prima professione
Sacro Cuore – Roma 8 settembre 2002
Carissimi novizi:
mi ricordo ancora della prima volta che sono venuto a Genzano, insieme agli altri consiglieri, essendo allora io stesso consigliere, prima del Natale. Siamo arrivati in ritardo, dopo essere rimasti praticamente tre ore bloccati sul raccordo anulare. Ciononostante voi tenevate molto a spiegarci l’icona e il programma preso per l’anno di noviziato. Era una barca, con il «Duc in altum» che vi invitava a “prendere il largo”. Sono passati già ben dodici mesi dal momento in cui avete iniziato quella esperienza formativa e adesso vi trovate pronti a fare la professione religiosa. E di nuovo il brano evangelico torna ad essere lo stesso: «Duc in altum» (Lc 5, 4), come a indicare che si trattava di un programma non per un anno ma per tutta la vita. Ed è così!
Nel frattempo sono accaduti eventi molto rilevanti, l’attaco terrorista dell’11 Settembre, che è venuto a svegliare il mondo occidentale troppo sicuro e fiero delle sue conquiste; la morte di Don Vecchi, che ci aveva lasciato appunto quasi come testamento spirituale quella strenna; il Capitolo Generale 25, con l’impegno a rinnovare la comunità rendendola dono e profezia di comunione, testimonianza evangelica, presenza animatrice tra i giovani, luogo di formazione e animazione; la beatificazione di tre membri della nostra Famiglia, il salesiano coadiutore Artemide Zatti, la suora salesiana Maria Romero e il prete salesiano Luigi Variara, offrendoci modelli di santità per tutti; e, soprattutto, il vostro cammino esteriore ed interiore lungo l’anno, che conoscete meglio di noi.
La Natività della Beata Vergine Maria, la cui festa ricorre oggi, la Parola di Dio e l’Eucaristia illuminano e danno senso a quello che stiamo celebrando e che fra poco diventerà un impegno pubblico, un patto d’alleanza tra Dio e ognuno di voi.
La natività di Maria ci fa consapevoli che dietro la nostra vocazione c'è un disegno amorevole di Dio che ci ha scelti, ci ha amati, ci ha chiamati, e vuole contare su di noi per rendere presente ai giovani il suo amore. E questo già sin dal seno della propria madre, come direbbero Geremia e Paolo, che non riescono a capire la propria vita se non come un disegno meraviglioso di Dio. Qui non c'è niente di determinismo né di volontarismo, ma un "incontro d'amore tra il Signore che chiama e consacra e il discepolo che risponde, donandosi al Padre nella sequela di Cristo Redentore" (C. 23). Diciamo che dinanzi a una così grande manifestazione dell'amore di Dio che riempie di senso la nostra vita e le dà traguardo, l'unica risposta è la fiducia. "Vocazione è fidarsi del Signore" diceva Don Vecchi a uno di voi. È una bella definizione che invita a una consegna illimitata, generosa, come l'Apostolo che diceva: «Scio cui credidi» (2 Tim 1, 12). So a chi ho dato la mia fiducia. So in chi credo. Questo diventa ancora più sublime e più chiaro se ricordiamo la celebre frase di Hans Urs Von Balthazar: "Solo l'Amore è degno di fede". Questo che stiamo celebrando è un atto religioso, e che ha pure una carica antropologica incredibile, simile a quella che ha il matrimonio, proprio perché qui ci si parla d'amore. Voi, cari novizi, con la vostra professione non professiate prima di tutto una dottrina, o una etica, o una liturgia, ma fate professioni di amore, direi meglio, vi confessate amati, credendo all’Amore, che mai delude. È proprio dall’amore che scaturisce una forma di vita tutta centrata su Dio, vissuta in comunità al servizio dei giovani.
Il contenuto fondamentale dell’eucaristia non è altro che il memoriale di Colui che si è sentito figlio di Dio e si è affidato a Lui, che ci aveva detto «nessuno ha un amore più grande di questo: morire per i propri amici» (Gv 15, 13) e quindi ci «amò sino alla fine» (Gv 13, 1c), e divenne per noi cibo e bevanda, cosicché noi possiamo vivere della sua vita e possiamo amare i giovani come Lui ci ha amato.
Ezechiele aveva già descritto i tratti che dovrebbero caratterizzare e verificare il Buon Pastore, un annuncio profetico adempiuto nella persona di Gesù. Dietro a lui, Don Bosco ha vissuto questo in maniera eccezionale essendo per i giovani il Buon Pastore che è andato per le strade di Torino e del mondo intero a cercare le pecore più bisognose per dare loro il dono supremo di Cristo attraverso l'educazione e l'evangelizzazione. Don Bosco si sentì in effetti chiamato da Dio, sin dal sogno dei nove anni, a curare i giovani, a prevenirli da esperienze deleterie che mettessero a rischio la loro salute, la loro crescita normale, il senso della vita e persino la felicità eterna, e ad aiutarli a crescere sviluppando tutto il potenziale, tutte le energie e tutti i dinamismi che ci sono nel loro corpo, nella loro mente, nel loro cuore. Senza dubbio, la grandezza di Don Bosco è stata quella di prendere i giovani come vocazione, come missione, come la sua "eredità", come "la sua "sorte" (cf. Sal 16, 6), sì da poter dire "mi basta che siate giovani per amarvi", "senza giovani il cielo non sarebbe cielo per me, per me voi siete il mio cielo", "difficilmente potreste trovare nel mondo chi vi ami più di me", "vi aspetto nel paradiso". Sono convinto che il fascino che ha esercitato – e continua a esercitare – Don Bosco è conseguenza dell'aver amato e aver fatto sentire amati i ragazzi, che a ragione potrebbero fare loro il Salmo 22: "Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla".
Come arrivare a questa identificazione con il disegno di Dio? Un simile stile di vita è conseguenza della formazione, che ci abilita a «comportarci in maniera degna della vocazione che abbiamo ricevuto» e ci porta a fare nostri gli stessi atteggiamenti di Gesù, fino a raggiungere la piena comunione con Dio e con gli altri “per mezzo del vincolo della pace”, come ci esorta il testo della lettera agli Efesini. È il dinamismo dell'amore che ci rende "un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti".
Oggi come ieri, Gesù continua a passare accanto alla folla, affamata dalla sua parola, per cercare collaboratori, capaci di mettersi al servizio della Parola, ascoltandola e ubbidendole. Uomini come Simone, Giacomo e Giovanni, disposti a salire nella barca e prendere il largo e calare le reti per la pesca, malgrado le proprie scarse risorse ed esperienze negative, affidati solo alla sua Parola. La fecondità di tale impresa proviene, come nella scena del Vangelo di Luca, da Colui che ci cambia non solo il lavoro ma tutto il progetto di vita: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini». E loro, infatti, «tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono».
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| COMUNICAZIONE SOCIALE |
Tre volumi di storiografia
VIAGGIO NEL NOVECENTO
Intervista di d. Carmine Di Biase
a d. Franco Galeone
Leone d’oro alla Biennale di Venezia
MAGDALENE
Una lettura del film
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Tre volumi di storiografia
VIAGGIO NEL NOVECENTO
Intervista di d. Carmine Di Biase
a d. Franco Galeone
Non è facile sottrarsi, in una presentazione, al sospetto e alla futilità di un “rituale del consenso”. Vorrei riuscire ad evitare le secche delle affermazioni celebrative per sottolineare, in compagnia dell’Autore, la rilevanza propositiva e lo spessore culturale che sono alla base di questa sua appassionante fatica. Chiedo anzitutto all’Autore stesso perché questo lavoro di storiografia critica sul Novecento per le scuole superiori?
Questo libro di storiografia è dedicato al Novecento, un secolo -non è retorico dirlo- davvero unico per la grandiosità degli avvenimenti, ma che presenta anche tante vergogne: due guerre mondiali, due dopoguerra molto difficili, la guerra fredda tra due superpotenze, il drammatico divario a forbice tra il nord e sud a livello mondiale, una miriade di guerre locali... ma anche luci di speranza come il Concilio ecumenico vaticano II, la fine del bipolarismo, la caduta del Muro di Berlino, una maggiore attenzione all’ambiente e alla vita. Il processo che ho tentato di descrivere non è facile; una rapida sintesi rischia di scadere nel semplicismo; l’evoluzione dei fatti è ancora in corso, e ogni valutazione si presenta rischiosa; tuttavia queste pagine non sono inutili: proprio la schematicità e la semplicità possono aiutare a cogliere i passaggi nodali, a decifrare meglio il presente. Ho cercato di impostare bene i problemi, nella convinzione che un problema ben impostato è anche un problema in gran parte risolto.
Come ha organizzato la sua ricerca?
Un “Viaggio nel Novecento” comporta delle scelte, con tutti i rischi di ogni scelta, come quello di ripetere cose già note, di perdersi nei particolari, di dire cose imprecise; ho cercato di evitare questi inconvenienti individuando, in questi ultimi 100 anni di storia, alcuni passaggi nodali, sui quali riflettere con il maggior distacco possibile: “Nec ridère nec lugère nec detestari sed intelligere” (B. Spinoza). D’altra parte, non ho nessuna tesi a priori da difendere, nessun teorema prefabbricato da dimostrare, nessuno scheletro nell’armadio da nascondere. La ricerca non ha mai fine. Cerco con serena passione la verità, che, sola, ci può rendere liberi.
Quali sono questi passaggi epocali, questi grandi eventi che hanno segnato una deviazione nella storia del Novecento?
A mio parere, i passaggi epocali, che hanno provocato un salto, una innovazione nel fluire spazio-temporale, vanno individuati nelle seguenti nove unità didattiche che costituiscono oggetto di ricerca nei tre tomi: 1) Introduzione al Novecento; 2) La prima grande guerra; 3) La rivoluzione russa (primo tomo); 4) Mussolini e il fascismo; 5) Hitler e il nazismo; 6) L’Italia dal dopoguerra agli anni ’70 (secondo tomo); 7) L’Italia negli ultimi 30 anni; 8) I punti caldi del villaggio globale; 9) La chiesa dal Vaticano II ad oggi (terzo tomo). Nessuna pretesa di spiegare esaustivamente, quasi “sub specie aeternitatis”, tutti gli avvenimenti storici del Novecento. Il mio augurio è che l’allievo ad un certo punto possa dimenticare il presente lavoro, chi lo ha scritto, ed iniziare la sua personale ricerca, così, senza alcun intermediario.
Quali sono le novità più vistose di questo “Viaggio nel Novecento”?
Le novità più qualificanti di questo mio lavoro libro possono essere così riassunte:
la “formatività” più che la “informatività”: ho messo da parte l’erudizione (non la serietà scientifica), e mi sono invece sforzato di decifrare il dinamismo delle idee e dei popoli;
l’approccio storico: personaggi e avvenimenti sono rivisitati nel loro svolgimento storico, senza però scadere nello storicismo o nella dossografia; la storia non è una semplice “filastrocca di opinioni” (Hegel); sugli avvenimenti della storia si possono, si devono fare valutazioni; la storia è “maestra della vita”, e dovrebbe avere molti discepoli!
un solo autore: non perché l’autore presuma di sapere tutto, ma perché era l’unico mezzo per conferire unità all’impostazione, allo stile, al contenuto;
la chiarezza: il testo è diretto agli allievi di oggi, affaticati e affascinati da molteplici interessi, e soprattutto agli allievi in difficoltà, come suggerisce un elementare principio di pedagogia e di deontologia;
l’utilizzo per la terza prova pluridisciplinare, come stabilisce la legge n. 425 del 10 dicembre 1997, che introduce la riforma degli esami di stato, nel tentativo di superare la settorialità della cultura scolastica. Ho voluto, in una parola, mettere nelle mani dell’allievo un libro piacevole da leggersi, facile nella comprensione, stimolante nella ricerca. Il mio obiettivo è quello di formare nei giovani studenti una mentalità sanamente critica, in grado di impostare e risolvere i mille problemi della vita, capaci di difendersi dalle tentazioni dell’irrazionalismo e del pragmatismo, del fanatismo e dello scientismo, che pretendono di ridurre la persona a formula, a strumento, a oggetto.
Quale invito vorrebbe rivolgere ai suoi colleghi di scuola?
L’autore si chiama Franco Galeone e non Dario Antiseri o Nicola Abbagnano o Battista Mondin o Renato Fabietti. Poi, la casa editrice è Mardese e non Rizzoli o Mondadori o SEI o La Scuola. Infine, la città non è Roma o Torino o Firenze, ma Taranto. Faccio mia la bella metafora del filosofo Bernardo di Tours: cosa sono io rispetto ad Abbagnano o l’editore Mandese rispetto alla Mondadori? Un nano, ma se il nano riesce a salire sulla spalla del gigante, vede meglio e più lontano. E allora, ecco l’invito ai colleghi e persone di cultura: prendere il libro tra le mani, e leggerlo liberi da ogni “idòla”, come direbbe Bacone. Del resto, l’opera si raccomanda anche per il prezzo contenuto e per l’elegante veste tipografica.
Nel ringraziare l’Autore, ricordo che l’opera composta da Franco Galeone comprende tre tomi, è pubblicata dalla casa editrice Mandese (Taranto), e il titolo è Viaggio nel Novecento. Esprimo anch’io un augurio: che il libro possa avere numerosi lettori, non solo perché scritto da un nostro confratello, ma perché davvero aiuta a decifrare questo nostro tempo babelico e affascinante insieme. E questo, per un salesiano educatore, non è un optional, ma semplicemente un dovere.
Carmine Di Biase
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Leone d’oro alla Biennale di Venezia
MAGDALENE
Una lettura del film
Magdalene è approdato a Venezia con due prospettive: possibile fonte di polemiche e candidato al Leone d’Oro. Ambedue le attese sono state confermate e ne è seguito l’inevitabile successo al botteghino dove gli spettatori, spinti da motivazioni diverse - Leone d’Oro, regia di Mullan, film scandalo - si sono dati appuntamento. E così il cinefilo ha condiviso lo spettacolo e la visione con chi è stato occasionalmente attratto dal richiamo del battage pubblicitario e critico.
Il piano dell’intreccio.
Magdalene è un film dalla linea narrativa semplice; complesso, invece, sul piano strutturale dove le scelte stilistiche rispondono a strategie comunicative e contenuti forti. Magdalene è un film che va osservato, quindi, senza prescindere dallo stile del suo regista, anzi… occorre partire proprio da questo.
Loscozzese Peter Mullan conferma, anche per Magdalene, opera seconda, una continuità con le sensibilità e gli stilemi di Ken Loach, regista inglese e autore di film di successo, uno per tutti Pane e Rose (2000). Il modo di fare cinema e di raccontare è asciutto, descrittivo, essenziale. Le storie e i temi affrontati sono trattati, con il rischio a volte della retorica, in modo concreto e diretto, esclusivamente in relazione al microcosmo nel quale si muovono i personaggi. È lo stile che riscontriamo in Magdalene. La fotografia privilegia i tagli netti e i contrasti forti, l’obiettivo si sofferma volentieri sui volti per cogliere gli stati d’animo e i lunghi silenzi diventano fortemente espliciti. I dialoghi, a loro volta, sono concisi ed essenziali e la musica non predomina mai. C’è attenzione ai dettagli. Grazie a queste scelte stilistiche Mullan ha potuto caratterizzare l’intero film di un forte senso di ironia. Proviamo a cogliere alcuni “passi” di questa lunga danza delle beffe.
Margaret, Rose e Bernardette vengono, incontrano una fredda sorella Bridget. Mentre viene enunciato il programma del convento, le immagini ci mostrano monete, registri contabili, la mano della suora intenta al conteggio degli incassi. Contemporaneamente gli effetti personali vengono furtivamente sottratti; un nuovo nome viene imposto per comodità a Rose. La scena se da una parte sembra una parodia del versetto paolino “l’uomo vecchio e l’uomo nuovo”, dall’altra certamente riconvoca alcuni film sull’olocausto, dove alle ignare vittime venivano sottratti gli oggetti personali, il passato e… la vita.
Le scritte God is just e God is Good, dipinte sulle travi della camerata delle ragazze, risuonano più come provocazioni che come giaculatorie mentre si vivono momenti di punizione, dolore, umiliazione, vuoto interiore. Al momento della refezione, lo sguardo di Bernadette passa dal contenuto del proprio piatto al ricco desco riservato alle suore dietro la grata del refettorio. Pungente la scena in cui un’anziana donna esorta prima e rimprovera poi le ragazze per la loro omertà ai danni della suora punita a motivo della fuga di una ricoverata.
Alla luce di questa rapida analisi la storia e il messaggio di Magdalene appaiono molto forti e duri. La religione e i suoi esponenti autorevoli - padre Fitzroy, le suore - diventano, per Mullan, strumento di tortura e di annullamento della persona. Margaret, Rose e Bernadette sono vittime innocenti di una società fortemente teocratica e ingiustamente e violentemente private della propria personalità. L’eccessiva rigidità nella correzione ottiene esiti collaterali. Il continuo stillicidio opera nelle ragazze una trasformazione interiore. La semplicità di Margaret diventa ostinazione al punto di rinunciare alla fuga per attuare la vendetta per conto di Crispina. La voglia di tenerezza di Rose/Patricia si fa silente ed ostinata rassegnazione e l’arguzia di Bernadette, infine, diventa freddo egoismo, insensibile alle sofferenze delle compagne.
E così Mullan prende “per mano” lo spettatore e, prima piano piano e poi vorticosamente, lo porta nell’inferno interiore che vivono i suoi personaggi. Al termine del percorso ogni volto, sorriso, parola, gesto delle religiose diventa ipocrita ed autoaccusatorio.
Mullan conclude il film con una serie di rapide ed incisive operazioni. Bernardette in seguito alla fuga, recuperata la propria femminilità, incontra casualmente due suore della Maddalena; sotto un’arcata, insieme ad altre persone. Bernardette in un primo momento è presa da un senso di timore, ma ben presto, rievocando alcuni momenti della propria esperienza, reagisce. Libera i capelli, segno di una libertà recuperata - gli erano stati violentemente recisi per punizione in seguito ad un suo tentativo di fuga - e mentre la pioggia le rovina il trucco lancia uno sguardo pieno di odio e di sfida verso le due suore. Fermoimmagine. È un primo piano denso di significati.
Il resoconto sul futuro delle tre ragazze porta lo spettatore a storicizzare quanto visto. La storia di Margaret, Rose e Bernadette non è una ipotetica ricostruzione, ma personaggi realmente esistiti. Improvvisamente Magdalene sembra assumere toni documentaristici. Terzo ed ultimo tocco del finale: la constatazione «300.000 sono le ragazze… L’ultima lavanderia ha chiuso nel 1996».
Il piano del paratesto.
Magdalene è reso ancora più caustico dalle varie informazioni che giungono dall’esterno del film: il paratesto. Ogni film che promette scandalo – spesso frutto di strategia pubblicitaria – suscita attenzione e guida, e a volte condiziona, la visione stessa dell’opera. Interviste, rotocalchi, riviste specializzate, trailer, e siti internet connotano il nostro bagaglio informativo e, soprattutto, interpretativo.
Mullan ha apertamente dichiarato la personale opposizione al mondo cattolico. Non ha lesinato, nelle varie conferenze stampa, dettagli circa le motivazioni e le fasi di documentazione, preparazione e location del film. È lo stesso regista ha dichiarare di essersi imbattuto in un forte ostruzionismo da parte delle autorità e della gente da dover trasferire le riprese dall'Irlanda alla Scozia. L’attrice Phyllis McMahonil che interpreta il ruolo di sorella Augusta, inoltre, è una ex sorella della Misericordia.
Autorevoli le voci che si sono alzate a favore e, soprattutto, contro Magdalene: Andrea Piersanti, presidente del cattolico Ente dello spettacolo; padre Gianni Baget Bozzo; il cardinale Esilio Tonini e la mediatica suor Paola. Valerio Riva, membro del Consiglio di amministrazione della Biennale, ha preso le distanze dal verdetto della giuria rifiutandosi di presenziare alla premiazione.
Quale valutazione.
Occorre distinguere il cosa è stato raccontato dal come. È giusto farlo perché le due dimensioni hanno oggetti differenti e, in questo caso, richiedono valutazioni diverse.
Magdalene è un film ben costruito. Sa raccontare bene la tragedia interiore dei vari personaggi riportandone ogni sfumatura. Riesce a trascinare lo spettatore nello stesso movimento di odio e di repulsione verso una morale rigidista. Mullan si inserisce con dignità nel filone di quei registi che preferiscono un cinema critico desideroso di colpire nello stomaco il pubblico e la storia.
Ma è giusto osservare che ogni film, come ogni esperienza umana, racconta una storia, un sentimento, dei personaggi esprime il punto di vista del suo autore e non è mai una descrizione oggettiva. Magdalene è un film che parte da una precisa volontà accusatoria.
Magdalene suscita interrogativi ai quali solo gli storici, con onestà ed autenticità, potranno rispondere. Da più parti si è fatto notare che i conventi delle suore della Maddalena erano pii riformatori gestiti per conto dello stato. In nessun passaggio del film emerge la responsabilità o, perlomeno, la presenza di altri soggetti. Mullan sembra aver scelto alcune vicende di ragazze innocenti ed inserite, estendendole a tutto l’operato delle suore, in un contesto rieducativo particolare. La critica alla cultura cattolica non è diretta solo all’ambito religioso ma investe a trecentosessanta gradi tutta la realtà sociale irlandese. All’origine delle varie vicende c’è una famiglia, una madre, un padre eccessivamente rigidi. «Mamma perché non lo guardi?» è l’esortazione disperata di Rose. Margaret è imputata in un processo dove non ha possibilità di replica. Significativo il succedersi dei vari dialoghi coperti dalla musica della festa mentre si definisce il verdetto della ragazza; freddo il silenzio dell’allontanamento da casa all’alba del giorno successivo. È questo il primo trauma che le due ragazze vivono: le persone che amano non sono disposte ad essere misericordiose. È proprio la misericordia che manca al film! Ma non si può certo affermare che la Chiesa, nonostante i suoi limiti ed errori storici, non ne abbia affatto vissuto! C’è solo un momento. Il freddo volto di sorella Bridget, sembra attraversato dal segno del rimorso quando Crispina viene portata via in una casa di cura mentale. Ma è una sola inquadratura isolata che sviluppa nessun tema. Forse vuole esprimere l’incapacità del personaggio a saper riconoscere e vivere un sentimento di misericordia, di angoscia o, eventualmente, a doverlo sacrificare per una ragione più conveniente!
Magdalene è un film crudo e diretto. A noi è piaciuta la qualità registica e le strategie comunicative attuate da Mullan. Il film va visto certamente con un certo distacco e senso critico, non dimentichiamo che è una accusa esplicita di un regista. Possiamo cogliere dalla continua serie di provocazioni che Magdalene offre una buona lezione che resta valida al di là delle esattezze storiche del film o degli errori compiuti dalla Chiesa: il messaggio cristiano ha bisogno di testimoni credibili.
Il lavoro di Mullan stimola noi cattolici a “raccontare” con modalità nuove, senza escludere anche quella cinematografica, le meraviglie, le fatiche e la storia di un messaggio che da sempre si è incarnato e continua a farlo ancora oggi in un cammino storico.
Donato Lacedonio
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| STORIA |
Viaggio lungo le strade della nostra storia
UN CENTENARIO
CHE NON VERRÀ CELEBRATO
La casa di San Severo
Parte I
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Viaggio lungo le strade della nostra storia
UN CENTENARIO
CHE NON VERRÀ CELEBRATO
La casa di San Severo
Parte I
È quello della Casa di San Severo (FG).
È vero che i Salesiani ne presero possesso giungendovi il 20 ottobre 1905, ma il momento fatidico di una favorevole decisione e d iniziale attuazione è datato 1902.
Dopo annoso antefatto.
Perciò si vuole collocare il centenario nell'attuale anno corrente.
L'antefatto, poi è alquanto movimentato e merita di essere rievocato, anche perché vi si intrecciano vari personaggi.
A proposito di alcuni dei quali vale la pena di fare qualche interessante considerazione particolare.
Una prima avvisaglia riguardante San Severo è costituita da una lettera del 7 maggio 1897 scritta a Don Rua dal chierico Francesco Saverio Nardella, che lo invita a fondarvi un'Opera salesiana, fornendo anche utili referenze.
Si ebbe una risposta dilatoria.
Ma il Nardella, che risulta essere stato novizio salesiano a Foglizzo nell'anno 1893-94 e che poi era passato nel Clero diocesano sanseverese, non demorde. Divenuto Sacerdote nel 1898, l'8 novembre medesimo scrive nuovamente al Successore di Don Bosco, riferendo, addirittura, che durante il Noviziato gli aveva già espresso a voce il desiderio, ricevendo promessa che la cosa sarebbe stata fatta «appena data l'occasione».
Nel fervore del suo entusiasmo, non esita ad esprimere l'idea che il suo ritirarsi dai Salesiani ed il suo successivo fermarsi a San Severo «dopo aver girato tanto» fosse stato predisposto dal Signore perché egli vi potesse «preparare il campo ai Figli di Don Bosco».
Nella seconda lettera viene indicata donna Assunta Fraccacreta ved. Maselli quale fautrice e benefattrice dell'iniziativa. Ed ella stessa nella medesima data scriveva a Don Rua confermando la richiesta e la disponibilità.
Intanto, l'industria di d. Nardella ottenne, quasi di sottobanco, che d. Cesare Cagliero - Procuratore ed Ispettore a Roma - inviasse a verificare la situazione, sempre nel 1898, il Direttore dei Sacro Cuore d. Tommaso Laureri, cosa che suscitò speranzoso entusiasmo nella vivace cittadina.
La storia, poi, si intreccia ed entrano in scena altri personaggi, come il Cav. Vincenzo de Ambrosio, d. Michele Tancredi - anch'egli già Salesiano - ed addirittura un Comitato che si sbraccia e formula progetti, puntando su un 1901 ventilato in una delle risposte di d. Durando a nome di Don Rua.
D. Tancredi finì con l'interessare l'Economo Generale d. Luigi Rocca ed ottenne una risposta che, nell'appunto-bozza di Don Rua si esprime: «... se si vuole, il comitato può metter mano alla fabbrica».
Non ci voleva di più... anche se non si trattava di un vero e proprio impegno.
Così il 28 ottobre 1902 si pose la prima pietra di quello che doveva essere il locale per l'Oratorio; erano presenti il plaudente Vescovo Mons. Bonaventura Gargiulo ed il Procuratore Generale dei Salesiani, d. Giovanni Marenco. E fu anche stipulato un atto notarile per la cessione degli immobili.
Nell'occasione, d. Marenco relazionò a Don Rua esprimendosi in termini molto significativi ed in qualche modo profetici.
«Se l'Opera si riguarda sotto l'aspetto religioso e morale, credo che poche possano promettere uguali frutti spirituali. Il catechismo non si fa. Il Vescovo ne piangeva alla mia presenza. L'Oratorio è atteso e desiderato da ogni classe di persone, non esclusi i liberali. All'Oratorio festivo potranno poi aggiungersi scuole serali per gli adulti, scuole di religione per gli alunni delle scuole secondarie pubbliche e forse un ospizio per gli orfani della città, avviandoli all'agricoltura. E i mezzi non mancheranno».
E bisogna dire che la diagnosi previsionale di d. Marenco ha fatto centro con notevole puntualità. Le cose, infatti, sono andate di massima così, salvo che per l'Orfanotrofio, al cui posto si è avuto un dignitoso prima pensionato e poi collegio a raggio circondariale.
L'antefatto sfocia infine nell'arrivo a San Severo, il 20 ottobre 1905, di d. Ermidoro Caramaschi e del chierico Michele Matassa, venuti per aprire la Casa, intitolata alla "Beata Vergine del Soccorso".
Delle sue vicende si dirà, ma intanto si vogliono fare le previste interessanti considerazioni a proposito di alcuni dei personaggi che sono stati implicati nei laboriosi preparativi. Specificatamente dei Sacerdoti Francesco Saverio Nardella e Michele Tancredi.
Anche perché, i loro cognomi sono ritornanti nel "Catalogo" dei Salesiani e si può riconoscere in questo una radice comune, pur non sapendo di legami di parentela. Di d. Nardella non si sa, in atto, molto di più di quanto da lui indicato di sé nel corrispondere con Don Rua; non è chiaro nemmeno se abbia fatto la "Professione religiosa» al termine del Noviziato. E lascia perplessi un'annotazione che si legge nella "Cronaca" della Casa di Castellammare di Stabia sotto il 19 marzo 1911. Essa dice: «Viene a farci visita d. Francesco Saverio Nardella Parroco in San Severo di Puglia ex salesiano uno dei primi chierici del personale di questa casa ritiratosi in famiglia per motivi di salute».
L'annotazione lascia perplessi perché l'estensore della "Cronaca" è il Direttore d. Arnaldo Persiani, il quale insieme a d. Luigi Bilieni e a d. Giuseppe Nardella era stato nel 1894 della "triade inaugurale" di Castellammare, ove poi rimase fattivamente per otto anni consecutivi, ed aveva buona memoria delle cose dei primi tempi, e poi anche perché il suo nome non compare tra quelli dei Confratelli dei primi anni.
Si potrebbe però, ricordando il «dopo aver girato tanto» della prima lettera a Don Rua del 1897 - tre anni dopo l'apertura di Castellammare -, supporre che egli vi sia stato alcun tempo, non da salesiano ed appoggiandosi alla presenza locale del ch. Giuseppe Nardella.
Infami, pur nella scarsità di notizie (non si è saputo documentare nemmeno il suo luogo di nascita), l'aver egli lo stesso cognome dei fratelli Enrico e Giuseppe Nardella, a lungo benemeriti Sacerdoti dell'Ispettoria di Napoli, può legittimare l'idea che, se non parente, egli fosse come loro nativo di S. Marco in Lamis e che come loro avesse studiato al Sacro Cuore in Roma.
Di d. Michele Tancredi si sa con sicurezza l’esser egli nato a S. Marco in Lamis, come, del resto l’altro ammirevole omonimo di nove anni più giovane, e dopo varie meritorie vicende, morto a Bari nel 1943. Come pure lo si sa bene del Coadiutore sig. Raffaele, missionario in Brasile per quaranta intensi e preziosi anni, morto a castellamare nel 1999, novantasettenne. Anche qui non si sa dire di eventuali parentele; ma il dato che interessa è l’identità del luogo di nascita e, per i due Michele, anche quello d’istruzione al sacro Cuore in Roma, con sfocio nella medesima vocazione salesiana, come, del resto, per i due germani Nardella.
Fenomeno analogo a quello di San Marco con la sua “colonia” di salesiani si ha per San Giovanni Rotondo, sempre sul Gargano, con simile “colonia”: tra i primi e più noti i vari De Bonis.
Segue, a qualche distanza, anche Riguano Garganica, con emblema d. Angelo Gentile.
E la cosa appare, a prima vista, strana per il fatto che questa proliferazione sia cominciata alquanto prima che nel meridione si radicassero Opere salesiane.
La circostanza, così, ha incuriosito qualcuno che, qualche anno addietro, ha interrogato a proposito l’ottimo d. Felice Pennelli, del numero dei sangiovannesi.
La risposta è stata fluida.
Vi erano in quella cittadina alcuni Sacerdoti, maestri di scuola, che erano Cooperatori Salesiani – probabilmente attraverso la diffusione del “Bollettino Salesiano” – i quali, notando qualche ragazzo buono e d’ingegno e nella carenza di istituzioni locali, li indirizzavano per il proseguimento degli studi, al Sacro Cuore in Roma, il più prossimo punto di riferimento salesiano. Qui, poi, in quel clima veniva a fiorire la vocazione salesiana, anche sotto la spinta imitativa in seno alla “colonia”.
Tenendo, d’altra parte, presente che i centri garganici erano generalmente piccoli e di economia povera, si capisce che San Severo, grosso centro non solo abitativo, ma anche agricolo e commerciale e quindi di economia più evoluta, fosse per essi una specie di metropoli, di facile accesso per coloro che si fossero voluti evolvere ed emancipare.
A margine di queste considerazioni, si può sottolineare la lungimiranza di Don Bosco nell’inviare il “Bollettino”, secondo l’espressione da lui usata con Bartolo Longo, “a chi lo vuole e a chi non lo vuole”.
Così come emerge la validità, ai fini della diffusione salesiana, della rete dei Cooperatori.
A riprova di ciò, si può citare il fatto – mantenendosi nella stessa area geografica – che la scintilla che generò la prima Casa salesiana nel Sud-Italia peninsulare – Castellamare di Stabia – fu una lettera indirizzata a Don Rua, presumibilmente alla metà circa del 1890, dal Sacerdote Andrea Santacroce, Abate Curato della Chiesa abbaziale di Volturino, il quale si qualifica “Cooperatore Salesiano”.
Il confronto viene a tiro perché Volturino è pure in provincia di Foggia, ai primi contrafforti del Preappennino dauno, che fa da controsponda al massiccio garganico rispetto alla piana del “Tavoliere”, nella quale spicca San Severo.
[continua]
d. Pio Del Pezzo
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